Soccorso concorso: la via giudiziaria al merito nell’università

di Matteo Rizzolli.

Di Al_fred

Email di Silvia: “Ho  partecipato a più di 20 concorsi da ricercatore non riuscendo mai a vincere e ho visto concorsi di tutti i tipi: ho visto vincere gente molto brava e ho visto vincere chi anche adesso – dopo anni – ha scritto meno articoli di quelli che io avevo al momento del concorso. Non faccio più ricerca da qualche anno perché gratis non me lo posso permettere e dunque ora per me è diventato impossibile vincere un concorso nell’Università“.

Un gruppo di ricercatori ha organizzato una raccolta fondi per finanziare i ricorsi al TAR su casi di concorso dove vince il peggiore: www.soccorsoconcorso.org. Per non dover più leggere email come quelle di Silvia.

Un concorso universitario truccato, dove vince il candidato con meno meriti, è devastante sotto molti aspetti. Crea un danno alla cittadinanza, perché impedisce di fatto che il servizio pubblico offerto dall’università sia il migliore possibile. Crea un danno all’università, perché rafforza i meccanismi clientelari dei baroni che si circondano di mediocri obbedienti invece che di ricercatori bravi e indipendenti. Crea un danno alle persone ingiustamente bocciate dal concorso, e non è solo un danno patrimoniale perché viene rimandato (a volte per sempre) l’ingresso nel mondo accademico. È anche un danno non-patrimoniale, perché non si può quantificare il costo di aver ucciso un sogno, come è successo nel caso di Silvia.

E sì, certo, i concorsi per diventare ricercatori sono delle procedure forse antiquate. In molti altri paesi è considerato normale che siano le persone del dipartimento a selezionare i nuovi ricercatori in maniera del tutto discrezionale e a prescindere dai titoli guadagnati sino ad allora. La ragione è che in questo modo si possono assumere gli Einstein in erba prima che essi abbiano già espresso interamente il loro potenziale. In quei sistemi però i dipartimenti che si prendono questi rischi rispondono delle conseguenze. In termini di prestigio, di controllo sociale da parte degli altri colleghi e sopratutto in termini di fondi di ricerca che poi affluiscono al dipartimento. In Italia questi meccanismi o non esistono, oppure non funzionano. Dopo decenni di sostanziale discrezionalità nelle assunzioni in ruolo dei ricercatori senza titoli all’altezza, di Einstein neanche l’ombra, mentre di mediocri inadeguati ma obbedienti abbiamo riempito le università.

Per limitare questa prassi, la legge sulle valutazioni comparative per il ruolo da ricercatore, dal 2008 in poi (ed ora anche con la riforma Gelmini) non lascia grandi margini di discrezionalità: i candidati devono essere valutati strettamente in base ai titoli e alle pubblicazioni, usando metodi di comparazione utilizzati abitualmente dalla comunità scientifica (prima si effettuavano anche delle prove, sul cui giudizio le commissioni usavano tutta la fantasia necessaria a far vincere i predestinati). In questo modo forse si rischia di non assumere gli Einstein in erba ma almeno si assumono i candidati che hanno già dimostrato di saper fare ricerca meglio degli altri. Per gli Einstein siamo sicuri che un paio di semestri in più di assegno di ricerca consentiranno di dimostrare le loro straordinarie capacità.

Nonostante le commissioni di concorso possano valutare solo le pubblicazioni usando metri riconosciuti dalla comunità scientifica (in molti settori questi sono i cosiddetti indici bibliometrici), succedono ancora cose che gli umani non accademici non possono nemmeno immaginare.

Succede ad esempio che in un concorso alla fine del 2011 in economia politica ad Alessandria, la commissione provi a far vincere, tra i 13 candidati, una candidata con zero pubblicazioni referate (ovvero soggette al vaglio di un valutatore anonimo) e zero citazioni (senza cioè che qualcuno avesse citato i suoi lavori), e questo mentre molti degli altri candidati presentavano pubblicazioni di una certa rilevanza. La presunta vincitrice è – guarda caso – collaboratrice e coautrice del presidente della commissione.

Poco dopo a Varese la storia si ripete sempre in un settore economico: questa volta i candidati sono 17 ma il vincitore del concorso è sempre quello con zero titoli. Dobbiamo dirlo? Il vincitore è collaboratore e coautore del presidente della commissione.

