di Giovanni Biava ed Ernesto Gallo.
Pareva che la tempesta fosse passata; Monti già vedeva la luce, e lo spread sembrava uscito (finalmente!) dalle prime pagine dei quotidiani. Invece no. I guai della Spagna, nuove e violente proteste in Grecia e l’inasprirsi della crisi in Italia (in combinazione con i problemi e gli scandali delle regioni) hanno messo in chiaro che il problema di sopravvivenza dell’Euro e dell’Unione europea è solo temporaneamente sospeso.
Possibile che nessuna forza politica, europea o italiana, decida di muoversi ed agire per un’Europa federale? Possibile che la politica stessa sembri paralizzata e resti inerte di fronte al potere finanziario e alla competizione di altre e più ‘fresche’ regioni del pianeta?
In realtà diversi esponenti della politica continentale, anche di spicco, si sono pronunciati a favore di una ‘federazione europea’. Poi però si sono fermati lì. Ne ha parlato la Vicepresidente della Commissione Europea, Viviane Reding, in una lettera aperta del 28 giugno, ‘The time has come for a European Federation’. Ne ha parlato, con toni più sfumati, lo stesso Presidente Barroso lo scorso 12 settembre; anche se la sua espressione ‘democratic federation of nation-states’ suona tremendamente ambigua; buona un po’ per tutti e tutte le stagioni. Mai come ora invece il nostro continente ha bisogno di chiarezza, scelte nette e fondative; e ha bisogno di azione. Che cosa hanno fatto il Parlamento europeo (al di là delle spesso lodevoli parole del Presidente Schulz), la Commissione, i governi e i parlamenti nazionali per coinvolgere e mobilitare i cittadini europei? Perché nessuna forza politica, né a destra né a sinistra, abbraccia con convinzione la causa europea e fa suo il progetto progressista delineato da Altiero Spinelli nel 1941?
Può darsi che la lontananza dalla guerra e il benessere abbiano affievolito lo spirito europeista delle classi dirigenti e degli stessi cittadini europei. Come illustra Eurostat (2011), l’Unione europea è ancora la più grande area economica del mondo, con un Pil di circa 12,469,000 €, a fronte di 10,832,000 € per gli USA. Paradossalmente, anche il debito pubblico UE (82.5%) è sensibilmente inferiore al corrispettivo USA (100.88%)! Purtroppo però l’era di benessere successiva alla Seconda guerra mondiale sembra giunta al termine, al capolinea.
L’ascesa delle potenze del Pacifico è ormai un fatto. Può darsi che la Cina impieghi più tempo del previsto, e riesca a superare gli USA soltanto verso il 2025-2030, anche se il calcolo del Pil di Pechino è reso più difficile dall’ampia componente di economia sommersa, considerando la quale la sua vicinanza agli USA sarebbe molto maggiore. Il Giappone, in recupero dopo il disastro di Fukushima, resta la terza economia mondiale. Australia (oltre 65,000 $) e Singapore (49,000 $) hanno ormai un Pil pro capite assai superiore a quello della madre patria britannica (39,000 $, sempre secondo il FMI, 2011). Soprattutto, il vertice APEC (Asia Pacific Economic Co-operation), organizzato a Vladivostok nella prima settimana di settembre e fortemente voluto dal presidente Putin, ha rivelato la volontà della stessa Russia di essere partner attivo delle economie del Pacifico, in primo luogo quale fornitore di gas e risorse energetiche. La centralità dell’oceano più vasto, già annunciata nel Novembre 2011 dal Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, è stata confermata dalle scelte dell’altra (ex) superpotenza. E come dare loro torto? Si affacciano sul Pacifico Cina e Giappone, Messico e Canada, Corea del Sud e Australia, Hong Kong e Singapore. Scusate se è poco…L’Europa è invece un mercato in crisi, anche per Putin e Gazprom, e l’Atlantico, per la prima volta nella storia moderna, pare destinato ad un ruolo secondario. Non sappiamo chi vincerà le prossime elezioni USA, anche se il successo di Obama sembra assai probabile; ciò che è certo è che il ‘riorientamento della strategia globale USA’ verso il Pacifico annunciato l’anno scorso dal Consigliere per la Sicurezza nazionale Donilon varrà almeno per altri quattro anni.
In un quadro simile, il peso dell’Europa è sempre più marginale. Anche perché Washington, che teme la potenziale competizione di un’Europa politica e dell’Euro, non ha né l’interesse né la volontà di tirare fuori dai guai il vecchio continente. Al contrario. A differenti livelli, l’amministrazione USA, importanti componenti di Wall Street, hedge funds, speculatori, agenzie di rating sono sotterraneamente attivi in una ‘guerra finanziaria’ (analizzata tra l’altro da Vito Lops su IlSole 24 Ore e Mauro Calise su Il Mattino) che mira innanzitutto a salvaguardare l’egemonia del dollaro quale valuta mondiale di riserva. Uno sguardo ai numeri: il dollaro costituiva il 71% delle riserve mondiali nel 1999, per poi scendere gradualmente al 62.1% nel 2009, il momento più critico della recente crisi finanziaria. L’euro, nello stesso arco di tempo, era salito dal 17.9% al 27.6%. Immaginiamoci che cosa succederebbe se l’Unione Europea avesse una vera connotazione politica, con una banca centrale ed un governo dotati di poteri molto più incisivi. D’altra parte, è noto che paesi quali Iraq e Iran avessero considerato l’opzione di commerciare petrolio in euro anziché dollari. Ora l’Iran vende petrolio in cambio di… rupie e Yuan, come era prevedibile… Resta che gli Stati Uniti, ed in particolare una frazione della loro industria finanziaria, sono avversi a qualsiasi progetto di unione politica europea, e preferiscono tenere il nostro continente in un ruolo subordinato; magari nel quadro di un’architettura istituzionale più chiara, efficiente, lineare, ma pur sempre in un ruolo subordinato.
