Proseguite pure senza di me. Le donne, la carriera, il tempo

di Emanuela Marchiafava.

L’abbandono di ruoli apicali da parte di donne che non riescono ad “avere tutto”. Ma gli uomini in ruoli analoghi ci riescono?

“Scusate ma devo andare, proseguite pure senza di me.  Devo preparare la cena ai miei figli e domani è pure il primo giorno di scuola”. Queste parole non sono state pronunciate da una casalinga che si attardava a chiacchierare al supermercato, ma da una giornalista di fama, in occasione di un incontro pubblico dove svolgeva il ruolo di moderatrice.

“Proseguite pure senza di me”.

Women Power and Politics di AslanMedia

È la stessa cosa che deve aver pensato Anne-Marie Slaughter, quando ha lasciato la prestigiosa direzione del policy planning del presidente Obama nel gennaio 2011. Dopo soli due anni di mandato, allo scadere del congedo dalla Princeton University, ha preso la decisione di mollare tutto e tornare a casa. A quella prima decisione sono seguite però molte altre considerazioni che l’hanno portata a scrivere “Why women still can’t have it all”, articolo pubblicato a luglio 2012 da The Atlantic (e pubblicato in Italia da Internazionale col titolo “La scelta obbligata delle donne”). Nell’articolo Slaughter spiega che l’impossibilità di destreggiarsi tra un incarico pubblico di grande responsabilità e le esigenze dei suoi due figli adolescenti sono state la causa determinante che l’ha indotta a lasciare, costatando che, purtroppo ancora oggi, le donne non possono avere tutto.

Non possono avere tutto? Il dibattito – planetario – si è articolato attorno a questa domanda. Ma è la domanda giusta? Che cosa significa che “le donne non possono avere tutto”? Forse gli uomini riescono ad “avere tutto”?  No, che non ci riescono. Eppure i comportamenti e le reazioni sono molto differenti.

Per le donne “avere tutto” significa “fare” tutto; in altre parole, devono essere il soggetto attivo e centrale delle relazioni – familiari, sociali, lavorative – in cui sono immerse. Tutto ciò comporta un sovraccarico di lavoro difficilmente gestibile quando la professione richiede una dedizione totale. Quando si ricoprono ruoli di grande responsabilità e impegno, la prima cosa ad essere sacrificata è, purtroppo, la propria vita privata. Sono ruoli troppo impegnativi, che assorbono ogni energia e gran parte del tempo disponibile. È impensabile sperare di poter svolgere altri compiti e ruoli con la stessa dedizione di prima. E allora perché le donne si illudono? E perché pensano di “non poter avere tutto?”. Perché svolgere queste funzioni implica, quasi sempre, un tratto identitario: in altre parole, non si considerano donne (non persone, badate bene) complete se non dimostrano a se stesse e al mondo intero che riescono in tutto quello che fanno.

Forse che gli uomini in ruoli analoghi ci riescono? Niente affatto: sanno perfettamente, pur se talvolta nella sofferenza, di sacrificare una parte della loro vita. Ma hanno un vantaggio: verso di loro non scatta il giudizio morale, non è intaccata la loro reputazione sociale.

Ecco perché le donne invece si precipitano a sottolineare la loro capacità di gestire tutto a tutto tondo; e, mentre lo fanno, cadono nello stereotipo della donna che sa far tutto, autodenunciandosi di fronte ad un mondo ancora troppo maschilista. Avete mai visto un politico, un dirigente pubblico, un manager privato che arriva in ritardo a una riunione dichiarando che ha tardato perché ha dovuto portare il figlio a lezione di pianoforte? Le donne lo fanno tutti i giorni e, se da un lato “tranquillizzano” gli interlocutori sui ruoli femminili che continuano a svolgere, dall’altro declassano il loro impegno professionale a complementare anziché prioritario. In altre parole, certificando che non si impegnano al 100% sul lavoro, disinnescano i meccanismi di competizione nei loro confronti, perché non sono più ritenute pericolose concorrenti.

Alle donne, infatti, la società ancora chiede la complementarietà, non la sostituzione – totale o parziale – dei ruoli. Non si può essere il direttore del policy planning di Obama e ridurre al minimo il proprio ruolo materno: ci si aspetta che si riesca a svolgerli entrambi. Purtroppo, tale risultato è praticamente irraggiungibile nella stragrande maggioranza dei casi, un fallimento che genera frustrazione in chi lo vive in prima persona e demotiva tutte le altre a fare altrettanto. Ecco come si spreca metà del talento disponibile sul mercato. Come correttamente sottolinea Slaughter , “non si tratta di questioni femminili, ma di temi sociali ed economici. Le società che scoprono come utilizzare l’istruzione e il talento di metà delle loro popolazioni, consentendo nello stesso tempo alle donne e ai loro partner d’investire nelle loro famiglie, avranno un vantaggio competitivo nel mercato globale della conoscenza e dell’innovazione”.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti