I social media sono utili per l’e-democracy?

di Andrea Boscaro.

Dal Liquid Feedback adottato dal Movimento 5 Stelle a quello utilizzato per le Regionali da Umberto Ambrosoli in Lombardia, dalle piattaforme di fact-checking all’uso degli Open Data per la costruzione di portali di informazione e di controlli sull’attività degli eletti come Openpolitici, non si può dire che manchino in Rete le possibilità di partecipazione digitale.

Ginny-ginnerobot

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A questi spazi eminentemente politici devono poi aggiungersi le piattaforme di partecipazione civica, come PartecipaMi a Milano, e le tante iniziative basate sugli Open Data che, da Firenze in poi, stanno tracciando la direzione per un rapporto informato e diretto con le amministrazioni locali.

Tutte queste iniziative sono meritorie perché offrono spazi di dialogo e di comunicazione fra eletti e cittadini, fra decisori e “expertise diffusa”, sotto forma di associazioni, comitati, singoli cittadini: hanno inoltre il merito di trasmettere il messaggio che la democrazia non è un esercizio semplice e richiede un impegno intellettuale e operativo che non può essere minimizzato dalle spinte demagogiche e antipolitiche di cui purtroppo i nostri tempi sono ricchi.

Le piattaforme di partecipazione digitale, nella complessità e laboriosità che richiedono a chi voglia parteciparvi in modo costruttivo, aiutano inoltre la Rete a combattere uno dei suoi nemici, il fenomeno del cosiddetto “Slacktivism”, ovvero la percezione che la partecipazione politica e civile possa tradursi in semplici click, comodamente esercitabili dal proprio dispositivo digitale. In questa prospettiva rimane famosa la provocazione che attuò nel 2009 il sociologo danese Colding Jorgensen, che in poche ore ottenne decine di migliaia di “like” alla propria petizione contro il Comune di Copenaghen, che accusò di voler demolire la Sirenetta: ovviamente nulla era vero, ma lanciò un “j’accuse” contro un uso non informato e superficiale della Rete.

Le piattaforme di e-democracy non possono però esimersi dal rivolgersi ai social media per aumentare la propria partecipazione e per raccogliere maggiori stimoli possibili dalla Rete: il grande rischio dei portali che abbiamo menzionato è infatti dato dall’utilizzo effettivamente limitato in termini numerici, in ciò restringendo non solo la rappresentatività dei temi dibattuti, ma anche l’intento “sociale” delle piattaforme che nascono proprio per educare alla democrazia. App come “Causes” dovrebbero pertanto essere per loro un faro, capaci come sono di coniugare sia la creazione di un ambiente specifico dedicato alla descrizione delle singole iniziative e alla raccolta dei fondi, sia di modalità in cui viralmente hanno dimostrato di distribuirsi su Facebook e sui social media.

L’altra grande sfida delle piattaforme di e-democracy è essere una vera e propria cinghia di trasmissione con la politica, con l’amministrazione e con i loro decision-makers, sia facendosi portatrici di stimoli e proposte, sia essendone uno strumento di verifica e di controllo.

Di fronte alla confusione che tutti ricordiamo durante l’elezione del Presidente della Repubblica nella quale l’allora segretario Bersani proibì l’uso dei social media per non essere influenzati dai cinguettii su Twitter, si sente infatti il bisogno di piattaforme di effettiva partecipazione politica, partecipate, rappresentative e capaci di contrastare, anche grazie al digitale, l’astensionismo di questi mesi. Per questo la loro grande sfida si attua a partire dalla partecipazione e dalla rappresentanza delle idee e questo oggi non si può fare fuori dai social media, perché occorre stare nella piazze “digitali” allo stesso modo in cui, nel mondo fisico, la politica non si fa solo nei circoli e nelle sezioni di partito, ma anche a contatto con le persone.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti