di Ilaria Maselli.
Periodicamente su questa rivista compaiono articoli su quella ferita aperta italiana che è la fuga dei cervelli (qui e qui, per esempio). L’obiettivo, e anche buon proposito di questo articolo, è di chiarire alcuni punti fondamentali su questo complesso argomento e fornire qualche dato relativo ai cervelli in fuga.
Prima di tutto è importante ricordare che ciò che costituisce un danno per l’Italia non è la partenza verso l’estero dei suoi cervelli migliori. L’esperienza in un altro paese arricchisce dal punto di vista professionale, umano e intellettuale la persona che parte, il paese che la accoglie, così come il paese di provenienza in caso di ritorno. Il vero problema è il saldo negativo tra quelli che partono e gli stranieri che arrivano o gli italiani che tornano. Come ricordato da Simona Milio in un precedente articolo su questa rivista, sarebbe quindi appropriato spostare l’attenzione dal concetto di fuga a quello di circolazione dei cervelli, se non altro per evitare di pensare che la soluzione sia impedire ai giovani brillanti di partire.
Un aspetto molto importante del dibattito è la mancanza di dati per misurare l’entità del fenomeno. Con l’intenzione di colmare parte di questo vuoto, ho svolto pertanto una piccola indagine. Tra il 25 luglio e il 25 agosto di quest’anno ho fatto circolare online un questionario rivolto agli italiani attualmente all’estero. Con mia grande sorpresa sono riuscita a raccogliere poco più di 500 risposte, insieme ai commenti amichevoli di sconosciuti in giro per il mondo che hanno inoltrato il questionario ai loro amici.
Per motivi di spazio, non riuscirò a riassumere in questo post tutte le preziose informazioni messe insieme, per cui cercherò di riassumere i dati più interessanti:
- L’età media degli intervistati, che si dividono quasi perfettamente tra uomini e donne, è di 32 anni, di cui già 5 in media trascorsi fuori. L’83% si trova in Europa, cosa che rende meno probabile il ritorno in Italia, presumibilmente a causa della relativa vicinanza e somiglianza tra i costumi.
- Come ci si può facilemente attendere, molti (25%) partono dopo aver accettato un’offerta di lavoro. Altri (15%) rimangono nella città in cui hanno fatto uno stage o l’Erasmus. Alcuni (11.5%) partono “all’avventura” e qualcuno raggiunge il partner già fuori. Bisogna tenere a mente questi numeri per capire come attrarre i cervelli stranieri…
- Alla domanda “aspireresti a tornare in Italia in futuro”, il 26% ha risposto probabilmente no, il 22% non so, 42% sì, ma non per il momento e soltanto 10 su 100 sì, presto. Estremizzando vuol dire che ogni 100 italiani che partono, 90 rischiano di non tornare.

Fonte: indagine online.
Per quale motivo? La risposta col maggior numero di preferenze è stata il mercato del lavoro italiano non è competitivo, al secondo posto la scarsa qualità dei servizi italiani, al terzo l’impossibilità di sviluppare le proprie idee e, infine, alcuni hanno messo radici nel posto in cui vivono e dichiarano di trovarsi bene.
La domanda forse più importante dell’intero questionario riguarda gli incentivi a tornare (che vanno distinti dai motivi per cui tornare). Il questionario prevedeva una serie di opzioni: la presenza di centri di eccellenza (o aziende e distretti), offerte di lavoro complementari per il/la partner, variabili monetarie come sgravi fiscali, premi in denaro o accesso facilitato al credito per aprire un’attivita. Quest’ultime hanno totalizzato ciascuna soltanto il 9-10% delle preferenze, mentre la maggioranza relativa ha mostrato una preferenza per i centri di eccellenza.
Questo risultato getta numerose ombre sull’efficacia di “Controesodo”, una legge promulgata nel 2010 con l’intento di riattrarre i cervelli in fuga promettendo agevolazioni fiscali per i primi anni di permanenza in Italia, fino al 2013. È assai probabile che gli incentivi si limitino a beneficiare coloro i quali in Italia sarebbero tornati comunque, mentre non costituiscono una calamita abbastanza forte per convincere quelli per cui pesano troppo i disincentivi, come l’inadeguatezza del welfare e dei servizi (pensate a chi vive in Belgio, Olanda, Francia o nei paesi scandinavi!), e la mancanza di meritocrazia.
Che fare dunque? Due possibilità danno speranza, una a breve e l’altra a medio termine.
La prima è offerta dalla tecnologia: non è detto che per partecipare alla cosa pubblica sia necessario risiedere al di qua delle Alpi (o al di là, per quelli che si trovano più a Nord). Si può fare qualcosa anche stando fuori. E lo si può fare in diversi modi: lavorando per aziende italiane, con clienti italiani, scrivendo su iMille (!!) o come membri delle sedi dei partiti politici italiani che si trovano nelle grandi capitali. Duecento dei cinquecento che hanno risposto all’indagine hanno dichiarato di far parte di network di italiani all’estero.
È l’idea di Italia diffusa, lanciata dall’Associazione ITalents. A questo concetto si collega la questione del crowdsourcing, ovvero la possibilità di coinvolgere italiani all’estero per progetti specifici. Su questa proposta, lanciata dal Ministro Terzi, si era già scritto in precedenza con una vena di scetticismo: il crowdsourcing è nelle forme attuali un modo per ottenere lo svolgimento di micro-mansioni a basso costo. Tuttavia non c’è dubbio che la tecnologia offra la possibilità di permettere agli italiani all’estero di partecipare a progetti imprenditoriali o di ricerca mirati all’Italia, lavorare per aziende italiane o semplicemente evitare il distacco totale dai dibattiti nazionali.
