di Luca Franza.
Circa due settimane fa, il Segretario americano alla difesa Leon Panetta ha annunciato senza troppo scalpore che l’incremento (surge) delle truppe statunitensi in Afghanistan è ufficialmente terminato. Com’è noto da tempo, Washington conta di ritirare le 68.000 unità ancora dispiegate nel Paese tra il 2013 e il 2014. La questione più impellente a questo stadio è se ci siano concrete prospettive di pacificazione. E se la fine della surge americana segnasse l’inizio della surge talebana? Date le notizie pressoché quotidiane di attacchi suicidi e imboscate, si può facilmente affermare che un disimpegno da parte occidentale è concepibile solo se gli attori sul campo, compresi i Talebani, acconsentono effettivamente a una pace negoziata.
Ecco dunque che dopo undici anni di costosa occupazione, la superpotenza mondiale è costretta a riconoscere che i Talebani svolgono ancora un ruolo di primo piano sulla scena politica afghana. Tenere i Talebani a margine del processo di pace significherebbe semplicemente consegnare il Paese al caos. Vista l’incapacità di sedarli con mezzi militari soverchianti come quelli a disposizione degli occidentali, risulta infatti difficile azzardare che questo compito possa essere svolto dalle forze di polizia afghane, dipendenti dal corrotto governo di Karzai e sempre più permeabili a infiltrati. La coalizione appare pienamente consapevole della necessità di giocare la carta della diplomazia. Ciononostante, è chiaro che gli Stati Uniti non possono correre il rischio che l’abbandono della propria strategia militare e la disponibilità a trattare con un nemico giurato ridotto a poche migliaia di miliziani sia interpretata dal mondo come un sintomo di debolezza. Washington dovrà perciò trovare il modo di includere i Talebani nelle negoziazioni senza troppo clamore, assicurandosi altresì che la loro presenza politica post-bellica sia, per quanto possibile, di basso profilo.
Il fatto che si debba scendere a patti coi Talebani sembra ormai fuori discussione negli ambienti politici occidentali, sebbene una linea più intransigente ispiri ancora parte dell’establishment militare americano. Dopo gli incredibili successi iniziali dell’operazione Enduring Freedom, la virulenza dell’insorgenza è andata intensificandosi invece che affievolirsi. I Talebani si sono resi protagonisti, anche recentemente, di vere e proprie manovre militari contro le forze d’occupazione. La strumentalizzazione, riuscita, della vicenda del Corano bruciato nella base Nato di Bagram dimostra quanto i Talebani siano ancora in grado di mobilitare forti suggestioni ideologiche e attirare seguito e adesione presso la popolazione civile, specie la constituency pashtun.
Significativamente, lo spargimento di sangue innescato dall’episodio, avvenuto lo scorso febbraio, è successivo al primo coinvolgimento dei Talebani nei negoziati. Già dall’inverno 2011, infatti, l’intercessione di attori dall’immagine solida e consensuale quali Germania e Qatar aveva spianato la strada ai primi contatti tra la coalizione e i miliziani. Da allora, tuttavia, si è periodicamente assistito a episodi di recrudescenza, che impediscono ulteriori passi in avanti nei negoziati di pace.
Gran parte dell’analisi si è finora concentrata sulle richieste che la Nato potrebbe e dovrebbe rivolgere ai Talebani e su come minimizzare l’impatto negativo di un loro ritorno sulla scena politica. Visti i fallimenti di questo approccio, è quanto mai necessario mutare radicalmente prospettiva e comprendere le motivazioni e le aspettative dei Talebani in relazione a una pace negoziata. Solo così si riusciranno a delineare le tappe del processo di pace e a impostare le trattative con un interlocutore che, nonostante le stigmatizzazioni perpetrate da parte della stampa internazionale, è decisamente razionale e paziente (‘gli americani hanno gli orologi, noi abbiamo il tempo’ – recita un celebre adagio talebano).
Il primo fattore da tenere in considerazione quando si auspica il coinvolgimento dei Talebani nei negoziati è la loro estrema frammentazione interna. Ritenuta precedentemente un punto a vantaggio della coalizione, l’incoerenza del campo nemico potrebbe al contrario rivelarsi fatale. Si possono individuare due diverse tipologie di divisione: orizzontale e verticale. La prima fa riferimento alle divergenze intestine tra gli esponenti di spicco della shura di Quetta, nonché tra questi e gruppi jihadisti affiliati quali Hizb-i-Islami Gulbuddin, Tehrik Taliban Pakistan, qaedisti tradizionali e gruppuscoli ceceni o uzbechi attivi nelle aree tribali a cavallo tra Pakistan e Afghanistan. La seconda si riferisce invece alla frattura che potrebbe emergere in merito all’adesione a un eventuale processo di pace tra i leader e la base.
Sebbene il mullah Omar sia ancora un’autorità rispettata e la sua posizione sia destinata a influenzare in modo determinante le trattative, non si possono escludere scissioni di ali oltranziste o gravi azioni di disturbo da parte di elementi isolati che percepiscono di non avere nulla da guadagnare dai negoziati. Quanto alla frammentazione orizzontale, Hizb-i-Islami Gulbuddin spicca attualmente come l’attore più indomabile. Convincerne i capi a deporre le armi e considerare l’opportunità di istituzionalizzarsi in un contesto post-bellico sembra ancora fantascienza. La linea di divisione più preoccupante è tuttavia quella tra leader e combattenti sul campo, soprattutto dopo che l’eliminazione dei ranghi intermedi ha favorito l’emersione di nuove figure con labili legami di lealtà con Quetta. In altre parole, il rischio è che gli americani si impegnino in negoziazioni con interlocutori privi di reale controllo sulle dinamiche locali. Coinvolgere il maggior numero possibile di attori è dunque una priorità. È infatti presumibile che gruppi di insurrezionalisti in crescita quali la Rete Haqqani saboterebbero con ogni mezzo i negoziati nel caso in cui se ne sentissero esclusi.
Una considerazione altrettanto fondamentale riguarda l’atteggiamento con il quale la guerriglia si affaccerebbe alle trattative. Da un lato, la persistente virulenza delle azioni belliche talebane sembrerebbe suggerire che gli affiliati non si sentano ancora militarmente sconfitti e che tentino di alzare il tiro per disporre di maggior spazio di manovra una volta seduti al tavolo dei negoziati. Dall’altro, gli stessi attori potrebbero essere stanchi di combattere e volenterosi di sfruttare una congiuntura quanto mai favorevole determinata dal bisogno occidentale di chiudere il dossier afghano al più presto. Del resto, visto il successo degli attacchi dei droni americani ai danni dei quadri intermedi della compagine talebana, le prospettive di medio-termine non sono di certo a loro favore. La dirigenza insurrezionalista è pienamente consapevole che l’eliminazione di tale trait d’union le sarà d’intralcio in termini di gestione tattica. Inoltre, la paranoia di essere tagliati fuori da una pace separata siglata tra le (più che ambigue) autorità pakistane e il campo filo-americano potrebbe svolgere un ruolo di ulteriore catalizzazione.
In termini di contenuto, è ragionevole pensare che i Talebani pretendano il completo ritiro di truppe straniere dal suolo afghano come condizione preliminare e che rifiutino soluzioni alternative quali forze d’interposizione multilaterali. Sulla scia di tale richiesta, essi cercheranno di ottenere rassicurazioni circa la cessazione di raid volti all’eliminazione dei capi dell’insorgenza (che, in principio, potrebbero essere portati avanti anche in assenza di forze di terra). Quanto alle richieste politiche, è difficile pensare che i Talebani rinuncino a voler imporre la sharia e a contestare la costituzione approvata dal governo di Karzai (con cui peraltro essi rifiuteranno quasi sicuramente di dialogare, almeno in un primo momento). Infine, essi chiederanno la testa di alcune tra le personalità a loro più invise, notoriamente tra esponenti dei gruppi etnici avversari dei pashtun e tra i signori della guerra alleati di Washington e Karzai.
Tra le concessioni che si possono realisticamente strappare ai Talebani assumono particolare importanza la loro rottura definitiva con Al-Qaeda e l’accettazione da parte loro di un livello minimo di libertà (quali il diritto all’educazione per le donne) e di un regime di non belligeranza con le minoranze sciite (gli Hazara orientali e isolate comunità tagiche). Quanto all’assetto politico, l’opzione più accreditata è che il mullah Omar lasci governare Karzai per esigenze di legittimità internazionale, puntando ad accordi di power sharing piuttosto che a una competizione a tutto campo.
Nonostante le enormi difficoltà sovraevidenziate, sembra comunque possibile coinvolgere i Talebani nei negoziati di pace, contrariamente a quanto suggerirebbero le continue violenze sul campo. Perché questo possa avvenire, l’Occidente deve tuttavia prepararsi a pesantissimi compromessi e ad accettare un Afghanistan totalmente diverso da com’era stato dipinto dai fautori della guerra totale al terrorismo e all’oscurantismo islamista.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




