Dalla parte sbagliata dell’Oceano: così l’Europa tradisce i suoi giovani

di Clemente Pignatti.

Di david_shankbone

Quando si parla di crisi economica ci si riferisce sempre con maggiore insistenza alle condizioni delle giovani generazioni nel mercato del lavoro. Infatti, anche i non esperti in materia hanno acquistato la giusta sensazione che in Europa l’impatto della recessione sia stato proporzionalmente maggiore sui giovani, che sono con maggior frequenza disoccupati o precari. La spiegazione classica è che questo sia un fenomeno normale e per certi versi inevitabile: in tempi di crisi si punta sull’“usato garantito”, notoriamente la forza lavoro adulta con maggiore formazione e più alta produttività. Di conseguenza, i giovani hanno maggiore probabilità di perdere il lavoro e più alta difficoltà a trovarne uno nuovo.

Se però paragoniamo le prestazioni del mercato del lavoro europeo (unitariamente inteso) con quello statunitense durante la recente crisi economica, l’immagine risulta essere diversa. Il grafico mostra la differenza fra tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) e adulta (sopra i 25) nei 15 paesi dell’Unione Europea e negli Stati Uniti. In entrambi i casi, i giovani hanno un tasso di disoccupazione consistentemente superiore agli adulti e questo è in linea con la loro natura di nuovi entranti nel mercato del lavoro. Il primo aspetto da sottolineare è però come lo scarto sia sostanzialmente più elevato in Europa che negli Stati Uniti. Ancora più importante è poi notare come, con il perdurare della recessione, la differenza tra tassi di disoccupazione giovanile e adulta sia aumentata in Europa e diminuita negli Stati Uniti. Questo significa che non è detto che la crisi debba necessariamente colpire i giovani più degli adulti: in Europa è avvenuto, negli Stati Uniti no.

Evitando una lista scollegata di possibili cause, la ragione principale delle diverse prestazioni dei mercati del lavoro statunitense ed europeo tra gruppi di differenti età risiede nel fatto che nella maggioranza dei paesi europei il mercato del lavoro è stato concepito all’interno di un patto sociale stipulato nel secondo dopoguerra e mai rinegoziato con successo in modo da aggiornarlo ai nuovi modelli di crescita economica e allo stesso tempo estenderlo alle nuove generazioni. Nei pochi casi in cui si è invece riusciti a trovare un consenso sufficiente per rendere sostenibile e moderno il mercato del lavoro – come ad esempio in Germania – i risultati sono stati positivi e di lunga durata. Nella maggior parte dei paesi si è invece preferito difendere lo status quo, agitando il baluardo dei diritti conquistati e  fondamento di un capitalismo dal volto umano, senza rendersi conto che una quota crescente della popolazione rimaneva tagliata fuori. Negli Stati Uniti, al contrario, un modello di capitalismo liberale e criticato dall’Europa per la presunta maggiore tolleranza verso le ineguaglianze ha finito per fornire possibilità più eque fra le diverse generazioni.

Entrando nel dettaglio, due istituzioni in particolare caratterizzano un mercato del lavoro e possono essere ricollegate alle diverse prestazioni tra generazioni in Europa e negli Stati Uniti. La prima è il sistema di legislazione sul lavoro, cioè l’insieme di norme che a livello nazionale regolano la disciplina dei licenziamenti – periodo di preavviso, costo della liquidazione – e delle assunzioni. Nella maggior parte dei paesi europei – con la notevole eccezione della Gran Bretagna – questa legislazione è tendenzialmente più restrittiva che negli Stati Uniti. Una legislazione del lavoro più restrittiva riduce il flusso di persone che passano dall’occupazione alla disoccupazione – il costo economico e burocratico scoraggia l’imprenditore a licenziare – ma allo stesso tempo diminuisce anche il flusso di persone disoccupate che riescono a trovare un lavoro: visto che licenziare ed assumere è più costoso, l’imprenditore ha chiaramente maggiori barriere. L’effetto totale sul livello di disoccupazione generale è quindi dato da due fenomeni di segno opposto – minori flussi in entrata e in uscita dal mercato del lavoro – e varia nei diversi paesi. Ciò che rimane costante è l’effetto sui giovani, che, dovendo entrare nel mercato del lavoro, sono svantaggiati dai minori flussi in entrata collegati ad un sistema di legislazione più restrittivo.

La seconda istituzione – tendenzialmente trascurata dal dibattito politico economico – è il sistema di contrattazione salariale. In breve, il livello di crescita dei salari influenza il tasso di disoccupazione, perché aumenti salariali non giustificati da variabili economiche (produttività, inflazione) costituiscono rendite sul reddito nazionale che vengono scontate attraverso minore occupazione. In particolare, la contrattazione salariale può avvenire alternativamente – o in maniera composta – al livello d’impresa (sistema decentralizzato), a livello di settore (sistema semi-centralizzato) o a livello nazionale (sistema centralizzato). La maggior parte dei paesi dell’Europa continentale ha sistemi di contrattazione semi-centralizzati o centralizzati, mentre negli Stati Uniti la contrattazione avviene principalmente a livello di impresa. Il ruolo delle organizzazioni sindacali è quindi pervasivo nei paesi europei nella determinazione del livello salariale e conseguentemente del tasso di disoccupazione. All’interno dei sindacati, poi, sono storicamente sovrarappresentati  i lavoratori più anziani rispetto ai più giovani, fino al paradossale caso dell’Italia, dove la maggioranza degli iscritti sono pensionati. Questo vuol dire che, quando i sindacati devono stabilire la combinazione ottimale di crescita salariale e tasso di disoccupazione, sono naturalmente orientati a dare priorità ad aumenti salariali per i lavoratori occupati a discapito di un minore livello di disoccupazione.

Nessuna conseguenza generazionale della crisi economica è quindi scontata e non controllabile, ma è piuttosto il frutto di scelte politiche economiche ben chiare, che sono state compiute e che si possono modificare. In una battuta e come celebrato con la vittoria del Nobel per la pace, la generazione del dopoguerra ha regalato all’Europa la libertà di movimento in un continente riunito. Bisogna impegnarsi per rinnovare il senso di queste conquiste ed evitare che le nuove generazioni vedano la libertà di movimento solo come un modo per potere andare a cercare lavoro altrove.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. Ilaria Maselli

    Ciao Clemente,
    bell’articolo. Ma a me rimane un dubbio: in caso di crisi aumenta la disoccupazione ed è normale. In alcuni paesi il peso della crisi viene scaricato sui giovani, mentre in altri sui lavoratori in generale. Non saprei dire cosa è meglio.
    Se penso ad una famiglia il cui lavorano padre, madre e figlio qual è il male minore economicamente e psicologicamente nel momento in cui uno dei tre posti di lavoro deve venire meno?

  2. Ilaria Maselli

    PS: sono spariti il titolo e la fonte dalla chart!

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