Le PMI al cuore della ripresa industriale europea

di Giulia Serio.

Ripartire dalle PMI, specializzarsi in servizi knowledge intensive e prodotti manufattorieri high-tech: l’Europa punta sull’economia della conoscenza.

Di woodleywonderworks

A pochi giorni dall’uscita dei dati economici semestrali, si è svolta a Bruxelles la “European SME Week”. Con l’occasione, sono stati resi pubblici i risultati del “Commission’s SME Performance Review 2012″ , un’analisi dello stato di salute delle piccole e medie imprese europee [PMI].

Bisogna ricordare che, al momento, gli esperti concordano nel prevedere che il prossimo semestre sarà il più difficile dall’inizio della crisi. Guardando i dati di Pier-Carlo Padoan, oggi vice direttore generale dell’OCSE, vediamo che, se già il primo semestre 2012 è stato di molto sotto le aspettative (con tassi di crescita del -1.3% e 1.8% per Inghilterra e il +0.1% e -0.2% per la Francia e dei drammatici -3.3% e il -2.9% per l’Italia nei primi due trimestri dell’anno), la seconda parte dell’anno non vedrà ancora la ripresa; con una Germania che, seppur aggiudicandosi la performance migliore, non riesce a superare il -0.5%, e l’Italia che vedrà un durissimo -2.9% e -1.4% abbattersi sui prossimi mesi. Prospettive molto preoccupanti quindi, soprattutto per quel che resta del tessuto produttivo italiano di PMI che cercano di combattere la deindustrializzazione.

Le conclusioni della “SME Performance Review 2012″ si propongono però di risanare la situazione dell’imprenditoria europea alla luce di alcune scoperte interessanti:

1. In primis, le PMI, lungi dal rappresentare un modello di business sorpassato, restano la spina dorsale dell’economia europea. Ad oggi, le PMI costituiscono il 98% delle imprese europee che non esercitano attività finanziarie e, tra queste, la grande maggioranza è rappresentata dalle micro imprese (meno di 10 impiegati), che ammonta a ben il 92%.

2. Le PMI hanno inoltre rappresentato uno dei più importanti motori anti-crisi degli ultimi due anni. Solo nel 2012, le PMI assicureranno il 67% dell’occupazione totale e il 58% del cosiddetto “Gross Value Added” prodotto in Europa.

Anche il mondo delle imprese soffre però della sindrome dell’“Europa a più velocità“, che fa sì che le performance economiche delle imprese varino molto tra i paesi europei. Tante sono, ovviamente, le discriminanti congiunturali e tendenziali che possono spiegare questo differenziale; il rapporto della Commissione Europea propone però un approccio settoriale: sembrerebbe, infatti, che i paesi che vantano un alto numero di PMI attive in settori ad alta specializzazione intellettuale, noti in gergo anglosassone come “knowledge intensive”[1] o manufattureria hi-tech[2], registrino anche tassi di crescita del GVA e della produttività sopra la media. Tra il 2009 e il 2011, nove paesi si sono distinti per la presenza di un numero di PMI knowledge intensive o specializzate in manufattureria hi-tech sopra la media e, per una volta, come possiamo vedere dalla cartina, l’Italia siede accanto a Germania, Svezia e Danimarca per presenza del settore.

 

 

Analizzando la performance di queste imprese in termini di GVA e occupazione creata vediamo però che, ad eccezione di Austria e Germania nel resto dei paesi europei, le PMI presentano andamenti piuttosto anemici, con Irlanda e Grecia che si trovano invece in marcata recessione. Se dal 2009 il GVA delle PMI italiane ha infatti ripreso a crescere, questa crescita non è però riuscita a tradursi in termini di occupazione, per cui livelli di occupazione del settore rimangono piuttosto bassi e senza dubbio inferiori alla media europea (grafico 1).

Pur mostrando una buona base imprenditoriale per affrontare sia la congiuntura economica che la concorrenza dei mercati emergenti, l’Italia sembra ancora esitare a scommettere su questo settore. I vantaggi oggi sono evidenti: i servizi  knowledge intensive non sono solo tra i più commerciabili, ma sono anche spesso collegati alla presenza di una buona attività manufatturiera, da questa dipendono, attingono e contribuiscono.

Il ritardo nell’affermazione dell’economia della conoscenza (knowledge economy), già da tempo considerato come uno dei fattori di ristagno dell’economia europea rispetto a quella statunitense, sta quindi già mostrando i primi effetti, agendo sulla capacità del sistema di crescere, creare occupazione, e rispondere alla crisi. L’idea che questa nuova direzione della politica industriale europea possa, anzi debba, fondarsi sul ruolo centrale delle PMI permette poi di incentrare la ricrescita su tessuto produttivo già esistente e offre al nostro paese delle ottime condizioni di partenza.

Le politiche industriali per l’affermazione dell’economia knowledge intensive sono quelle che passano per la valorizzazione dell’Università, della ricerca e dell’imprenditoria giovanile. Le misure di sostegno da mettere in atto vogliono fare delle Università un ponte tra il mondo della ricerca e quello dell’imprenditoria. Vogliono promuovere la piccola imprenditoria tramite aiuti alla ricerca, protezione della proprietà intellettuale e accesso al credito, così come dare vita ad i primi “Incubatori”, gli spazi e i servizi di assistenza messi a disposizione delle Università  e le Camere di Commercio per aiutare i giovani imprenditori a sviluppare le proprie idee. I nuovi pilastri della politica industriale europea saranno fatti di giovani, prodotti hi-tech, nuove tecnologie informatiche, servizi e consulenze, il tutto su una rete in cui i grandi agglomerati lasceranno spazio ai piccoli centri di innovazione.


[1]  I servizi knowledge intensive normalmente comprendono trasporti, editoria e grafica, programmazione, amministrazione pubblica, sanità, consulenza legale e ingegneristica.

[2] Per hi-tech ci riferiamo al settore farmaceutico, elettronica, ottica e informatica.

 

 

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti