di Claudio Alberti.
«Hai visto? Ora il vero innovatore è Bersani!». È questa la frase che molti sostenitori di Matteo Renzi si sentono ripetere da quando il segretario PD ha in qualche modo liquidato Massimo D’Alema (e in qualche modo molti altri notabili del PD) nel corso di un videoforum organizzato da Repubblica.it.

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È Bersani, dunque, il vero “rottamatore”, l’innovatore in grado di svecchiare realmente il Partito Democratico? La campagna di Renzi ne esce mozzata e ormai superflua? A sentire quelli che porgono la domanda, si direbbe proprio di sì. Una cosa ho notato, però, visto che anche a me (che sono un convinto sostenitore di Renzi) è stata ripetuta più volte la domanda. Tutti quelli che me l’hanno fatta avevano una caratteristica comune: erano tutti sostenitori convinti e dichiarati di Bersani già prima che D’Alema decidesse di abbandonare lo scranno in Parlamento. Facendo un rapido calcolo, dunque, tra i miei contatti la vicenda D’Alema ha spostato i seguenti voti: zero. Quanti ne avrà spostati nel resto dell’opinione pubblica? Sicuramente più di zero, ma l’impatto non sarà stato certo tanto più dirompente.
Mi faccio aiutare dagli studi psicologici e delle neuroscienze, che ormai vengono associate abitualmente alla politica, per capire i comportamenti elettorali. La tesi di fondo, ampiamente dimostrata da tutte le ricerche sul tema, è semplice: in politica, come nella vita, l’emozione conta più della ragione. I nostri comportamenti politico-elettorali e le nostre valutazioni seguono percorsi attraverso le nostre reti neurali, che determinano il nostro modo di porci verso ciò che ci circonda e influenzano in maniera decisiva le sensazioni collegate alle idee e alle immagini con cui ci troviamo ad avere a che fare. Sulla base delle nostre esperienze pregresse si creano “scorciatoie cognitive” che hanno come conseguenza determinate reazioni agli stimoli che arrivano dai messaggi delle campagne elettorali. La sfida di ogni campagna, dunque, è quella di creare e mantenere attive le reti che generano sentimenti positivi nei confronti del candidato che si sostiene, e negativi nei confronti dell’avversario. L’obiettivo, insomma, è quello di provocare emozioni positive per sé e negative per l’altro (ovviamente questa è una sintesi brutale, per maggiori approfondimenti suggerisco, ad esempio, di leggere La mente politica di Drew Westen, che ha anche il grande merito di citare una buona bibliografia). Quando razionalità ed emozioni entrano in competizione, vincono le emozioni. Dunque, poniamoci una domanda: i sostenitori o i potenziali sostenitori di Bersani hanno provato un’emozione positiva quando hanno saputo che alle prossime politiche D’Alema (forse il più grande sponsor di Bersani) si sarebbe trovato fuorigioco? Gli elettori (soprattutto quelli più lontani dalla politica) hanno fatto spontaneamente l’associazione “Bersani-innovazione”? Non credo proprio. Semmai, per elettori portati a privilegiare “l’usato sicuro”, i richiami alle radici e il rispetto dei legami gerarchici (per cui chi fa il segretario ed è più anziano deve essere rispettato da chi non è segretario ed è più giovane) di Bersani, la notizia ha consolidato le sensazioni negative nei confronti di Renzi. Ha attivato, dunque, reti neurali che già erano a favore del segretario PD, ma non ha intaccato le sensazioni positive che invece il sindaco di Firenze è stato in grado di creare nel suo elettorato, in questi anni, attorno al tema dell’innovazione. Nelle scorciatoie cognitive di chi ha emozioni positive quando sente parlare di rottamazione, il fatto che l’addio di D’Alema sia collegato a qualcosa che ha fatto o detto Bersani non conta. La mente procede per analogie e sintesi, e la sintesi che i neuroni dei sostenitori di Renzi fanno della vicenda è semplice: dopo la battaglia di Renzi (che provoca sensazioni positive in chi, per la propria esperienza e le proprie reti neurali, considera prioritari i principi dell’innovazione, delle gerarchie da rovesciare e dell’attaccabilità delle autorità precostituite), D’Alema non entra in Parlamento. All’emotività non interessa che fra le due cose ci siano decine e decine di circostanze che rendono più complessa la questione: se non procedesse per sintesi, il nostro cervello (anche quello di D’Alema) esploderebbe. L’obiettivo di Renzi, dunque, dovrebbe ora essere quello di consolidare questa sintesi.
