di Renzo Rubele.
Si è svolto a Bruxelles il 28 settembre scorso il Congresso del Partito Socialista Europeo. Un evento che – stando agli intenti che vengono quotidianamente espressi da varie parti in favore del rafforzamento della dimensione politica europea – ci si sarebbe aspettati venisse più seguito dai media nostrani. E invece no, si dedica parecchio spazio a fare giaculatorie contro l’Unione Europea, come se i mattoni di base delle relazioni politiche non si trovassero nei rapporti personali e sociali che si instaurano e vivono nelle organizzazioni intermedie che compongono e innervano una certa comunità. Si intende che pari attenzione dovrebbe essere riservata a tutti i Partiti (qui trattiamo diffusamente del PSE, ma faremo un cenno anche agli altri più sotto) ed a tutte quelle altre espressioni della società civile che, magari faticosamente, contribuiscono a dare vita ad una cittadinanza attiva europea molto più dell’invettiva di un editoriale di questo o quel giornale. Avevamo già osservato che la debolezza dell’ordine politico europeo risiede nella oggettiva complessità e difficoltà della definizione di una comunità politica multi-livello, rispetto a cui le Istituzioni europee tendono ad essere usate dai critici a mo’ di parafulmine, con grande spregio della piena comprensione della realtà delle cose.
Ma vediamo come stanno le cose in casa della famiglia politica socialista, che è pur sempre la seconda, in termini numerici e per importanza, dell’Unione Europea. In un breve reportage per “i Mille” avevamo dato conto un anno fa di una Convenzione Progressista organizzata dal PSE, in coincidenza con la riunione ordinaria dei propri organi direttivi, e rimandiamo a quel testo per delle informazioni generiche, sempre valide. Quest’anno era in scadenza il ciclo congressuale, e l’organizzazione aveva previsto da tempo lo svolgimento delle assise a Bucarest, sotto la guida del locale Partito Socialdemocratico Rumeno. Tuttavia gli avvenimenti tumultuosi che hanno scosso negli ultimi mesi il quadro politico-istituzionale in quel Paese (forte contrapposizione fra il Governo liberal-socialista guidato dal socialdemocratico V. Ponta e il Presidente della Repubblica, il moderato T. Basescu, referendum per la sua destituzione invalidato dalla mancanza del quorum, tensioni fra i poteri dello Stato, ecc.) hanno consigliato lo spostamento della sede a Bruxelles. Non ci addentriamo in questa diatriba; rileviamo peraltro come la mossa sia stata certamente gradita a (e voluta da) diversi partiti fratelli, nel resto d’Europa.
Il piatto forte di questo Congresso era dato dall’elezione del nuovo Presidente – la carica politicamente più rilevante (il Segretario viene poi scelto dal Presidente per gestire la Segreteria a Bruxelles) – in considerazione dell’addio, già avvenuto in anticipo l’anno scorso, del danese Poul Nyrup Rasmussen, che guidava il Partito dal 2004. A costo di deludere il lettore, va detto che c’è stata ben poca schermaglia da raccontare: l’unico candidato che si è presentato è stato anche eletto (naturalmente). Si tratta del bulgaro Sergey Stanishev, che aveva tenuto la presidenza ad interim per i precedenti 10 mesi, e che – ci sia consentita la ovvia battuta – ha potuto godere di una maggioranza “bulgara” di voti a favore del 91,3%, con il 2,4% contro, e il 6,1% di astenuti (dopo lo statutario scrutinio segreto delle schede). Il motivo di questa elezione «non contestata» può essere illustrato sommariamente in tre punti.
Innanzitutto la linea politica. Per quanto possa essere realizzato nel contesto di un partito europeo come il PSE, il lavoro di precisazione dei valori comuni e dell’indirizzo politico era già stato finalizzato con sufficiente ed ampio consenso negli anni scorsi. Non c’erano insomma contrapposizioni da rappresentare al Congresso, su questo punto. Rasmussen era stato abile nell’“ibridare” la propria originaria Weltanschauung scandinava con forti elementi di tradizionale socialismo continentale, specialmente quelli ritenuti da sempre più cari ai francesi. L’evoluzione della crisi finanziaria ed economica ha chiaramente fatto da sfondo interattivo a tutto ciò. Ed allora: giù con le invettive contro la finanza speculativa mondiale, recupero delle critiche tradizionali al liberismo, difesa del ruolo della mano pubblica in funzione anticiclica e redistributiva. In materia di politica europea, si è venuto consolidando un “incredibile” consenso (per chi conosce la storia e le mille sfaccettature dei vari partiti socialisti nazionali) per una maggiore integrazione europea, nel nome della parola d’ordine unificante di “solidarietà”, nonché della lotta continua ai “nemici” Merkel e Sarkozy, che il PSE si gloria ovviamente di stare conducendo con successo. Anche a questo Congresso c’è stata una grande accoglienza per i leader greci, E. Venizelos e G. Papandreou (questi è anche il Presidente dell’Internazionale Socialista, ricordiamo).
