di Francesco Carnesecchi.
A qualche giorno dall’inizio della campagna per le primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra, che si svolgeranno con molta probabilità entro la fine dell’anno, salvo una fine anticipata di legislatura, il centrosinistra italiano si trova di fronte ad una nuova occasione di confronto. Occasione che per certi versi ricorda le primarie che indicarono Romani Prodi come candidato di coalizione nel 2005: un momento utile per anticipare la campagna elettorale della primavera successiva, attraverso un confronto tra candidati diversi con profili culturali e visioni del paese distinte.
Se questo confronto si svolgerà, dunque, sarà un’occasione utile perché il centrosinistra italiano discuta finalmente di temi quali la crescita, il lavoro, il ruolo dello Stato nell’economia. Le posizioni di Matteo Renzi, come ci ricorda su queste pagine Marattin, saranno su questi temi diverse rispetto a quelle di Pierluigi Bersani, Nichi Vendola e degli altri candidati che si stanno affacciando in questi giorni.
Questo momento utile e positivo rischia però diventare uno scontro interno solo al Partito Democratico su temi quali la selezione della classe dirigente, il metodo di organizzazione interna dei partiti, il ruolo dei partiti stessi nelle democrazie contemporanee. Purtroppo, l’impressione è che il dibattito pubblico si concentrerà sull’età dei candidati stessi e sulle loro proposte in merito al ricambio delle élites politiche del paese, piuttosto che sul programma per il paese proposto dai candidati. In questo contesto è molto probabile che Matteo Renzi abbia gli argomenti migliori, non soltanto per la data di nascita quanto per la capacità del sindaco di Firenze di costruire un dialogo con il paese e proporre, attraverso la costruzione di una rete di professionisti e amministratori locali, un nuovo gruppo dirigente che si candidi a governare l’Italia. Anche se è difficile prevedere se la sfida del sindaco di Firenze avrà successo, è comunque certo che questa è destinata a raccogliere molti consensi se il confronto insisterà sula distinzione tra i “politici” e la “società” ovvero “loro” e “noi”.
Una visione distorta, cresciuta sulle macerie della crisi politica di inizio anni ‘90, pone la società civile in posizione antitetica rispetto ai partiti politici. Quante volte la non appartenenza ad un partito politico, l’essere “indipendenti”, viene presentato come un valore aggiunto di una candidatura?
Ormai due decadi fa i partiti politici divennero infatti cosa altra rispetto alla “società civile”, fatta di organizzazioni private, organizzazioni religiose, imprese, sindacati, ecc. Il Partito Democratico fondava proprio su questo distacco una delle proprie premesse progettuali, con l’intento però di ricomporre questa frattura piuttosto che riproporla all’infinito. Un’occasione per fare in modo che, riprendendo la definizione di Norberto Bobbio, i partiti politici tornassero ad essere soggetti capaci di raccogliere le istanze provenienti dalla società e trasformarle in proposte politiche.
Quella tra élites politiche e società era una frattura che si sarebbe dovuta ricomporre costruendo nuovi meccanismi di reclutamento e di elaborazione politica. Il più discusso di questi elementi è certamente il metodo di selezione dei candidati attraverso le primarie, che sottrae agli organismi dirigenti alcune delle competenze chiave dei partiti novecenteschi, anche se, è sempre utile ricordarlo, non le sottrae ai partiti, semplicemente le distribuisce in maniera diversa; a meno che non si voglia considerare gli iscritti e gli elettori cosa altra rispetto ai partiti. Altrettanto rilevante è la questione della formazione e dell’elaborazione politica. Il partito Democratico riconosce, infatti, negli articoli 28 e 29 del proprio statuto la competenza di fondazioni, associazioni ed istituti politico-culturali sia nella formazione della classe dirigente sia nell’elaborazione politica e programmatica. In questa prospettiva potrebbe sembrare una specie di esternalizzazione delle proprie funzioni tradizionali. Non è così: i presupposti di questa scelta partivano dalla constatazione dell’incapacità dei partiti politici di formare e selezionare al proprio interno la classe dirigente del paese. Un paese divenuto estremamente complesso e plurale rispetto alla società italiana dell’immediato dopoguerra, di fronte al quale tuttavia i partiti politici sembravano ancora riproporre gli stessi meccanismi di mezzo secolo fa. Una situazione a cui in qualche caso si è risposto con un arroccamento, che assomiglia più alla difesa di rendite di posizione piuttosto che un tentativo di salvare la dignità ed il ruolo dei partiti, e che ha trovato una facile sintesi nell’espressione “la casta”.
Il dibattito attorno alle primarie diventa allora semplicistico ed in qualche caso rischioso, dove dovesse scivolare nel populismo e nell’assenza di confronto tra i candidati sulle differenze di prospettive sul paese ricordate nella premessa. La questione del ricambio diventa invece utilissima per capire se i partiti siano ancora in grado di selezionare al proprio interno rappresentanti ed amministratori locali e nazionali, oppure se le profonde mutazioni della nostra società non richiedano sempre di più la ricerca di risorse intellettuali al di fuori dei partiti stessi. Il tema del ricambio non è legato semplicemente ad una questione anagrafica, anche se questa è comunque rilevante, visto che, stando le statistiche della Camera dei Deputati, l’età media dei deputati è di 56 anni e solo 7 eletti nel gruppo del Pd avevano meno di quarant’anni al momento dell’insediamento. Né si tratta di una questione di profili professionali, anche se è vero che, stando sempre alle statistiche della Camera dei Deputati, i rappresentanti che dichiarano quale professione all’atto dell’insediamento funzionario politico o amministratore locale sono una cinquantina, e per la quasi totalità eletti nelle liste del Partito Democratico. Questi dati, limitandoci ad osservare le caratteristiche di un gruppo parlamentare nazionale, sono solo un lato, anche se il più evidente, del panorama politico del nostro paese. Sono i dati su cui si fondano le critiche di chi, come Matteo Renzi, ed è in buona compagnia, cerca di contrapporre la figura del “politico” alla società, identificando con il primo la sede, spesso a ragione, di ingiustificati privilegi, mentre nella seconda risiederebbero il merito e le capacità.
Per questo quel“se vinco io tutti a casa” diventa un motto vincente, senza però diventare garanzia che al ricambio della classe dirigente del nostro paese sia associato anche il cambio dei meccanismi di reclutamento. Il vero rischio è quello di sostituire tutti, o più probabilmente un parte, dei protagonisti della politica nazionale con altri, scelti sulla base delle stesse logiche. Un motto che rischia comunque di sfondare dove dovesse trovare quale risposta un’ulteriore chiusura e arroccamento.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




