di Elisa Martellucci.
Voler capire la dimensione del lavoro sommerso è un po’ come voler conoscere ciò che di per sé è un’incognita. Coloro che lavorano in nero o piuttosto i loro datori, sono infatti i primi a voler rimanere nell’ombra. L’agricoltura, l’edilizia, il commercio al dettaglio, la ristorazione, i servizi domestici sono in genere i settori dove il fenomeno appare con più evidenza. Che sia la badante o il lavoratore stagionale, tutti più o meno quotidianamente assistiamo al fenomeno del sommerso. Secondo una recente pubblicazione della World Bank “In from the Shadow- Integrating Europe’s Informal Labor”, la parte della forza lavoro “in nero” appartiene generalmente ad una fascia di età che non supera i 25 anni, è di sesso maschile e con un livello di istruzione minimo. Questi aspetti generali contengono però diverse eccezioni sorprendenti: nei nuovi Paesi membri della UE, ad esempio, la quota maggiore dei lavoratori informali (circa 2/3) ha completato l’istruzione secondaria. In paesi come Belgio, Cipro, Francia, Grecia, Israele, Romania, Russia, Ucraina e Inghilterra, il 20 – 30% possiede un titolo universitario. Nell’Europa del Sud, come in Italia, Spagna e Portogallo, i lavori in nero sono tipicamente manuali e richiedono una bassa specializzazione, ma in paesi come la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Romania e la Slovenia una fetta sostanziale di coloro che sono senza contratto svolgono lavori che non sono necessariamente di bassa manovalanza, bensì richiedono una specializzazione più elevata. La World Bank fa poi notare che dal 2006 al 2009, quando la crescita economica ha cominciato a rallentare, l’economia informale ha subìto un deciso rallentamento, dimostrando come siano proprio i lavoratori in nero ad essere le prime vittime della crisi, perché senza contratto e protezione.
Ulteriore campanello d’allarme lanciato dall’istituto di Washingthon è il profilo preoccupante del lavoro nero nell’Europa dell’Est, dove la fascia sociale della popolazione irregolare è decisamente diventata troppo ampia, creando nel lungo termine una situazione critica per la crescita economica di questi paesi.
Guardando all’Italia, la maggior parte degli informal workers ha un’istruzione di base. I lavori manuali altamente qualificati e i lavori non manuali con una bassa qualifica sono quelli più interessati dal fenomeno del sommerso. Le prestazioni lavorative non manuali altamente qualificate sono solamente in minima parte irregolari. Secondo le stime Istat del 2008, il peso dell’economia sommersa in Italia è compreso tra il 16,3 per cento e il 17,5 per cento del Pil (nel 2000 era tra 18,2 e 19,1 per cento). L’industria presenta il minor tasso di irregolarità, sono invece l’agricoltura e le costruzioni i settori con la maggiore incidenza di unità di lavoro non regolari. Anche il settore dei servizi è interessato al fenomeno, ma in maniera più rilevante nel commercio, riparazioni, alberghi e ristoranti, trasporti e comunicazioni (18,7 per cento nel 2009).
Come risolvere un fenomeno così altamente diffuso? Le ricette tradizionali sono veramente quelle efficaci? Come dimostrato dalla stessa World Bank la motivazione dei cittadini nel rispettare gli obblighi fiscali è fortemente correlata alla loro fiducia nel sistema statale. Riforme strutturali volte a diminuire l’evasione fiscale sono necessarie, ma potrebbero essere non sufficienti se non accompagnate da misure capaci di migliorare allo stesso tempo la governance, l’accountability (responsabilità) e la trasparenza delle amministrazioni nazionali. Il primo e più importante passo è infatti quello di ricostruire la fiducia dei cittadini in chi li governa. Ne discuteremo nelle prossime “puntate” di questa indagine.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