Nell’attesa (vana?) che il malfunzionamento del “sistema Italia” smetta di essere un deterrente per i cervelli italiani, come per quelli stranieri, si potrebbe investire nelle eccellenze nazionali e creare poli di attrazione per gli ingegneri che lavorano per la Toyota, per gli esperti di finanza che hanno colonizzato Londra, per gli artisti che hanno scelto Parigi. Se per ogni settore esistesse un centro di ricerca o un’azienda leader a livello mondiale, i cervelli italiani e stranieri fuori prenderebbero più facilmente in considerazione l’idea di trasferirsi a Torino, Roma o Bari.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





brava, Ilaria.
Finalmente si comincia a capire che quello della fuga dei cervelli e’ un concetto illusorio.
Purtroppo ancora qualcuno continua pero’ a pensare che il problema sia quello. Anche, ho il sospetto, per meri interessi di bottega, pensando che un sedicente cervello in fuga possa vantare piu’ diritti di un pizzaiuolo andato in Belgio 40 anni fa o di un manovale emigrato in Australia per cercare lavoro che non trovava in Italia.
p.s. no, non sono un cervello in fuga. Sono al massimo un ganglio nervoso che vive all’estero per vedere come e’ fatto il mondo e perche’ ne aveva abbastanza del suo paese.
Grazie Ilaria, ottimo post e dati che “confortano” la mia analisi qualitativa che avevo esposto proprio a Vedrò , e che ho riportato qui
http://riccardoparis.blogspot.fr/2012/09/per-vedro2012-sullattrattivita.html
E il fatto che “incentivi fiscali” non servano a nulla temo non sia una buona notizia, nella misura in cui “modifiche sistemiche” sono troppo poco comprensibili non solo al ceto politico, ma alla cittadinanza stessa (temo) per l’effetto “muro di gomma” …. ma chissà, invece, magari, un giorno ….
@pgc +1
@ Ilaria Maselli – sarebbe possibile avere piu’ dati da questo mini sondaggio? Sono un Italiano all’estero, anche se definirmi un cervello in fuga e’ un po troppo (non sono uno scienziato, un ricercatore, un ingegnere e ho solo un misero diploma da istituto tecnico)
Grazie Pgc, Riccardo e Paolo.
Io penso che siamo tutti cervelli in fuga nella misura in cui realizziamo fuori qualcosa di meglio rispetto a quello che avremmo potuto fare in Italia.
Definizioni a parte…
@Riccardo: condivido quello che avevi detto a veDrò e che poi hai scritto nel blog.
@Paolo: se vuoi ti mando una presentazione dove ho messo un po’ di grafici con le risposte alle domande. Scrivimi: masellilaria@gmail.com.
Cervelli in fuga, spesso certi dati vanno letti diversamente, l’importante è non considerari gli scambi tra i vari dottorati, convenzioni et simila, siccome per poterci partecipare devi avere il titolo che si acquisisce in Italia.
I veri cervelli in fuga sono tutte quelle persone che lavorano, studiano, vivono in paesi stranieri avendo fatto le selezioni, colloqui alla pari dei locali.
Conosco molti dottorandi in Nord america, i quali non sarebbero mai entrati se avessero concorso con gli studenti interni.
Vorrei segnalare questo interessante articolo – http://bit.ly/SQVHQE- sul global brain trade, che dimostra ancora una volta che l’anomalia italiana non e’ quella della “fuga dei cervelli”, ma quella della mancata “importazione” di materia grigia. Sarebbe quindi piu’ opportuno parlare di global brain trade.
Pur considerando i limiti della ricerca, l’Italia non si distingue dagli altri paesi in termini di “export”, ma e’ totalmente anomala in termini di import. Insieme al Giappone, anche se per ragioni molto diversi.
Il global brain trade e’ fisiologico e tanto maggiore quanto piu’ il paese e’ sviluppato. Ed e’ anche un aspetto fondamentale della ricerca in quanto essenziale per scambiare esperienze educative e professionali. Da’ anche un contributo essenziale allo sviluppo e alla “sprovincializzazione” della societa’.
Piu’ che leggi speciali per permettere ai poveri ricercatori italiani di rientrare, dobbiamo fare qualcosa per permettere l’accesso di specialisti di altri paesi alla ricerca italiana.
Ricordo che i posti di lavoro non sono come le sedie al cinema. Se aumentano e diminuiscono dipende dalla qualita’ del sistema, e la qualita’ puo’ essere incrementata proprio convincendo altri, migliori/diversi da noi, a lavorare con noi.
saluti
per il link, rimuovete manualmente il “dash” (la lineeta: – ), oppure cliccate qui:
http://bit.ly/SQVHQE
scusate l’addendum (e i molti “typo” nei miei precedenti interventi ma vado un po’ di fretta…).
Invito a leggere l’articolo che ho linkato con molta attenzione, perche’ e’ chiaro che si tratta di un lavoro con evidenti problemi metodologici e di portata limitata. Ma il punto e’ che rappresenta bene la sensazione che si ha avendo lavorato sia in istituti esteri che italiani: mentre altrove sono rappresentate un po’ tutte le nazionalita’, la situazione italiana e’, spesso, sconcertante. Difficile trovare persone di provenienza diversa. Spesso addirittura si incontrano ricercatori che hanno svolto tutta la loro carriera, da studente a ordinario, nello stesso dipartimento. Per non parlare poi dei casi di familiari assunti, ma quello e’ un discorso diverso, ai limiti, o ben dentro, l’illegalita’.