Gli asili nido, le donne e la politica dei numeri (e del buon senso)

di Lucina Di Meco.

DI Meco

@Kiki Follettosa

Come Venditti, anch’io al liceo pensavo che la matematica non sarebbe mai stata il mio mestiere. Eppure dopo la laurea mi sono decisa a studiare un Master in Economia (dello Sviluppo). La ragione non è stata un colpo di fulmine con l’econometria. Piuttosto, mi sono accorta che per convincere le persone (e i governi) a intraprendere politiche sociali dettate dal buon senso, alle volte ci vogliono i numeri.

Ecco quindi alcuni numeri sugli asili nido in Italia, la disoccupazione femminile e la correlazione tra i due. Ma non solo.

Con un investimento pubblico nell’educazione prescolare tra i più bassi in Europa, solo il 12% dei bambini italiani ha accesso agli asili nido. Un numero ben inferiore a quello di altri Paesi europei (50% in Danimarca, Svezia e Irlanda) e ancora lontano dal 21% richiestoci dal Trattato di Lisbona.

Principalmente a causa della mancanza di strutture pubbliche per l’infanzia, solo intorno al 50% delle mamme lavora, contro il 70% di Francia, Regno Unito e Germania. E non è che le italiane non vogliano lavorare per una questione di mentalità, come sostengono alcuni. Secondo l’ISTAT, il 55,5% delle donne che si prende cura dei figli piccoli come occupazione principale dice di farlo soprattutto a causa del costo proibitivo dei nidi (altre a causa dell’incompatibilità di orario degli stessi con il lavoro o della distanza da casa).

La soluzione è a portata di mano. Secondo uno studio della Fondazione Collegio Carlo Alberto, la provvisione di strutture pubbliche gratuite per l’infanzia porterebbe al 75,5% l’impiego femminile. E non finisce qui. La provvisione di servizi per l’infanzia ha un effetto positivo sulla fertilità (riducendo il costo opportunità dei figli) e migliora le capacità linguistiche dei bambini, soprattutto di quelli provenienti da settori socio-economici disagiati. E di migliorare i nostri studenti ne hanno davvero bisogno, a considerare i risultati altamente insoddisfacenti del nostro Paese secondo il Programma per la Valutazione Internazionale dell’Allievo (meglio noto con l’acronimo PISA).

I numeri ci dicono quindi, ancora una volta, quello che noi donne già sapevamo: abbiamo bisogno di asili nido per lavorare e continuare a fare figli. Sembra logico, eppure molti nella classe politica italiana continuano a far finta di non capire, inventandosi formule magiche alternative per l’impiego femminile e la fertilità. Un esempio? I dieci saggi (tutti uomini) nominati da Napolitano hanno proposto, nella loro relazione sul lavoro, unicamente incentivi fiscali alle famiglie e telelavoro. Dei nidi scrivono che pochi bambini ne dispongono, ma non propongono di crearne di nuovi.

Com’è possibile? La risposta è una sola. Anche se noi italiane sappiamo bene cosa serve alle nostre famiglie, non abbiamo ancora imparato a chiederlo e ottenerlo da una classe politica che da sempre ci ignora. Letteralmente. Basti solo ricordare che in alcuni programmi dei partiti alle scorse elezioni la parola “donna” semplicemente non c’era. Leggere per credere.

Da dove partiamo allora? Non so voi, ma alle prossime elezioni, tanto per cominciare, io voterò solo chi dimostri di aver capito che non ha senso parlare di occupazione femminile senza parlare di asili nido. Dite che qualcuno lo trovo? Sono ottimista: io dico di sì.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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