Indipendenza della Catalogna: c’è chi dice sì

di Cecilia di Mario.

Madrid trema. Nonostante la notizia sia stata taciuta o scarsamente messa in risalto dai media spagnoli e internazionali, a Barcellona si è parlato di indipendenza; il grido per l’indipendenza della Catalogna si è levato forte in occasione della “Diada”, festa nazionale catalana svoltasi l’11 settembre scorso, quando circa un milione e mezzo di catalani si sono riversati nella città delle Ramblas per rivendicare l’autodeterminazione della loro regione.

Di Thundershead

Il presidente del governo catalano, Artur Mas, è quindi  intervenuto nel parlamento di Barcellona comunicando la decisione del suo governo di richiedere un referendum in merito all’indipendenza della Catalogna dal resto della Spagna. La decisione di Artur Mas muove anche dal rifiuto da parte del governo centrale guidato da Rajoy di accordare alla Catalogna l’autonomia finanziaria. Secondo il sistema di tributi spagnolo, quindici comunità autonome pagano le tasse al governo centrale ricevendo indietro servizi. Secondo alcune stime risulta che i Catalani pagano almeno il 12% in più di tasse all’anno di quanto ricevono indietro come servizi pubblici e sanitari. Il rifiuto da parte del governo centrale di accogliere la proposta del “patto fiscale” con la Catalogna ha portato il presidente della regione a richiedere ufficialmente l’indipendenza. Il leader di “Convergencia i Union”, il partito che si è posto alla guida della Generalitat (il governo autonomo regionale), si è detto disposto a proseguire fermamente verso l’obiettivo dell’indipendenza, ora più che mai, a seguito soprattutto della crisi finanziaria che ha fortemente colpito la penisola iberica. La crisi finanziaria può infatti considerarsi tra i più stringenti fattori nell’inasprimento delle relazioni tra il governo centrale e la Catalogna. Secondo le stime riportate dal Centre d’Etudis Opinion, il numero di coloro che si sono detti favorevoli ad una soluzione indipendentista è almeno raddoppiato. Se nel 2005 soltanto il 13,6 dei catalani si era pronunciato a favore dell’indipendenza, mentre il 31,3 % si era espresso per una organizzazione decentrata di tipo federale, e il 40% a favore del mantenimento dello status quo, oggi la situazione si è del tutto capovolta. Infatti le stime riportano che i sostenitori dell’indipendenza si aggirano intorno al 34%, i federalisti intorno al 28,7%, mentre i sostenitori della situazione attuale intorno al 25%. Stime molto probabilmente non lontane dalla realtà se si pensa al fatto che il numero dei catalani che ha preso parte alla manifestazione indipendentista che si è tenuta in occasione della “Diada” si aggira intorno al milione e mezzo (due secondo gli organizzatori).

“Chiamatemi catalano, non spagnolo”

La rivalità tra il governo centrale di Madrid e la regione della Catalogna ha avuto modo di esprimersi a diversi livelli della società, a partire dalla lingua fino a raggiungere il credo calcistico. Senza dimenticare che il F.C. Barcelona, una delle squadre più forti del mondo, ha come motto “Mes que un Club” (più che un club): come a significare che la squadra si fa promotrice della nazionalità catalana. Ciò è ulteriormente ribadito dalla fortissima rivalità esistente tra il Barca  e il Real Madrid. L’accesissima competizione con la squadra della capitale simboleggia infatti anche la lotta contro il centralismo madrilegno e spagnolo.

Se volgiamo lo sguardo al passato, vediamo che la Catalogna ha mantenuto la sua indipendenza fino al 1469, anno del matrimonio tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che ha sancito il completamento del processo di unificazione spagnola. Più ampio è il riferimento al concetto di catalanismo, termine che racchiude in sé il riferimento a molteplici elementi della sensibilità catalana, tra cui la lingua, il diritto, la storia e il folklore. Diversi elementi hanno contribuito alla rinascita del sentimento catalano che si è avuta durante il XIX secolo. Tra questi è mio interesse porre l’accento sul fallimento della classe politica nazionale. L’indebolimento del potere di Madrid ha rappresentato la rinascita e il rafforzamento della cultura regionalista. Questo fenomeno di ripresa della cultura e della politica catalana in tutte le sue sfaccettature prende il nome di Renaixenxa Catalana. Il 1931 viene riconosciuta l’autonomia della regione. Autonomia che, però, risulta essere di breve durata. Con l’ascesa al potere di Francisco Franco, nel 1939, qualsiasi forma di autonomia venne cancellata e il governo centrale si pronunciò contro l’utilizzo della lingua catalana, sia nella sua forma parlata che in quella scritta. La fine del regime franchista nel 1975 e il ritorno della democrazia segnano una ripresa dei sentimenti indipendentisti che ci portano fino ai giorni nostri e alle richieste di autodeterminazione da parte della regione.

Le due facce dell’indipendenza

Il dibattito sull’indipendenza della Catalogna ha visto pronunciarsi gran parte del mondo politico spagnolo. Come sottolineato dal leader del partito autonomista, il tasso di crescita della Catalogna è del 10%; la regione è un esportatore di prima linea; il 28% delle esportazioni della Spagna proviene dalla stessa Catalogna. Un ulteriore fattore da tenere in considerazione è rappresentato dai dati che ci provengono dal settore turistisco. Anche a seguito della crescita verificatasi lo scorso anno, le stime portano a pensare che qualora l’indipendenza venisse garantita alla regione, questa si attesterebbe come una tra le principali potenze economiche del settore. Ciò che i dati in analisi sottolineano è come proprio l’appartenenza della Catalogna allo stato spagnolo ne abbia impedito una crescita al pari delle sue potenzialità. I manifestanti scesi in piazza l’11 settembre scorso si sono detti, infatti, stanchi delle disastrose condizioni economiche in cui versa la regione come conseguenza della subordinazione al governo centralista.

Di opinione diametralmente opposta sembra invece essere il leader della Confederazione spagnola degli industriali, Joan Rosell. Ques’ultimo ha infatti utilizzato il termine “barbarie” in riferimento ad un’eventuale indipendenza della regione catalana, che ridurrebbe, a suo dire, gli introiti non sono della Spagna ma della Catalogna stessa. Se diverse personalità del mondo politico spagnolo si sono pronunciate a favore o contro l’indipendenza della Catalogna, sembra necessaria, tuttavia, un’analisi più approfondita per poter affermare quale sia la soluzione ottimale.

È interessante notare come le spinte indipendentiste non siano una prerogativa spagnola; nel 2015 ad esempio anche in Scozia si svolgerà un referendum per stabilire se la regione, che già gode di un’ampia autonomia all’interno del Regno Unito, debba staccarsi del tutto da Londra. Queste richieste ci inducono ad una riflessione: esse si manifestano con particolare forza proprio nel momento in cui la costruzione dell’Unione Europea, all’interno della quale tutte le popolazioni interessate hanno già un posto, attraversa serissime difficoltà. Forse sono proprio queste difficoltà ad accrescere in molti il senso dell’appartenenza ad una propria specifica comunità. Ma è anche vero, d’altra parte, che tutti gli esperti di politica e di economia internazionale ritengono che solo l’Unione l’Europa potrà realizzare il suo futuro, diventando capace di rispondere alle sfide poste dai grandi paesi emergenti.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Ottimo articolo.

    Restituisce la richiesta politica al suo contesto storico, evitando di contaminarla troppo con l’attualità.

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