di Estella Marino.
Metto in fila tre cose:
1 ) a metà settembre “il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che pone un limite all’avanzata del cemento e protegge l’agricoltura come elemento della cornice ambientale che si è formata nei secoli diventando parte essenziale dell’appeal italiano. «È un provvedimento che mira a garantire l’equilibrio tra i terreni agricoli e le zone edificate o edificabili, ponendo un limite massimo al consumo di suolo e stimolando il riutilizzo delle zone già urbanizzate», ha sintetizzato Monti.” (A. Cianciullo su Repubblica del 15 settembre 2012)
2) all’interno del PD vengono promossi 6 referendum (strumento previsto dallo statuto del Partito Democratico) “che permettano a tutti gli elettori del Pd di esprimersi su tematiche politiche e di programma”. Uno dei 6 parla di stop al consumo di suolo: “chiediamo che il Partito Democratico promuova una legge che tuteli gli spazi non urbanizzati, introduca il monitoraggio degli usi del suolo, incentivi il recupero degli immobili non utilizzati o sottoutilizzati e cancelli la legge che consente l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti dei comuni.”
3) ed infine a Roma uno degli otto referendum proposti da “Romasimuove” è dedicato allo “stop del consumo di territorio e al recupero qualitativo ed energetico del patrimonio edilizio e dei tessuti urbani esistenti”.
Sebbene il disegno di legge sia solo stato approvato in Consiglio dei ministri e sebbene i referendum abbiano di fatto solo valore consultivo e di indirizzo, e pertanto necessitino di un lungo lavoro politico e “civico” per la loro applicazione, possiamo dire: benvenuto! (nuovamente) al dibattito sul consumo del suolo e sulla espansione della città.
Premetto subito che non bastano certo 8000 battute per raccontare la complessità di questo dibattito, questo mio post vuole essere un contributo all’introduzione della questione.
Il tema dell’espansione della città, della trasformazione di territorio agricolo in territorio urbanizzato è uno di quei temi cardine per l’urbanistica, anche ovviamente per quella romana; a Roma il consumo di suolo e l’espansione della città da oltre cento anni a questa parte sono stati guidati dalle esigenze della città ma anche, e spesso in modo prevalente, dalla rendita fondiaria. I proprietari di terreni (a inizio secolo in mano a poche famiglie) hanno sempre manovrato affinché i loro terreni diventassero edificabili, una rendita enorme, senza grandi sforzi e impegni, che ha deformato, da sempre, la politica e l’economia romana, e ovviamente l’assetto della città.
Oggi il problema è più complesso, ma la radice è sempre la stessa.
Il termine “consumo di suolo” che spesso si usa per affrontare la stessa questione contiene in sé la radice ambientalista legata al concetto di consumo di una risorsa non infinita e scarsamente rinnovabile. Negli ultimi decenni (non siamo più nella fase di boom e di crescita della città degli anni ’70) ci si chiede, anche a Roma, se serva veramente costruire nuove case, nuovi quartieri, nuova edificazione. Se si guarda al saldo (negativo) dei residenti romani (anche se Roma ha poi una utenza non residente molto elevata), alla quantità di alloggi sfitti, alla possibilità in alcuni casi di recuperare zone abbandonate ed operare demolizioni e ricostruzioni (come si fa già da decenni in molte capitali europee), forse la strada è un’altra, forse l’emergenza abitativa c’è ma non è necessario costruire case nuove, è necessario mettere in atto strumenti affinché strati della popolazione riescano ad accedere agli alloggi, quindi forse il problema necessita di strumenti fiscali, finanziari, ecc…. ma non certo del semplice buon vecchio mattone.
Quello che mi preme qui sottolineare però è che se si vuole andare oltre la denuncia (stop al consumo di suolo!) e tentare di invertire la rotta è necessario analizzare le forze che spingono nella direzione opposta a quella dove vorremmo andare al fine di affrontare i veri nodi della questione.
Dobbiamo toccare quei fili, quasi sempre dell’alta tensione, sui quali sono spesso naufragati progetti riformisti del governo del territorio, quando non intere carriere politiche di chi aveva osato avvicinarvisi, vedi la parabola della Legge Sullo e dell’on. Sullo medesimo.
“La proposta di legge Sullo rimane il tentativo più alto e mai più raggiunto di dare al paese una moderna regolazione dei suoli. Essa raccolse gli stimoli di una ricca discussione culturale e tentò di recepire le tesi allora più avanzate nella ricerca europea, attuando una totale separazione tra la proprietà e il diritto edificatorio, secondo le teorie dello svizzero Hans Bernoulli riassunte nello slogan: “il suolo alla comunità, la casa alla proprietà privata”. (W.Tocci)
Il primo nodo di fondo da scardinare riguarda quindi la rendita fondiaria.
