di Manuela Sammarco.
Lazio, Lombardia, ma forse anche Campania e Piemonte. Ormai si parla di Regione-gate. Anche se la magistratura sta ancora svolgendo il suo lavoro. Cala così la fiducia dei cittadini verso le Regioni – non che sia alta per Province o Parlamento – e ancor di più nei confronti dei rappresentanti politici al loro governo. Se solo alcuni arrivano a mettere in discussione l’esistenza di queste istituzioni, mentre altri chiedono il commissariamento dei singoli casi negligenti, sono molti quelli che pensano che a far degenerare quella “palestra di democrazia” siano stati i cattivi amministratori. Dunque, i partiti, intesi nella loro specifica funzione di selezionatori di personale politico. L’attenzione è concentrata sui livelli politici regionali, riguardo lo stato di salute dei quali, visti i risultati, è lecito interrogarsi. Proveremo a dare una risposta limitata al solo Pd, di cui meglio conosciamo, per vicinanza e affinità, la realtà organizzativa.
Sulla Carta. Le Unioni regionali nello Statuto del Pd
Il Pd è un partito federale (art. 1), che si articola in livelli di governo regionale, definiti dallo Statuto “Unioni regionali”. In virtù del carattere federativo dell’organizzazione, il livello regionale gode di ampia autonomia politica, programmatica, organizzativa e finanziaria (definita sostanzialmente tra gli artt. 11 e 18): si dota di un suo statuto, stilato in armonia con i principi fondamentali dello Statuto nazionale, elegge il suo segretario regionale e una sua assemblea regionale, secondo le linee stabilite di volta in volta da un Regolamento interno. A questa elezione partecipano, come da Statuto nazionale, sia elettori sia iscritti. Il candidato a segretario, diversamente da quanto stabilito per il segretario nazionale, non è contestualmente candidato alla leadership per la Presidenza della Regione. Quest’ultimo può esser scelto, come accade per tutte le altre cariche monocratiche del Pd, tramite le primarie di coalizione. Ampia autonomia viene anche concessa alle Unioni regionali sul tema degli alleati: questi possono anche essere diversi da quelli individuati a livello nazionale, a condizione che di tale materia venga informato preventivamente il segretario nazionale (art. 12). In ultimo i segretari regionali fanno parte dell’assemblea nazionale e costituiscono una conferenza dei segretari regionali, che si riunisce con una certa regolarità.
Insomma, si può dire che lo Statuto del Pd riconosce alle Unioni regionali un ruolo importante nella struttura del partito.
Nei fatti. Le Unioni regionali a più velocità
Passando dalla carta ai fatti, le Unioni regionali non sembrano funzionare in modo omogeneo e in fedele rispondenza alle intenzioni originarie del legislatore democratico. Non sono sempre riconosciute come anello nevralgico dell’organizzazione dagli iscritti. La loro struttura e gli strumenti per la selezione del personale politico non dialogano bene con la legge elettorale regionale (sistema delle preferenze). Le assemblee regionali sono organismi ipertrofici, non frequentemente consultati e dalle funzioni poco utili all’organizzazione partitica e all’elaborazione delle linee politiche regionali. In ultimo, sulle regole della selezione interna, specialmente su quella relativa all’elezione del segretario regionale, pendono sin dall’inizio dubbi. Molti democratici, anche molti dirigenti locali, non sono convinti della bontà della regola che prevede una consultazione di iscritti ed elettori per eleggere un quadro intermedio di partito. Forse, dicono sostanzialmente, coinvolgere anche chi non è militante in questa decisione interna non serve e quindi la norma può essere rivista.
Ci sono Unioni regionali, prevalentemente al Nord, che funzionano molto bene. Hanno segretari regolarmente eletti nel 2009 – l’anno zero per i livelli intermedi del Pd – ancora in carica, con segreterie molto attive sui territori e ben riconoscibili dalla base, composte anche da consiglieri regionali. Dunque, si tratta di livelli utili all’organizzazione ed efficaci, nei limiti concessi da legge elettorale e statuto, nella selezione del personale politico. Si pensi per esempio alla Lombardia o al Friuli, dove segretari regionali del Pd sono Maurizio Martina e Debora Serracchiani, che all’interno delle fila dei democratici sono riconosciuti come volti del cambiamento. Inoltre, queste Unioni avvertono l’esigenza di coordinamenti sovra regionali, convocabili in accordo con la loro autonomia, per discutere per esempio di problemi macroregionali, come è accaduto la scorsa estate a Milano con l’appuntamento dal titolo: “Da Nord per la ricostruzione nazionale”.
