La scuola agli studenti (nell’era della democrazia)

di Tommaso Caldarelli.

Di el rafa*

Il Ddl Aprea sulla riforma delle autonomie scolastiche è stato approvato alla Camera e si avvia alla discussione al Senato. Il testo dell’ex Sottosegretario all’Istruzione, molto contestato, mette mano in maniera non indifferente ai cosiddetti “decreti delegati”, gli strumenti che fin dagli anni ’70 hanno dato corpo e pratica quotidiana agli esperimenti di organizzazione studentesca, democrazia interna, assemblearismo, rappresentanza giovanile negli organi dirigenti delle scuole italiane. E che non hanno mai funzionato.

Mi spiego subito, perché dobbiamo capire cosa si intende per funzionamento di questi strumenti. Chi scrive non ha mai mancato di impegnarsi nelle elezioni interne al suo istituto secondario: rappresentante di classe, comitato studentesco, rappresentante di istituto. Bisognerà pur raccontare come funzionano, nella loro vicenda quotidiana, questi luoghi decisionali. Il consiglio di istituto è, di norma, monopolizzato dal preside e dai docenti, né i rappresentanti del personale Ata sono particolarmente inclini a schierarsi dalla parte degli studenti. I rappresentanti dei genitori sono sufficientemente ondivaghi; i rappresentanti degli studenti, senza alcuna formazione politica, si affacciano in questi luoghi alle loro prime esperienze di lotta, dibattito, confronto e battaglia.

I consigli di classe risultano essere teatro, per contro, di discussioni più concrete sul ritmo della didattica, sull’andamento della classe, sui problemi disciplinari interni. Anche qui, nondimeno, il ruolo degli studenti non ha mai la possibilità di essere decisivo, di influire concretamente sulla loro vita quotidiana e scolastica. La Consulta Provinciale, poi, viene vissuta come un luogo “lontano”, in generale monopolizzata dai partiti politici giovanili, generalmente poco valutato dalla comunità studentesca. Percepito come ininfluente.

Dunque, la vita quotidiana delle autonomie scolastiche vede la presenza degli studenti come, se va bene, cosmetica. Una presenza di testimonianza. Il che è, è stato e continua ad essere comunque straordinario. Le forme di autonomia studentesca per come finora hanno funzionato sono praticamente l’unica esperienza di gioco democratico che gli studenti di tutt’Italia hanno prima dei 18 anni. Costringono un ragazzo di 16 anni a girare i piani della sua scuola per presentare un “programma politico”, lo costringono a metterci la faccia; sono accompagnate da tutto un indotto politico molto fertile e vivace: collettivi pomeridiani, luoghi di ritrovo, giovanili di partito, appunto. La scuola si mantiene ancora come un universo parallelo, un luogo franco in cui si sviluppa la vita dello studente, e che allo studente appartiene. Dall’altra parte della cattedra rimangono gli adulti a comandare, e questo – naturalmente – permane anche negli organi rappresentativi.

Ma i ragazzi imparano allora a cercare l’accordo con le personalità all’interno dei consigli che più possono essere coinvolte nelle loro battaglie e convinte delle loro ragioni; imparano a portare avanti battaglie di testimonianza; imparano ad indire assemblee studentesche che l’80% degli studenti della scuola sistematicamente diserta, a meno che non ci sia un motivo vero per restare, e spetta proprio allo studente, il candidato, “il rappresentante”, fornire questo motivo. Proprio perché non funzionano, perché sono simboliche, perché offrono al ragazzo di provare il gioco della politica, sono delle esperienze straordinarie.

Il Ddl Aprea per molti versi è l’ennesima riforma all’italiana, perché non ha nemmeno la forza di mettere una parola chiara. All’articolo 4 il testo chiarisce che “nelle scuole secondarie di secondo grado è assicurata la rappresentanza degli studenti” senza ben farci capire quanto questa rappresentanza debba pesare. Con il risultato che, di volta in volta, ogni istituto potrebbe ridurre, potenzialmente, il numero dei rappresentanti degli studenti ad uno. Se devo fare un pronostico, in realtà non succederà nulla. Ma conosco le dinamiche interne alle scuole, e conosco più di un preside che, dopo un’autogestione in cui il solito cretino ha spaccato un banco, dopo un apertura pomeridiana in cui qualche altro cretino ha fatto entrare gli ennesimi “esterni” che si sono rubati il computer, sarebbe contento di avere in mano l’arma di ricatto che l’ex sottosegretario gli ha testé consegnato.

La realtà è che bisognerebbe credere negli studenti e credere nelle autonomie studentesche molto più di quanto non si sia fatto finora. Anche partendo dal riconoscere e (valutare se) certificare pratiche che esistono già:  si contano sulla punta delle dita gli istituti in cui gli studenti, coltello fra i denti e bandiera rossa in mano, “fanno l’autogestione”, “occupano la scuola”, e viva la rivoluzione. Accade sempre più spesso che le dirigenze di istituto, non volendo mettersi a trattare troppo da un lato e, perché no, riconoscendo le potenzialità educative dell’autonomia studentesca, concedono le celeberrime “settimane dello studente”, ovvero, banalmente, settimane autogestite con un minimo di criterio e controllo da parte del corpo docente.

Si potrebbe pensare che quella dell’autogestione studentesca sia una conquista ormai stabilmente raggiunta da parte degli studenti italiani, abituati ormai a prendersi una settimana in cui le scuole sono di volta in volta popolate da “corsi studenteschi”, a volte sui balli latino-americani, a volte serissimi approfondimenti su temi d’attualità che nulla hanno da invidiare a lezioni frontali impartite dal corpo docente. D’altronde l’autonomia o è tale, o non è, e dunque viva anche i corsi di balli latino-americani; oppure, se si sostiene che queste esperienze sono “perdite di tempo” e che vanno semplicemente impedite, si scriva con legge che il preside che consente tutto questo si rende responsabile di reato. Perché vi segnalo che tutto ciò accade in moltissime scuole, ed è una pratica, rispettivamente, tollerata, concordata, persino promossa dai docenti.

Si potrebbe investire sulle rappresentanze studentesche. E se è evidente (ma poi, lo è?) che gli studenti non debbono arrivare ad avere una “maggioranza decisionale” all’interno degli organismi rappresentativi, gli si consenta di presentare mozioni a discussione vincolata (che vanno prese adeguatamente in considerazione) e si affermi la pratica per cui il dirigente scolastico deve rispondere con ampia pubblicità alle sollecitazioni degli studenti. Si sfruttino le potenzialità di verifica del corpo docente insite nel consiglio di classe partecipato dai rappresentanti degli studenti, assegnando a queste figure ancora un po’ effimere, oltre alla magica firma sul foglio di richiesta dell’ora di “collettivo studentesco”, la responsabilità di compilare una relazione sullo stato della docenza, sul clima della classe, sullo stato dei rapporti.

Le autonomie studentesche sono una straordinaria occasione per credere nei ragazzi, per credere che abbiano qualcosa da dire, per dimostrargli che gli adulti sanno che la scuola è degli studenti. Depotenziarle, oltre ad essere brutto, è diseducativo.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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