Chi sarà il prossimo presidente della Commissione europea?

di Francesco Molica.

Di quinet

Il totonomine comincia sommessamente ad intrufolarsi nelle chiacchiere da cocktail party dell’eurocongrega di Bruxelles. La stampa sciorina i nomi dei primi papabili. Gli ammiccamenti dei politici si moltiplicano. Insomma: pare proprio che sia partita la corsa alla successione di José Manuel Barroso per lo scranno più alto della Commissione europea. Ammesso che l’ex premier portoghese non decida di trattenersi al tredicesimo piano del Berlaymont per un terzo mandato.

Il diretto interessato, infatti, non ha ancora sciolto la riserva. Molto dipenderà inoltre dai futuri equilibri politici nei 27 paesi membri, e a maggior ragione dall’esito delle elezioni europee. Lo scenario di un Barroso Ter conserva comunque la sua buona dose di chance.  Almeno quante spera di racimolarne Vivian Reding, commissario alla giustizia, dal Lussemburgo con furore. La Reding, sogliono mormorare i più maliziosi, un pensierino alla poltrona lo aveva fatto da un pezzo. Già nel 2008, in un commento sul Financial Times, predicava con toni stentorei di assegnare al gentil sesso una delle quattro cariche di vertice dell’Ue. Ma è solo nell’aprile scorso che la velina d’informazione europea Euractiv ha squarciato il velo sulle presunte mire della lussemburghese, spacciandola da diverso tempo affaccendata ad accaparrarsi la prestigiosa investitura. Un’indiscrezione che il suo portavoce non ha voluto smentire, ma si è anche premurato di non confermare.

La notizia è però filtrata con troppo anticipo, a rischio di attirare malumori e gelosie indesiderati. La Reding se n’è avveduta quasi subito e al rientro dai bagni estivi ha lanciato una tempestiva manovra di depistaggio, giurando urbi et orbi fedeltà al capo: ovvero sposando l’ipotesi di un Barroso atto terzo. L’hanno bevuta in pochi. Le quotazioni della commissaria sono già troppo alte per persuaderla a rinunciare all’agone. Non fosse perché ha la fortuna di provenire da un paese piccolo e rispettato, membro fondatore del club euro, tripla-A dalla fedina fiscale immacolata. E, fatto più pregnante, in perfetta sintonia sia con il rigore di rito merkeliano che con gli appelli ad allargare la solidarietà economica tra stati, sostenuti in particolare dai paesi del sud e dalla Francia. Il primo ministro lussemburghese e timoniere dell’eurogruppo, Jean-Claude Juncker, è a tutti gli effetti da annoverare tra gli sponsor eccellenti (ed influenti) dell’opzione eurobond.  Ne ha anche perorato la causa, assieme all’allora ministro Tremonti, in un editoriale apparso sempre sul Financial Times non più tardi di un anno e mezzo fa.

La Reding, anche a titolo individuale, possiede il pedigree ideale. Al quarto mandato in Commissione europea, un bel record di longevità, conosce a menadito le dinamiche e i rapporti di forza istituzionali di Bruxelles. In specie nell’ultima decade, ha messo a segno un numero apprezzabile di successi legislativi. E da ultimo ha strappato il plauso delle frange europeiste e il rispetto degli stati membri con i famosi pugni sventolati in conferenza stampa all’indirizzo di Sarkozy e del suo controverso programma di rimpatrio dei Rom. Oro colato rispetto alla linea compiacente e rinunciataria di Barroso e della maggior parte dei sodali che siedono nel suo collegio. Ma questo non significa che tutto il Partito Popolare Europeo, dalle cui fila proviene la commissaria, sia pronto in un futuro più o meno prossimo a incoronarla all’unanimità. Barroso permettendo, ovviamente.

La crisi ha fatto a brandelli le antiche geometrie istituzionali in seno all’Ue. Detto in maniera più prosaica: non c’è oggi decisione importante che non debba ormai ricevere la benedizione preventiva di Angela Merkel. E pare proprio che la cancelliera tedesca propenda per una soluzione alla “britannica”, un presidente politicamente debole e poco dimestico con gli intrighi dei palazzi comunitari. Qualcuno, insomma, che non ostacoli la vistosa piega intergovernativa assunta dall’Ue. Chi potrebbe inguainarsi bene a questo identikit?  Secondo lo Spiegel, donna Angela scommette su Donald Tusk, l’attuale primo ministro polacco. Maniera scaltra di premiare con una nicchia di rappresentanza i nuovi paesi membri, e al contempo emarginare in via definitiva la Commissione dalla partita sul futuro dell’eurozona (di cui, per l’appunto, la Polonia non fa parte). Solo che la Merkel non ha fatto i conti con l’oste, quel Parlamento europeo che non ne vuol più sapere di vedersi imposto dall’alto un nome di emanazione intergovernativa.  Per evitare imboscate, sembra che gli eurodeputati abbiano deciso di blindare i propri candidati con un accordo trasversale. Ciascun partito europeo designerà un nome in vista delle prossime elezioni europee del 2014. Che il Consiglio Ue dovrà in pratica limitarsi a ratificare in funzione della maggioranza parlamentare espressa dalle urne, come peraltro indicato dai Trattati.  Altrimenti, Strasburgo non voterà la fiducia.

Il PSE è sempre di più orientato per Martin Schulz, anche lui un veterano di Bruxelles, e attualmente presidente del Parlamento europeo. I liberali per loro conto dovrebbero confermare fiducia all’ex premier belga Guy Verhofstadt, che nel 2004 sarebbe già dovuto salire al soglio della commissione al posto di Barroso se il Regno Unito non si fosse messo di traverso infastidito – e impaurito – dalla sua eccessiva “verve” federalista. Lo scontro finale potrebbe alla fine consumarsi tra Schulz e la Reding: i due probabili candidati delle principali forze politiche europee. Due ottime scelte, per carità: entrambi competenti, carismatici, riveriti sulla piazza brussellese.  Ma sono qualità che, sfortunatamente, non bastano a ridare alla Commissione quella preminenza nel sistema decisionale comunitario che ha smarrito sotto i colpi della crisi e della cortigianeria di Barroso. L’esecutivo europeo per recuperare un decimo dei fasti e dell’ascendente dell’era Delors avrebbe bisogno di ben altro. Di un leader politico, anzi tutto, e non di un insider di Bruxelles. Di un ex primo ministro, ancor meglio se in provenienza da uno stato membro anziano e influente e dotato di sufficiente potere contrattuale per non lasciarsi prevaricare dal Consiglio. E anche di una persona sfacciata, piena di sé, presenzialista, e soprattutto conosciuta dall’opinione pubblica.

Di un Blair, di un Sarkozy, di un D’Alema o di…a bene vedere, è proprio questo il problema. La lista è corta e parecchio improbabile.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti