di Riccardo Spezia.
L’Italia è indubbiamente un paese curioso, che vive di grandi «scandali», improvvise e turbolente ondate moralizzatrici, che in genere scoprono l’acqua calda. L’ultima di questa serie è partita dalla regione Lazio, da Fiorito e i suoi party pecorecci, dal finanziamento regionale ai partiti (per tacere di come vengono gestiti i finanziamenti regionali alla sanità o alle formazioni professionali), e sembra investire altre regioni. Si arriva quindi a mettere in causa il concetto di politica regionale e del suo finanziamento. Per estremizzare questo ragionamento (processo che purtroppo in Italia si fa facilmente), alcuni sono arrivati ad invocare la chiusura delle Regioni.
Quello che si rimette in causa è anche, ed è forse la cosa più interessante, l’assunto per cui una politica «vicina al cittadino», come quella regionale, o più in genere locale, è ipso facto più virtuosa. Questo avverrebbe perché ci sarebbe un controllo del cittadino sulle politiche locali che è molto più facile di quanto non si possa fare al livello nazionale. Un preconcetto che si è inculcato nell’opinione pubblica anche grazie alla vulgata leghista, ma che non è basato su nessuna evidenza empirica. Gli scandali regionali non sono una novità degli ultimi mesi e le politiche locali sono sempre state contrassegnate da clientele piccole e grandi. E le clientele, collusioni, interscambi tra politica ed economia (pubblica ma non solo) sono l’anticamera dei fenomeni di oggi.
Consideriamo perciò una regione particolare, paradigmatica per comprendere l’infondatezza del mito dell’autonomia come cura di ogni male: la regione Sicilia. La Sicilia, terra di malaffare quasi per definizione, come prototipo del modello federale, che nella vulgata è di derivazione leghista? Eppure la Sicilia è stata la prima regione amministrata autonomamente nell’era post-fascista (il primo Alto Commissario, Francesco Musotto, viene nominato nel 1944) ed è una regione a statuto speciale sin dalla nascita della Repubblica. Questo ha significato che l’assemblea regionale siciliana, l’ARS, viene eletta sin dal 1947 (con presidente e giunta regionale). Dobbiamo ricordare che gli altri consigli regionali nacquero solo nel 1970; prima, oltre alla Sicilia, eleggevano un consiglio regionale solamente la Sardegna (1949), la Valle d’Aosta (1946), il Friuli-Venezia Giulia (1964) e il Trentino Alto-Adige (1949, poi divisosi nelle provincie autonome di Trento e Bolzano). Queste regioni hanno in un certo senso sperimentato il «federalismo» (o meglio l’autonomia legislativa e governativa su molte questioni) sin da prima dell’onda leghista che ha reso tutti fautori del federalismo. E tra queste regioni la Sicilia fa la parte del leone essendo la regione più estesa e popolata.
Senza approfondire i motivi storici dell’autonomia regionale siciliana, vediamone brevemente gli effetti. O meglio, cerchiamo di rispondere alla domanda: la delega regionale e la responsabilizzazione della classe dirigente locale ha prodotto effetti di buon governo su un periodo sufficientemente lungo di tempo da poterne vedere gli effetti?
Se dovessimo rispondere guardando solamente lo stato economico della Regione Sicilia di adesso (è di questi giorni la notizia che non hanno neanche i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti) non ci vorrebbe molto per rispondere. Ma per capire l’oggi è utile guardare (rapidamente) lo sviluppo storico che ha portato a questa situazione e ad una politica regionale tutta particolare. Ci concentreremo soprattutto su un periodo cruciale, quello tra il 1958 e il 1960. La politica di Lombardo, eletto col centrodestra che finisce quasi contiguo al PD, o candidati che si scontreranno tra pochi giorni in una campagna elettorale che non sembra essere in grado di passare il mare, non nascono improvvisamente.
Facciamo quindi un piccolo salto indietro nel tempo : è il 1958, anno di nascita della Sofis, la Società per il Finanziamento dello Sviluppo in Sicilia, che può vantare il merito di essere la prima società finanziaria pubblica italiana e la prima società pubblica regionale.
Il 1958 è un anno particolare per la Sicilia, Silvio Milazzo diventa presidente della regione con una coalizione anomala, formata da tutti i partiti tranne la Democrazia Cristiana. Eppure la DC l’ha sempre fatta da padrona nelle elezioni siciliane; dalle sue fila sono usciti, o passati, quasi tutti i presidenti regionali, Milazzo incluso. La politica siciliana è veramente a statuto speciale : Milazzo, eletto con la DC, il 30 ottobre del 1958 vara un governo regionale appoggiato (e composto) da tutti i partiti del consiglio regionale, dal PCI all’MSI, tranne la DC stessa. Le elezioni si erano svolte qualche anno prima, nel 1955[i], e la DC ne era uscita con un’ampia maggioranza relativa, 38.6% dei voti, sopravanzando di ben 18 punti il Partito Comunista. La DC formò i primi due governi della legislatura, il primo guidato da Alessi, presidente già nella legislatura precedente, e il secondo da Giuseppe La Loggia. In quegli anni la vicinanza tra la mafia e gli eletti locali della DC, ma non solo, era molto stretta e documentata. La commissione antimafia del 1963 riporta i presunti appoggi del boss Nicola Gentile alle elezioni regionali del 1951 per La Loggia contro il suo rivale interno Gaetano Di Leo. Vere o false che siano le dichiarazioni del boss, sono in ogni caso un segnale di un interesse diretto della mafia nella politica locale[ii]. Ma senza arrivare così in alto, al livello locale lo stato post-fascista, a partire dall’occupazione americana, aveva costituito la sua nuova classe dirigente «reclutando» direttamente molti mafiosi. Il più famoso di questi è sicuramente Don Calò Vizzini, sindaco di Villalba dal 1943, certamente mafioso e forse il primo capo di Cosa Nostra per come la conosciamo noi, il quale, dopo aver inizialmente rappresentato i separatisti del Fronte Democratico d’Ordine Siciliano allo sbarco degli alleati, si avvicinò alla DC già nel 1945 per poi esserne uno dei più grandi sostenitori alle elezioni generali del 1948.
La guerra interna della DC siciliana segnò un momento importante con la formazione del governo Milazzo. Quest’ultimo, eletto nelle fila della DC, escluse la DC dalla giunta, e fu subito cacciato dal partito per fondare un suo partito, l’Unione Siciliana Cristiano Sociale (USCS). Nel 1959 si tornò alle urne e Milazzo (e il milazzismo) ne uscì non troppo male : la DC conservò il suo 38% e i suoi 18 punti di vantaggio sul PCI ma l’USCS con il 10% fu in grado di ricostituire la sua maggioranza per il governo regionale. Il nuovo governo durò però solo un anno, perché nel 1960 il vice di Milazzo, Bernardo Majorana della Nicchiara, «tradì» il suo presidente, guidò una fronda e fece cadere il governo Milazzo per formare lui stesso un nuovo governo guidato dalla DC. Un esempio di complessità e anomalia delle dinamiche politiche siciliane che ci può aiutare a non farci sembrare troppo aliene le dinamiche di questi ultimi anni, non solo quelle di Lombardo, ma anche del PdL (pensiamo a Miccichè che di fatto ha costituito un secondo PdL in regione) e di molti esponenti del PD.
Ma intanto in quegli anni la regione aveva fatto un salto di qualità: era diventata imprenditrice. E con lei tutta la politica locale aveva assunto un’altra dimensione. La Sofis aveva aperto la strada come abbiamo detto nel 1958 e presto le si aggiunsero l’Ente Minerario Siciliano (1963), l’Ente Siciliano per la Promozione Industriale (ESPSI, 1967), l’Azienda Asfalti Siciliani (AZASI, 1960) e l’Ente Sviluppo Agricolo (1967, quest’ultimo tutt’ora esistente). E il 1960, oltre che segnare la fine del milazzismo è importante perché inizia il sacco di Palermo.
La regione è diventata imprenditrice proprio in questi anni, con enti che accumulano debiti di dimensioni ciclopiche a fronte di uno sviluppo della ricchezza dei propri cittadini non conseguente. E i sindaci costruttori e distruttori, come tutti i dirigenti regionali e provinciali, non arrivavano dallo stato centrale. Al contrario, nascevano e costituivano un’azione politica particolare proprio nell’autonomia siciliana. E’ qui che la politica locale si collega indissolubilmente con le spese degli enti, in un intreccio continuo tra cariche politiche e responsabilità economiche (di enti pubblici). Possiamo ricordarne alcuni : Giuseppe La Loggia già presidente della regione tra il 1956 e il 1958, è presidente dell’ESPSI dal 1967 al 1968 e poi viene eletto deputato per quattro legislature consecutive (1968-1983), o Francesco Pignatone, deputato DC dal 1948 al 1958, diventa poi segretario dell’USCS di Milazzo, presidente dell’ERAS (l’Ente per la Riforma Agraria Siciliana) nel 1960 e poi dell’ESPSI dal 1968 al 1951, o Francesco Coniglio, presidente della regione dal 1964 al 1967, consigliere regionale dal 1955 al 1971 quando diventa presidente sempre dell’ESPSI. E la lista potrebbe essere lunghissima se andiamo a cercare politici meno noti, come per esempio Graziano Verzotto, di origine veneta, che costruisce la sua carriera politica in Sicilia. Segretario regionale della DC dal 1962 al 1966, è poi presidente dell’Ente Minerario Siciliano dal 1967, senatore dal 1968 al 1969 (dovette lasciare per incompatibilità con la carica di direttore dell’ente, carica che preferì a quella di senatore) al centro infine di molti «misteri» legati all’ENI, alla morte di Mattei, ma anche latitante per quindici anni per lo scandalo dei fondi neri dell’EMS[iii]. Oppure Domenico Mimì La Cavera, consigliere comunale a Palermo nelle fila del PLI, primo presidente della confindustria siciliana, Sicindustria (1950-1959), primo direttore della SOFIS e milazzista, grande sponsor dello stabilimento FIAT di Termini Imerese (anche lui compare nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia negli anni 70).
Queste erano le «origini», ora meno note rispetto agli sviluppi successivi, della politica locale che ha usato i fondi pubblici per creare consenso. Dopo arrivò il sacco di Palermo di Vito Ciancimino e Salvo Lima e le più note collusioni tra politici locali, mafia e imprenditoria. Non fa mai male ricordare le attività dei cugini Salvo, dirigenti DC, gestori dell’esattoria siciliana. E Ignazio Salvo fu anche presidente della SAGAP (Società per Azioni Gestione Appalti Pubblici).
Come è quindi possibile che una regione speciale, dove per più di 60 anni si è potuto sperimentare la “virtuosità” del federalismo e del decentralismo ha potuto accumulare l’immenso debito di 5.3 miliardi di euro di questi giorni, a fronte di un basso reddito pro-capite ? Va forse cercato in una politica che non ha avuto controlli esterni ed ha declinato il rapporto col territorio come una serie di favori e piccole prebende? E che ha usato la sua autonomia gestionale per non-fare (ricordiamo l’infinita opera di costruzione dell’autostrada Palermo-Messina o la cinquantennale ricostruzione di Gibellina, per prendere gli esempi più clamorosi)? Una visione delle politiche locali che è molto simile a quella che scopriamo in questi ultimi anni altrove, ma che, legata alla presenza della criminalità organizzata, ha visto concludersi tragicamente le esperienze di chi vi si opponeva. Da Piersanti Mattarella che muore da presidente della regione in carica il 6 gennaio 1960 mentre era in macchina con la moglie e il figlio, ai 14 feriti del comizio del Fronte Popolare a Villalba, città di Don Vizzini, nel 1944 tra cui Michele Pantaleone e Girolamo Li Causi, perché avevano avuto l’ardire di parlare contro la mafia in casa del grande boss e che fu l’ingresso della mafia nella politica, per arrivare alla strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. E gli stessi Salvo Lima e Ignazio Salvo furono uccisi nel 1992 per non aver protetto in sede giudiziaria gli stessi mafiosi cui erano legati indissolubilmente.
Dobbiamo perciò eliminare le autonomie regionali? In nome di una politica nazionale scevra da contaminazioni, quasi una politica marziana? Certamente no. I notabili democristiani che ho citato in questo breve percorso erano tutti eletti, certo in un contesto sociale dove la libertà non era sempre effettiva (ma il voto di scambio diretto non controlla tutto il voto, può essere solo l’ago della bilancia politica), e godevano di consenso non solo tra chi era controllato direttamente dalla criminalità, non dimentichiamolo. Creavano il loro consenso sfruttando la propensione alla visione a breve termine che è spesso la via più breve e conveniente per il successo politico.
E i momenti di crisi (o i momenti in cui gli scandali escono fuori) dovrebbero essere utilizzati perché i cittadini riflettano sulla miopia delle politiche a breve termine e non per iniziare lavacri purificatori che hanno il solo effetto di far dimenticare la memoria. E quindi aprire la porta a nuove politiche malsane.
[i] I risultati completi si possono ritrovare qui http://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_regionali_in_Sicilia_del_1955 )
[ii] Nella sua autobiografia il boss Nick Gentile dichiara di aver appoggiato alle elezioni Giuseppe La Loggia. Anche se ciò non corrispondesse a verità, il solo atto di dichiarare un interesse della mafia nella politica è un atto politico, un entrare a “piedi uniti” nella competizione politica. Vedi: Nick Gentile e Felice Chilanti, Vita di capomafia, Roma, Editori Riuniti,(1963)
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