Infine arriviamo ad Ilaria Negri, che partecipa ad un concorso in entomologia a Milano. Ha tutti i numeri per aspirare a quel posto: detiene un brevetto e ha pubblicato su riviste scientifiche di primo piano, come i “Proceedings of the Royal Society of London” e i “Proceedings of the National Academy of Science”, che ospitano contributi di premi Nobel. Il posto viene invece vinto da una candidata i cui lavori hanno trovato spazio soprattutto su news magazine come “Molini d’Italia” e “Vita in campagna”, oppure sul “Bollettino di Zoologia agraria e di Bachicoltura”, rivista “fatta in casa” dallo stesso dipartimento. Ovviamente anche in questo caso la candidata vincitrice è  collaboratrice e coautrice del presidente della commissione.

Ilaria ricorre due volte al TAR e due volte il TAR le dà ragione sul fatto che la decisione della commisisone ignori completamente la valutazione comparativa fatta secondo la prassi internazionale. Dopo che la commissione ha confermato per la terza volta la vincitrice, ignorando nuovamente gli indici bibliometrici, Ilaria sta raccogliendo le forze, anche mentali, per continuare la battaglia.

Oggi però Ilaria non è più sola a combattere. Un gruppo di ricercatori di cui mi onoro di far parte ha infatti avviato una raccolta fondi per finanziare le spese del ricorso. L’iniziativa prende il nome di “Soccorso Concorso”. Al gruppo, chiamato Secs-Team (Secs sta per “scienze economiche e statistiche”), e ad Ilaria, Report ha dedicato un bel servizio:

L’obiettivo della raccolta fondi è quello di lanciare un segnale forte e chiaro. Il segnale è destinato in primo luogo ai ragazzi che aspirano ad una carriera accademica basata sul merito scientifico e che oggi vivono di contratti precari e per i quali i costi di un ricorso al TAR non sono affatto trascurabili. Sapere che raccogliere i fondi per un eventuale ricorso è possibile li mette in condizione di poter accedere alla giustizia, qualora subissero il grave torto di vedersi negare un giudizio obiettivo in una valutazione comparativa. Il segnale poi è destinato anche ai baroni, che proprio contando sulla difficoltà di accedere ai tribunali da parte dei ricercatori sperano di farla franca con le malefatte in violazione della legge. Sappiano i baroni che non solo i giovani ricercatori possono ottenere giustizia nei tribunali, ma anche che oggi è molto più facile esporre pubblicamente certi comportamenti.

Il segnale è però prima di tutto per Ilaria e per le altre vittime di questi concorsi dove si premia il peggiore. Non vi arrendete, c’è una comunità che vi sta vicina e che non vuole più leggere messaggi come quello di Silvia all’inizio di questo articolo.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. L’unica cosa che non quaglia è il paragrafo dove si afferma che “[...] i concorsi per diventare ricercatori sono delle procedure forse antiquate”, con l’altra errata considerazione che “In molti altri paesi è considerato normale che siano le persone del dipartimento a selezionare i nuovi ricercatori in maniera del tutto discrezionale ed a prescindere dai titoli guadagnati sino ad allora. La ragione è che in questo modo si possono assumere gli Einstein in erba prima che essi abbiano già espresso interamente il loro potenziale.”.

    Poichè il resto dell’articolo, e la vicenda stessa, contraddicono palesemente questo paragrafo, non ce ne preoccupiamo troppo.

  2. Matteo R.

    Renzino tu sai bene che ogni volta che si racconta di un concorso balengo come quelli in oggetto arriva sempre il pierino che ti dice “si ma è proprio lo strumento del concorso che non funziona in se e se si abolissero i concorsi e si responsabilizzassero direttamente i dipartimenti per le assunzioni che fanno il mondo sarebbe magicamente meraviglioso e meritocratico”

    Quando arriva questa obiezione si possono fare due cose: o si discute di quale potrebbe essere in linea teorica il miglior modo di selezionare i ricercatori (ed è uan discussione dalla quale non se ne esce) oppure si dice semplicemente che si, magari ci sono sistemi migliori ma noi abbiamo per legge questo e quindi dobbiamo fare i conti con il come far funzionare praticamente bene questo, non come pensare ad uno che potrebbe funzionare teoricamente meglio

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