Ma Bersani potrà mai, come suggerirebbe la domanda riportata all’inizio, contendere a Renzi la leadership sul terreno dell’innovazione? È abbastanza improbabile. Le reti neurali che Renzi stimola si basano su un’attività comunicativa di anni, che non può certo essere scalfita da una scelta di D’Alema. Se Renzi continuerà ad essere bravo ad attivare emozioni positive per sé e negative per Bersani all’interno del frame dell’innovazione (e qui non posso che suggerire di leggere Non pensare all’elefante! dello studioso americano George Lakoff), su quel tema non sarà battibile. Anzi, se i suoi avversari (Bersani e i suoi sostenitori che fanno l’ormai famosa domanda) continueranno a portare la discussione su quel frame, dominato da Renzi, non faranno che il suo gioco. L’amarcord in bianco e nero offerto a Bettola, in occasione del lancio della candidatura di Bersani, ha attivato certamente reti e frame diversi: la spontaneità su tutte, ma anche autorità e passione. Spontaneità, autorità e passione: tre frame che possono portare alla vittoria, ma sono ben diversi da quello dell’innovazione. A conferma, va notato che i continui richiami alle “radici” nel discorso del segretario volevano essere un tentativo (un po’ goffo, occorre dirlo) di inibizione delle sensazioni legate alla “rottamazione”. Una inibizione che certo ha fatto breccia nelle reti neurali dei suoi sostenitori. Che una settimana dopo ci sia stato qualcuno che ha tentato di farlo passare per un innovatore, creando solo confusione nel framing in cui si muove la sua campagna, non è stato certo un regalo per Bersani. Semmai, è stato un enorme pacco dono, con tanto di fiocchetto, che qualcuno dovrà mettere su un camper in giro per l’Italia.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




Veramente l’unica innovazione in queste settimane di campagna di cui Renzi si è fatto promotore attiene è proprio la campagna di rottamazione.
Non sono io a dirlo e non sei tu. E’ Renzi che ha dichiarato, dopo la “dipartita di D’Alema”, che si era chiusa “la fase uno della rottamazione”. (e qui complimenti a Gori e agli altri ghostwriter del sindaco di Firenze, per il magnifico gergo da pulizia etnica politica).
Che l’uscita di scena di D’alema abbia disinnescato parte del buon avvio di Renzi, non sono a dirlo io e non sei tu, ma i diversi sondaggi che testimoniano un arretramento nell’avanzata di consenso di Renzi.
Se poi nelle prossime settimane, invece che a discutere di simili questioni ombelicali, e si passasse a parlare delle idee di Renzi, Bersani, Vendola, Puppato e Tabacci per governare il paese, sarebbe cosa buona e giusta. Ma per ora non è accaduta.
Togliere di mezzo Massimo D’Alema, che può far valere un consenso (genuino, non comprato) e una competenza politica di livello internazionale, corrisponde di certo agli interessi personali di Renzi, ma non a quelli del PD e del Paese.
Ricordo che D’Alema è – tra l’altro – Presidente della FEPS, la Fondazione Europea per gli Studi Progressisti (il think tank vicino al PSE)
http://www.feps-europe.eu/en/
e in tale veste può realizzare delle attività di rilevanza politica Europea, che danno lustro a chi ne è protagonista – una situazione assai poco comune per gli Italiani, al di fuori dei propri confini (i quali sovente non parlano nemmeno le lingue).
A mo’ di esempio, segnalo la Conferenza “Call to Europe”, la cui edizione di quest’anno è stata dedicata alla politica estera e di cooperazione internazionale della UE, e dove D’Alema ha potuto tenere un discorso di largo respiro
http://www.calltoeurope.eu/en/
Di certo Renzi non è in grado di fare altrettanto, per ora.
@Renzino
> Di certo Renzi non è in grado di fare altrettanto, per ora.
Nel senso che D’Alema non lo invitera mai a parlare!
Questo impegno di D’Alema costituiesce un ulteriore motivo affinchè “lasci” l’Italia per lidi europei. Sarebbe anche una evoluzione naturale di carriera.
In Italia ha fatto quasi tutto, ha dato molto e perso tanto.
Scusate, ma io sinceramente vorrei vedere un po’ piu’ di distacco da parte de Imille nei confronti di queste importantissime, secondo me, primarie PD.
Capisco che l’endorsement personale e’ pratica comune (ed anche accettabile), ma da diverse settimane tutti gli articoli pubblicati qui sono spudoratamente pro-Renzi e “dimenticano” tutti gli altri candidati che sono Vendola, Tabacci, Puppato, Bersani.
Non sarebbe meglio tentare un confronto oggettivo tra i programmi dei vari candidati? Tentare di informare, piuttosto che cominciare a dibatttere di quei temi marginali (l’abbnadono di D’Alema? il cervello dei votanti di Bersani? What???) che piacciono tanto al modo di pensare all’italiana ma sono cosi’ poco usuali altrove?
@ Gabriele
In Europa si viene invitati a parlare se si ha qualcosa da dire.
Sulla materia, finora, Renzi potrebbe forse esprimere qualche balbettìo – per quello che sappiamo, e non è in chiaro in quale lingua.