“Il 30 settembre la Giunta approva la seguente deliberazione: ‘È istituita una commissione di Architetti-Ingegneri la quale si occupi di progetti di ampliazione ed abbellimento della città per poi sottoporli all’approvazione della Giunta Municipale’ […] Per quanto sollecita possa sembrare la giunta in realtà è già in ritardo: uno dei suoi membri designati non accettò l’incarico perché già impegnato con una ‘facoltosa società’ a ‘redigere piani di ampliazioni speculative’. Roma non è ancora completamente italiana: il plebiscito avrà luogo il 2 ottobre. Sul come e sul quando diventerà la capitale effettiva si sta ancora molto discutendo. Ma l’iniziativa privata è già in vantaggio sul Comune” (tratto da “Roma Moderna” di Italo Insolera, uno dei grandi urbanisti scomparso da poco al quale vanno i ringraziamenti per gli insegnamenti che hanno fatto scuola a più di una generazione di politici e urbanisti).
Era il 1870; questa citazione per dire che il problema non nasce oggi, ma bisogna essere consapevoli della stratificazione storica di tali assetti, e anche degli errori di chi ci ha preceduto combattendo nella stessa direzione, per affrontare oggi una battaglia che ci consenta dei risultati.
Se però in Italia non sembra possa mai raggiungersi quella separazione tra proprietà del suolo e jus edificandi che lasciando la prima in mano al pubblico, all’ente locale, consentirebbe un più razionale sviluppo della città (come avviene ad esempio in Olanda), qualcosa si muove verso la definizione di una legge sui suoli che stabilisca vincoli nazionali per limitarne il consumo, che intervenga laddove enti locali e legislazioni regionali si siano mostrate troppo deboli nella difficile regolamentazione di un equilibrio tra diritti di tutti e di ciascuno rispetto a pressioni evidentemente molto forti.
Secondo nodo: gli oneri di costruzione e di urbanizzazione, oneri che oggi, in questo periodo di tagli e recentemente di spending review, costituiscono spesso elemento di sopravvivenza per gli equilibri di bilancio degli enti locali.
Qualcuno propone addirittura di eliminarli per evitare il perverso circolo di consentire nuove costruzioni per far quadrare i conti, ma gli oneri rappresentano il compenso per i costi che l’ente locale deve sostenere a fronte di un nuovo insediamento (in teoria, perché poi nella pratica vengono utilizzati per ripianare buchi di bilancio pregressi, creandone quindi di nuovi e il circolo vizioso continua). Allora il problema è forse che i conti di quegli oneri sono stati fatti male, sono diciamo sottostimati. “Si fa finta di non vedere gli effetti della decisione urbanistica sulla vita collettiva e sull’organizzazione dei servizi urbani, oscurando così lo squilibrio tra rendita privata e costi pubblici della trasformazione. L’equilibrio dovrebbe essere assicurato dallo strumento degli oneri di concessione e di urbanizzazione previsti dalla legge. Le pressioni dei proprietari hanno convinto gli amministratori e i legislatori a tenere bassi questi oneri, secondo la radicata mentalità che porta a ritenere necessario incentivare lo sviluppo edilizio con risorse pubbliche, come se non bastasse la rendita.” (W. Tocci). E spesso e volentieri gli enti locali non hanno gli strumenti e le risorse (anche umane) per esigere il rispetto di tali (ridotti) oneri contrattuali.
Ho superato le 8000 battute e credo sarà necessario un ulteriore approfondimento in altro post, però continuiamo a discuterne!
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Da quanto mi pare di ricordare, Renzi nel suo primo anno di mandato di sindaco di Firenze approvò un piano regolatore a cubatura zero.
Magari non è esattamente il modello da proporre a Roma, ma questo per dire che controcorrente si può andare.
Ma il problema a Roma ha nomi e cognomi, come al solito; e questi nomi e cognomi sono talmente influenti a tutti i livelli che giusto un outsider passato per delle vere primarie potrebbe scardinarli.
E per outsider intendo proprio outsider, personaggio che purtroppo al momento non è pervenuto.
Molto interessante. Penso che sia necessario proseguire e approfondire il confronto, anche con forme di partecipazione più estese e magari partendo da problemi concreti e quotidiani.
Non condivido invece la ricerca del “pifferaio magico” (l’outsider auspicato da Matteo). Dovremmo aver verificato ormai quanto siano deleteri i personaggi esterni alla politica che si presentano come salvatori del mondo (da Berlusconi a Grillo, con tutte le sfumature intermedie che si sono presentate in questi ultimi 20 anni).
Credo invece sia necessario riscoprire la buona politica, radicata nella partecipazione popolare e saldamente ancorata nell’etica, sorretta da partiti “organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa”. Suggerisco di rileggere a questo proposito l’intervista a Berlinguer sulla questione morale (http://www.metaforum.it/berlinguer/questionemorale.htm ), per certi aspetti oggi più che mai attuale e, su un piano diverso, il saggio di Walter Tocci citato da Estella su “l’insostenibile ascesa della rendita urbana” (http://unica2.unica.it/armic/estimo2/Renditap14.pdf )