Sulla figura di Stanishev non sono ammesse critiche “alla cieca” o una “puzza al naso nobiliare”. Si tratta di una persona preparata e qualificata, che ha già fatto il Primo Ministro nel proprio Paese, e che correrà di nuovo per la vittoria l’anno prossimo, in Bulgaria. Parla bene in inglese (asset evidentemente indispensabile) e rappresenta politicamente la generazione post-89, essendo nato nel 1966. Ha studiato fedelmente alla scuola di Rasmussen, in tutti i sensi (quando era Premier si consultava spesso con il danese, da cui riceveva consigli) e ne ha raccolto il testimone con umiltà e forte spirito di servizio. L’assegnazione della carica di Presidente ad un esponente di un partito “dell’Est” viene considerata una «carta da giocare» dal punto di vista della cittadinanza politica, al di là dei giochi di potere “fra grandi Paesi”. Ciò va letto anche in combinazione con quanto diremo nel seguito.
Il PSE aveva già deciso, l’anno scorso, di organizzare delle “primarie interne” per designare il proprio “candidato alla Presidenza della Commissione Europea” alle elezioni del 2014. Si è trattato di una mossa che rende esplicita la volontà del Partito di politicizzare e rendere più comprensibili al cittadino le poste in gioco alle elezioni europee. Ed allora dovrebbe risultare chiaro che, alla luce di tale situazione, la posizione politicamente più significativa che il Partito potrà in futuro mettere a disposizione diventerà proprio quella di “candidato Presidente”, nell’ottica di una competizione che potrebbe finalmente marcare un disboscamento di critiche insensate o ingiustificate alle Istituzioni europee. L’onere della definizione di piattaforme politiche unitarie e dei “candidati” ricade infatti nella libera disponibilità e responsabilità dei Partiti politici, e quindi diventa indice e termometro della loro consistenza e coerenza interna, non già di quelle del Consiglio Europeo o del Parlamento.
Noi non sappiamo, in questo momento, se un simile meccanismo di designazione del “leader elettorale” verrà adottato anche dagli altri maggiori partiti politici europei, però possiamo rivelare ai nostri lettori quello che abbiamo visto e inferito dallo svolgimento di questo Congresso del PSE. E cioè che vi è già un possibile leader in pectore, che da tempo sta scaldando i motori per la corsa: si tratta del tedesco Martin Schulz, attuale Presidente del Parlamento Europeo, vero primattore delle assise. Il suo discorso, che egli ha tenuto come al solito parlando in tre lingue, ha calamitato delegati e ospiti per tre quarti d’ora, durante i quali il vulcanico uomo politico, membro del Parlamento Europeo dal 1994 e suo Presidente dall’inizio di quest’anno a seguito dell’accordo “di legislatura” con i Popolari stipulato già nel 2009, ha condensato il credo e la linea politica del Partito in maniera forte e chiara.
Non è un “moderato”, Schulz, per quello che possono servire queste “etichette” in un contesto ed una fase politica molto magmatica e anche difficile. Questa cosa, del resto, l’aveva capita al volo anche Berlusconi quando, nel famoso discorso all’inizio del semestre di presidenza italiana dell’Unione, nel 2003, gli diede del “kapò” dopo aver ascoltato il suo intervento in Aula, ficcante e critico secondo tutti i ben noti canoni “antiberlusconiani” d’ordinanza. E il tedesco non si lascia certo fraintendere. L’anno scorso aveva scaldato gli animi della “Convenzione Progressista” dichiarando: «Io sono anticapitalista! È perché sono socialista, e il socialismo è il contrario del capitalismo!». Ora, il discorso di quest’anno non ha toccato simili vette retoriche, ma si è dipanato lungo tutti gli aspetti della politica del Partito su cui, come abbiamo detto, si è raggiunto un consenso. Il messaggio che si doveva far giungere a tutti i delegati era chiaro: i socialisti hanno il vento in poppa, stanno vincendo un po’ dovunque dopo il decennio “conservatore” e di politica “di destra” in Europa (e giù con la sfilza dei Paesi dove la bandierina rossa è stata piantata), e vinceranno anche nel 2014, per il Parlamento europeo. Non senza, beninteso, aver conquistato anche Italia e Germania, cosa che il teutonico Presidente dà un po’ troppo per scontata.
Due parole ancora sulla platea congressuale, da un punto di vista di interesse più diretto per il nostro Paese. Alla legittima domanda, che ci si dovrebbe porre, «chi sono i socialisti italiani?», bisogna dire che, oggidì, vi è una risposta ufficiale: «Praticamente nessuno». Non si tratta di una battuta, ma di una constatazione, dovuta al fatto che, dei due membri italiani presenti nel PSE fino all’anno scorso – i Democratici di Sinistra e il PSI – oggi (al Congresso) è stata ufficialmente decretata la decadenza del primo, per scomparsa del Partito, comunicata alla Segreteria di Bruxelles con lettera datata 21 marzo 2012 (un po’ in ritardo, si direbbe), e sono stati “congelati” i voti congressuali del secondo, a seguito del ripetuto mancato pagamento della quota associativa (un paio di anni, pare). Pia Locatelli ha assicurato che saranno saldate le pendenze non appena arriverà la prossima tranche di finanziamento pubblico (non sappiamo a che titolo, ma intanto è stata indetta una sottoscrizione). In ogni caso, agli effetti formali, in questo Congresso gli Italiani non contavano nulla, e pure le sedie riservate al PD quale mero “ospite” erano desolatamente vuote. Massimo D’Alema ha fatto brevemente capolino nella sua qualità di Presidente della FEPS (Foundation for European Progressive Studies) che invece è un membro associato con diritto di voto.
Non vogliamo comunque sottacere le solide relazioni che Bersani mantiene con gli altri leader, avendo certamente potuto fare tesoro proprio della membership dei DS, ora estinta. Ad esempio, il Segretario del PD era presente alla cena ufficiale, della sera precedente, e prima di questa ha intrattenuto dei colloqui bilaterali con lo spagnolo Rubalcaba e il greco Venizelos. All’arrivo del rumeno Ponta sembrava si abbracciasse con un vecchio amico d’infanzia, tanto sono state calorose le effusioni; del resto con lui può parlare in italiano e confessare anche i pensieri più intimi: «Stiamo andando da Dio», si è lasciato andare il Segretario, in replica al primo ministro di Bucarest che sciorinava sondaggi con un consenso al 60% per la propria maggioranza.
Ora, può essere che agli altri delegati poco importasse di questa situazione, e del resto il PD viene sovente citato come “partito fratello” in Italia. Non sappiamo dire però quanto tale percezione potrebbe rimanere immutata se la leadership del partito dovesse in futuro andare – per dire – a Matteo Renzi. Di certo vogliamo qui cogliere l’occasione per far notare che la sconnessione fra l’Italia e la famiglia politica del PSE rischia di rivelarsi sempre più dannosa e contraria agli intendimenti di integrazione politica richiamati all’inizio. C’è materiale, insomma, per una riflessione profonda ed una discussione franca, e nel PD prima ancora che nel PSI, ovviamente, visto che i deboli legami del gruppo parlamentare (S&D) non sembrano quelli più adatti per incidere nelle fondamentali decisioni strategiche, per non dire nelle vicende riguardanti le posizioni di potere personali – D’Alema potrà anche restare fuori dal Parlamento italiano, ma un pensierino come Alto Rappresentante della Politica Estera e Sicurezza Comune (il ruolo attualmente della Ashton) lo fa senz’altro. Del resto non è che la situazione degli altri Partiti italiani per rapporto alle rispettive famiglie europee sia più soddisfacente. È vero, ad esempio, che l’Italia dei Valori è membro ordinario dell’ELDR (i Liberaldemocratici e Riformisti Europei), ma va riconosciuto che il profilo politico-culturale necessario per aspirare ad un ruolo direttivo in quella famiglia è ancora piuttosto al di fuori della portata del partito di Di Pietro, mentre i Radicali di Pannella e Bonino intrattengono giocoforza una relazione molto peculiare. Per quanto riguarda il PPE, basterebbe solo ricordare i travagli esistenziali ed organizzativi dei due membri italiani, il PdL e l’UDC, e la loro bicefala collocazione politica in Italia negli anni recenti, per voltarsi dall’altra parte.
In conclusione, se i Socialisti stanno lavorando per la riscossa continentale, molto lavoro rimane in agenda per tanti altri attori e protagonisti politici, se vogliono essere o rimanere tali.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