Viceversa ci sono Unioni regionali che hanno faticato molto a trovare un equilibrio interno. Il caso più eclatante è forse quello della segreteria Pd della Regione Calabria, che ha conosciuto l’avvicendarsi di più commissari nazionali. L’ultimo, Alfredo D’Attorre. Il risultato è che agli occhi di iscritti ed elettori da anni gli organi regionali del partito si presentano così. E in mezzo ci sono state importanti tornate elettorali, per la Regione (vinte dal centrodestra) e per il governo di importanti comuni e province. Anche al centro non va meglio. Il Lazio ha conosciuto una vicenda simile a quella calabrese: solo a gennaio 2012 è stato eletto, con una schiacciante maggioranza, il nuovo segretario regionale, Enrico Gasbarra, che ha sostituito il commissario Vannino Chiti. Il commissariamento, strumento previsto dall’art. 17 dello Statuto nazionale, non ha riguardato solo i livelli regionali, questo è vero. Per esempio, è stata a lungo commissariata anche la federazione provinciale del Pd di Napoli. Ma se si pensa al peso, demografico ed elettorale, che una provincia come quella partenopea assume all’interno della regione Campania, non si può non correlare questo risultato politico con la gestione regionale, incapace di risolvere un conflitto di un livello inferiore (che pure gode, va ricordato, di ampia autonomia).
Il caso Napoli, come quello Lazio, in realtà potrebbe mettere in luce come in alcune regioni, tra le fila dei democratici, a contare siano più le federazioni provinciali che quelle regionali. Anche questo è un dato che può essere connesso alla legge elettorale regionale (con voto di preferenza sulle circoscrizioni provinciali). Oppure richiamare motivazioni storiche: anche nei partiti che hanno dato origine al Pd, sia Pc sia Dc, i livelli provinciali erano molto forti. Nei fatti, anche se per una serie di contingenze difficilmente riassumibili, accade che il candidato a presidente della Regione Lazio per i democratici sarà Nicola Zingaretti, attuale presidente della Provincia. Dimostrazione della debolezza di un partito regionale lungamente commissariato che non ha saputo esprimere un suo candidato, debolezza supplita da un forte, e in questo caso generoso, livello provinciale. Insomma, quando l’Unione regionale non lavora bene, come previsto dallo statuto, anche l’offerta politica del partito ne risente.
Un altro dato. In Sicilia i consiglieri regionali che fanno parte della segreteria regionale del Pd sono due, in Puglia idem, e il centrosinistra è in maggioranza. In Toscana sono otto, in Lombardia sono quattro, e il centrosinistra sta all’opposizione. Non sta certo scritto nello statuto che i membri della segreteria regionale debbano essere automaticamente candidati consiglieri. La segreteria ha altri ruoli. Però, forse un dato simile è anche indice della capacità di selezione efficace di personale politico da parte dei livelli regionali.
In ultimo, a ben cercare, non c’è memoria di un evento di coordinamento tra i segretari regionali del Sud simile a quello richiamato sopra e promosso dai segretari del Pd delle regioni settentrionali. Recentemente si è svolta a Lamezia Terme una conferenza nazionale per il Mezzogiorno. Anche l’anno scorso si è tenuta una lodevole iniziativa simile, Finalmente Sud, promossa dall’Area Formazione del Pd. Ma si tratta di proposte che hanno richiesto il coinvolgimento del livello nazionale.
Non si prospetta una sorta di “questione meridionale” dei livelli intermedi del Pd. Dico solo che dove il partito è più debole nella struttura organizzativa presenta anche maggiori difficoltà a compiere una funzione di selezione per l’istituzione regionale. Anche in questo caso, come per le regioni, il punto non è abolire o riscrivere le regole, ma forse semplicemente mettere con serietà in atto quanto previsto dallo Statuto. Insomma, basterebbe che anche a livello regionale il Pd fosse più se stesso, memore di esser nato per creare qualcosa di diverso da ciò che c’era prima.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