Non che l’Europa abbia fatto molto per emanciparsi. La Germania (si veda il Financial Times, 28 agosto, Merkel marks ‘special’ China relationship) è spesso percepita, soprattutto in Cina, quale ‘rappresentante’ della stessa Unione Europea, creando non pochi imbarazzi alle autorità di Bruxelles. La Francia di Hollande non ha finora dato segnali forti. La Gran Bretagna tiene un profilo basso, soprattutto dopo i recenti scandali di HSBC (multata in Messico per lassismo in operazioni finanziarie coinvolgenti ‘signori della droga’ di quel paese) e Barclays (implicata nello scandalo Libor, relativo alla manipolazione di un tasso di interesse interbancario) – due colpi pesanti al sistema bancario britannico, sui quali non a caso è subito calato l’estremo riserbo dei media.
Ancora una volta, il prezzo più alto è pagato dalle fasce più deboli, ed in specie dai giovani. Persino in Gran Bretagna oltre il 16% dei giovani di età 16-24 è NEET (‘not in education, employment, or training’). In Grecia e Spagna la disoccupazione giovanile ha rispettivamente raggiunto il 54.9% (EU Observer, 9 agosto) e il 51.1% (OECD, marzo 2012). In Italia non siamo molto lontani – 35.9% (OECD, marzo 2012). La mancanza di prospettive sta dando fuoco alle polveri di tensioni sociali, estremismo politico (si pensi ai neonazisti Greci di ‘Alba Dorata’) e diffusa disperazione, proprio nel senso letterale di ‘perdita di speranze’. Lo scorso 11 settembre un milione di catalani è sceso in piazza chiedendo l’indipendenza da Madrid, e il Presidente regionale Artur Mas pare intenzionato a porre la questione a referendum, anche senza il sì del governo centrale. Anche questa è una disperata fuga in avanti. Barcellona ha infatti appena chiesto a Madrid un bailout da 5.9 miliardi di euro, ed è difficile immaginare che da sola possa fare meglio: la vecchia borghesia industriale catalana è stata infatti messa a dura prova dalla globalizzazione, e non pare ragionevole pensare che Barcellona possa diventare un centro finanziario regionale o globale… Come potrebbe competere con Hong Kong, Tokyo, Sydney, Singapore…? La disperazione ha intanto raggiunto l’Italia dei distretti industriali in difficoltà, della tassazione insostenibile, e della rabbia, spesso repressa, per le spese irragionevoli, quando non tragicomiche (ecco il Laziogate) delle sue pubbliche amministrazioni.
L’Europa e l’Italia, ed in particolare le fasce più in difficoltà, come i giovani, hanno bisogno di più politica e di scelte coraggiose. La federazione europea non è più ideale di intellettuali o statisti lungimiranti, né obiettivo di specifici gruppi di interesse. Oggi è una necessità concreta, per riprendere a fare politica in un mondo sempre più ‘globale’. Non lasciamo la cosiddetta ‘globalizzazione’ solo ad internet, ai mercati finanziari, al consumo di massa. Diamo alla politica nostra – europea – una chance!
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Il motivo è semplice: la cosiddetta “Europa Federale” significa che i Nordici (D, NL, FI) paghini per i Sudici (PIGS), e ciò non è ammissibile, cioè nessuno lo accetta. Amen.
Piccola nota al precedente commentatore. Europa federale non vuol dire che alcuni Stati pagano il conto ad altri. No. Quella non che è una squallida caricatura.
Provare ad essere federali vuol dire un’altra cosa: vuol dire imparare a fare delle cose insieme perchè in certi settori procedere insieme converrebbe in termine di costi e di efficacia sin da ora. Ma anche perchè o si procede in gruppo o si conterà sempre di meno (nutile illudersi come fanno certi stati europei).
Il vero problema è che il “fare”, e soprattutto il “fare insieme”, non si confà più allo spirito europeo, meglio parlare senza far nulla, o anzi meglio insultare il proprio vicino.
Infine ricordo che il mondo (e quindi anche l’Europa) non è fatta di buoni e catitvi. Di puliti e sudici. Con i primi che prestano ed i secondi che mangiano a sbafo. Questa è una caricatura, come dicevo prima. Il mondo funziona in modo un po’ più complesso, c’è proprio bisogno di ricordarlo anche fra i lettori di una rivista come iMille?