di Marco Campione.
“Se si pensasse che potrei servire ed essere d’aiuto dopo il periodo delle elezioni, io ci sarò”. È bastata una dichiarazione da New York di Mario Monti un po’ più possibilista del solito (peraltro smentita nel giro di 24 ore) per rimettere in moto la fiera delle dichiarazioni sul Monti bis. I cosiddetti centristi, in particolare, hanno visto finalmente un modo per uscire dal cono d’ombra in cui le primarie del PD li hanno infilati. La loro tesi è che non possa esistere un’agenda Monti senza Monti.
Fino al viaggio americano del Presidente del Consiglio la discussione era sul suo programma, la sua agenda: continuare in quella direzione? Cambiare radicalmente strada? Introdurre correttivi, ed eventualmente quali? In altri termini ci si chiedeva una sola cosa: l’agenda Monti è la risposta giusta ai problemi del Paese? Ora le domande sono diventate almeno due e la seconda è: Monti è indissolubilmente legato alla sua agenda o questa può esistere anche senza Monti? Avanzerò le mie risposte, premettendo a scanso di equivoci che la risposta ad entrambe le domande non è ovvia e non credo che sia un problema il fatto che nel PD si diano risposte differenti.
L’agenda Monti è la ricetta? Vendola dice di no e si candida alle primarie proprio per “scacciare il fantasma del Monti bis”. Anche Fassina dice di no, sostiene che è “frutto di un pensiero unico”, che è una “agenda mercantilista che sta portando all’aumento del debito pubblico, a un aggravamento della recessione e della disoccupazione”. Altri replicano che un Paese indebitato e bloccato come il nostro invece ne ha bisogno. Lascio agli economisti la discussione di merito e mi concentro sul punto politico: chi deve decidere se serve all’Italia proseguire con quell’agenda? Se serve proseguire sulla linea tracciata da Monti, quella – schematizzo – di una piattaforma liberal-democratica di stampo anglosassone? Ovvero se hanno ragione Fassina e Bersani (e Vendola) a contrapporle una “agenda progressista”?
Nel campo del centrosinistra italiano questo tipo di decisioni si prendono con le primarie. Rivoluzione culturale della quale dovremmo essere orgogliosi invece che aver paura del confronto. Semplifico: per evitare di sbagliare candidato (e agenda) chiediamo prima ai nostri elettori cosa pensano. Sarebbe stato meglio per il PD confrontarsi prima al suo interno? Fare un congresso? Sì, sarebbe stato meglio. Soprattutto per lo stesso PD: sicuramente il confronto interno sarebbe stato meno lacerante. Ma “cosa fatta capo ha” e la scelta è stata un’altra: fare primarie di coalizione e consentire – in deroga allo Statuto – ad altri esponenti del PD di partecipare con una propria piattaforma.
Restando al campo democratico, la competizione tra Bersani e Renzi ruoterà sul tema del rinnovamento, ma soprattutto – per quel che riguarda policies e politics – attorno all’agenda Monti. Non a caso nello stesso giorno in cui Fassina faceva quelle dichiarazioni a Repubblica, il Sindaco di Firenze, intervistato sullo stesso giornale, affermava: “La sinistra corre un serio rischio: consegnare non tanto Monti ma i contenuti della sua azione di governo a un’ipotesi centrista. Sarebbe la sconfitta del Pd. Io vorrei un centrosinistra che fosse capace di migliorare e innovare l’agenda Monti, senza tornare indietro”. Mentre sul rinnovamento Bersani darà – Bindi permettendo – dei segnali, su questo sarà sempre più fumoso: è il suo nervo scoperto, vista la variegata compagine che gli si è stretta attorno. E sarà molto interessante verificare se e come riuscirà a differenziarsi dal leader di SEL.
Generalizzando, il confronto tra Renzi e Bersani sarà anche l’occasione per una scelta – nel campo del centrosinistra – tra una linea liberaldemocratica di stampo anglosassone e una progressista classica, più tipica dell’Europa continentale (con l’eccezione significativa della SPD tedesca, che per il prossimo confronto con Angela Merkel ha optato per Steinbrück, un liberaldemocratico culturalmente figlio delle innovazioni di Schröder).
È la prima volta che una scelta così importante è messa nelle mani del popolo delle primarie. Anzi, la seconda. Anche Veltroni caratterizzò in quella direzione la propria sfida, ma allora nessuno ebbe il coraggio di sfidarlo con un’agenda meno liberal. Dov’erano Fassina e Orfini? Anche per questo è importante non limitare la partecipazione. Gli italiani che guardano con fiducia al centrosinistra sono, in cifre assolute, sempre meno: non si dia loro l’impressione che la loro opinione non interessa. Perché – fatti salvi gli avversari e la loro legittima propaganda – solo chi è reso meno lucido dalla paura di perdere peso politico in caso di vittoria di Renzi (ogni riferimento ad Eugenio Scalfari non è casuale) può pensare che il Sindaco di Firenze sia solo il candidato della rottamazione. Renzi oggi è anche la possibilità che viene data agli elettori del centrosinistra prima e a tutti gli italiani poi di scegliere per via democratica di “migliorare e innovare l’agenda Monti, senza tornare indietro”.
Assodato che l’agenda Monti è la risposta preferibile ai problemi del Paese e che – almeno sulla carta – può essere portata avanti anche da un altro Presidente del Consiglio, non voglio sottrarmi alla terza conseguente domanda che ho volutamente omesso all’inizio di questo articolo: perché Renzi e non lo stesso Monti? Dal punto di vista di chi non è del PD, quei centristi richiamati in principio, la risposta è duplice: per non dare ad un Democratico la guida del governo e per uscire dallo schema bipolare. Ma per gli altri? Perché i “montiani” del PD (tra le cui fila mi colloco) dovrebbero preferire il Sindaco al Senatore a vita? Almeno per tre motivi.
1. Per il bene del Paese e della sua democrazia. Già altre volte il provvisorio è diventato definitivo in Italia, ma qui la posta in gioco è troppo alta: la cosiddetta antipolitica non è affatto sconfitta se, stando ai sondaggi, sommando i due partiti anti-sistema, Movimento 5 Stelle e IdV, si ottiene il 25%. Continuare con Monti senza una legittimazione popolare sarebbe un regalo che non ci possiamo permettere.
2. Per il bene del centrosinistra. Abbiamo finalmente l’occasione di confrontarci su due piattaforme alternative evitando così di formare maggioranze elettorali che non sono anche maggioranze politiche e dunque non governano che per un paio d’anni quando va bene.
3. Per il bene di loro stessi e di tutti i riformisti. All’interno del partito c’è chi è convinto che Monti sia l’unico modo per far passare tra iscritti ed elettori quell’agenda, un trucco o – se si preferisce – un escamotage. Questa fuga dalla responsabilità di condurre la propria battaglia e dal rischio di perderla non solo non è compatibile con gli umori prevalenti di chi nel Paese non si è ancora consegnato al populismo, ma condanna i riformisti del PD al minoritarismo perpetuo.
Alcuni di noi hanno fatto la loro scelta, altri nicchiano, traccheggiano, fanno melina. Prima capiranno che è arrivato il tempo delle scelte (e della generosità) e meglio sarà, anche perché così potranno garantirci che non voteranno in Parlamento nessuna legge elettorale che non conservi un sostanziale impianto bipolare garantendo al vincitore di poter governare cinque anni.
In un mondo ideale il campione del riformismo democratico sarebbe stato forse un altro, ma se l’egemonia su quest’area oggi è esercitata de facto da Matteo Renzi non è certo colpa di Matteo Renzi. Chiunque creda in Monti, nella credibilità ritrovata e nella lezione di serietà, rigore, e pragmatismo che ha dato al Paese in questi mesi di governo non può che prenderne atto e sostenere Matteo Renzi. #Adesso!
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Penso che l’”Agenda Monti” sia un oggetto meno ben definito di quanto vogliano far credere coloro che hanno ideato la locuzione – o, meglio, che esista un quadro di riferimento dell’azione del Governo Monti che è fissato ma che riguarda una cornice di regole e di impegni macroeconomici e finanziari che esistono, sono stati presi e fungono da palcoscenico su cui si deve muovere qualunque Governo; tale cornice è però compatibile con una pluralità di scelte, di azioni specifiche, di politiche di settore (policies).
Renzi ha finora evitato di affrontare i temi più spinosi e, ovviamente, divisivi, su cui un’azione di Governo compatibile con la cornice “europea” cui s’è fatto cenno si dovrà confrontare. Ad esempio, penserebbe egli di governare con una maggioranza diversa rispetto a quella vagheggiata da Bersani? Come? La matematica pone delle costrizioni: valgono solo per Bersani ma non per Renzi? Giusto criticare i problemi che vengono dall’alleanza con Vendola, ma Renzi non li avrebbe allo stesso modo (o peggio)?
Per quello che posso dire, ma non certo sviluppare in queste poche righe, poi, Renzi non è granchè “Montiano”. A me, e a molti, pare più berlusconiano che montiano. Se uno vuole avere la garanzia del quadro generale “Europeo” di cui si diceva, si affidi a Monti, direttamente (cioè lavori per un esito elettorale che crei le condizioni per la nuova chiamata in servizio di Monti).