di Marco Campione.
Matteo Renzi ha definito nel suo discorso di Verona la “foto del Palazzaccio” molto peggio di quella di Vasto. Di quale foto stava parlando? Di questa: la foto dei promotori del referendum per cancellare alcune parti del nuovo articolo 18, quello riscritto dal governo Monti.
Dal punto di vista della comunicazione politica non v’è dubbio che Renzi abbia ragione: pessima foto. Molto affollata (nella sola prima fila, ho contato 10 facce), densa di soggetti che – fatta eccezione per la Fiom – rappresentano forze politiche e sindacali da prefisso telefonico. Va bene che l’unione fa la forza, ma quella foto ricorda troppo un’altra Unione. E per gli italiani il governo dell’Unione non è un bel ricordo: uno dei più litigiosi e per questo meno concludenti. Altre cose che si notano subito: una sola donna, nessuno con meno di cinquant’anni. Foto perfetta, se si vuole dare una dimostrazione plastica di chi i proponenti vogliano tutelare: per lo più ultracinquantenni maschi.
Quali sono però le motivazioni e le conseguenze politiche di questa iniziativa? A me sembrano evidenti a prescindere dal giudizio di merito sugli effetti del referendum. Perché la Fiom e i sindacati di base promuovano il referendum è chiaro. Perché lo faccia Di Pietro, anche. Certamente coerenti con il proprio programma politico anche i piccoli partiti comunisti e i Verdi, da tempo purtroppo definitivamente votati al minoritarismo. Ma Vendola? Ha abbandonato Rifondazione proprio per dire no a battaglie squisitamente ideologiche che prescindessero da una cultura di governo. E ora è lì, solo per marcare a uomo Diliberto e Ferrero… che tristezza!
La scelta di Vendola è tutta tattica. Serve a dimostrare (ai suoi e al PD) che non ha abbandonato l’idea di un’alleanza con Di Pietro, si copre a sinistra e partecipa a quello che sarà un sicuro punto di visibilità per la campagna elettorale. Se a questo aggiungiamo che – anche raccogliendo le firme necessarie – non si potrà votare prima del 2014, il senso esclusivamente tattico e di basso profilo dell’operazione risulta ancora più evidente. E magari se un elettore schifato da tutto questo finisce per votare Grillo la colpa è sua che “non capisce”.
Visti questi comportamenti, quale garanzia avranno gli elettori che la galassia del centrosinistra resterà unita? La proposta di Bersani è semplice: i parlamentari della futura coalizione decideranno il da farsi a maggioranza e tutti si adegueranno. Garanzia che il patto venga rispettato è però la credibilità dei contraenti, che in politica si misura essenzialmente con l’osservazione dei loro comportamenti. Ricordo cosa disse Bersani alla nascita del governo: “Non è che uno può andar per funghi durante il governo d’emergenza e poi tornare con noi per la campagna elettorale”. Oggi Vendola mette la propria faccia in un’operazione contro Monti e chi lo sostiene. Non vale più questo monito paterno? Il Pd dovrebbe essere conseguente per dimostrare la propria credibilità. Ai potenziali alleati, ma soprattutto ai potenziali elettori.
Le prese di posizione sono invece attente ad altri aspetti (e dire che invece il tema della credibilità della classe politica sarà molto rilevante in campagna elettorale). “È una deriva populista e antidemocratica” (Fassina), “Credo sia un errore affrontare i temi dell’articolo 18 per via referendaria” (Bersani). Il Pd dunque appare contrario, anche se – veltronianamente – “La nostra non è una posizione antitetica” (sempre Bersani). Contrario almeno ufficialmente, almeno per adesso. Anche il referendum sull’acqua in principio non fu sostenuto, poi il Pd si rimangiò perfino una propria proposta (primo firmatario Pier Luigi Bersani) per dare il segnale di un riposizionamento.
Peraltro, l’alleanza a prescindere con Vendola, nel nome della quale gli si perdona tutto, anche a costo di risultare poco credibili, è anch’essa una conseguenza della scelta di riposizionare il partito nel campo di un centrosinistra più tradizionale (il socialismo europeo, per usare una formula). Scelta legittima, ma allora la si faccia fino in fondo: non ha senso lisciare il pelo a certe posizioni senza prevedere le conseguenze o essere pronti ad essere conseguenti. E il referendum era la più logica conseguenza dell’opposizione dura fatta alla riforma Fornero.
Infine, questo referendum è una vera e propria bomba ad orologeria che rischia di esplodere un anno dopo l’insediamento del prossimo governo. Che in teoria Vendola auspica possa essere di centrosinistra. Ma solo chi si immagina tra un anno all’opposizione può puntare su questa carta per sparigliare il gioco e avere l’opportunità di rientrare in partita. Di Pietro, i piccoli comunisti e la Fiom sono in quelle condizioni. Ma Vendola? Immagina che Renzi vinca le primarie e lo scarichi? O che la grande coalizione sia inevitabile e non preveda la sua presenza? Se lui la pensa così, perché non si gioca le sue carte in una coalizione con Di Pietro e Ferrero? Almeno saranno gli italiani a scegliere.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Mi sa che anche stavolta finirà come sui referendum sull’acqua pubblica, con il PD a recalcitrante rimorchio dei referendari.
Eppure non dovrebbe essere difficile per il primo partito d’Italia elaborare una propria politica e portarla avanti nel Parlamento e nel paese, senza andare a rimorchio della Fornero da una parte e di Vendola, FIOM e compagnia dall’altra..
Basterebbe che smettesse di essere il club dei vedovi di PCI e DC e decidesse, finalmente, di diventare il “partito democratico”.