di Maurizio Bovi.
La Spending Review è attività assolutamente sacrosanta in generale. Figuriamoci quando si ha un debito pubblico e un livello di imposizione come quelli italiani. Tuttavia ci sono alcuni passaggi del processo di revisione della spesa che non sono chiari. Di seguito ne elenco alcuni.
1) Sul sito del Governo, nella presentazione della Spending Review, si legge (da qui in avanti il grassetto, se non altrimenti specificato, è mio):
“Per garantire il successo dei programmi di risanamento dell’economia e per stimolare la crescita e la competitività, il Governo – consapevole dell’importanza del contenimento dei costi degli apparati burocratici – ha avviato, sin dal suo insediamento con il decreto legge Salva Italia, la revisione della spesa pubblica. (…) Attraverso l’utilizzo di una metodologia sistematica si tende a migliorare il processo di decisione e di allocazione delle risorse e la performance delle amministrazioni pubbliche in termini di economicità, qualità ed efficienza dei servizi offerti ai cittadini. Con tale metodologia si sostituisce la logica dei ‘tagli lineari’ e il criterio della “spesa storica” (…).”
Bene. Però nella stessa pagina web, nella sottosezione “riduzione del personale”, si legge:
“Gli uffici dirigenziali e le dotazioni organiche delle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, delle agenzie, (…) sono ridotti nella seguente misura:
a) gli uffici dirigenziali, di livello generale e di livello non generale e le relative dotazioni organiche, in misura non inferiore, per entrambe le tipologie di uffici e per ciascuna dotazione, al 20 per cento di quelli esistenti;
b) le dotazioni organiche del personale non dirigenziale, apportando un’ulteriore riduzione non inferiore al 10 per cento della spesa complessiva relativa al numero dei posti di organico di tale personale.”
Qualcuno riesce a vedere dov’è la metodologia sistematica e la sostituzione della logica dei tagli lineari di questo provvedimento? E che dire del congelamento senza discrimine dello stipendio di (quasi) tutti i dipendenti pubblici che vige a partire dal dicembre 2010? Ma andiamo avanti.
2) Sempre nella presentazione della Spending Review, si legge:
Riformare la spesa pubblica non è una missione impossibile considerato che nella gestione della spesa pubblica ci sono ampi margini di risparmi e razionalizzazione.
Bene. Però nel Rapporto Giarda “Elementi per una revisione della spesa pubblica”, c’è scritto:
“La spesa pubblica italiana è nel suo totale molto elevata per gli standard internazionali e la sua struttura presenta profonde anomalie rispetto a quella rilevata in altri paesi. La spesa per la fornitura di servizi pubblici e per il sostegno di individui e imprese in difficoltà economica è inferiore alla media dei paesi OCSE, ma la spesa per interessi passivi e per pensioni è molto superiore.”
Considerando l’OCSE, quindi, sembra che la nostra spesa ex interessi e pensioni dovrebbe essere rivista al rialzo, non al ribasso. Ok, se qualcuno lo sta pensando sono assolutamente d’accordo: parlando a livello così aggregato, gli “ampi margini” di risparmio e razionalizzazione possono starci anche non considerando interessi e pensioni. Anzi tutti noi, come utenti dei servizi pubblici, lo sappiamo bene. Comunque il confronto internazionale suggerisce che la nostra PA non è poi così spendacciona. Forse più che di Spending Review si dovrebbe parlare di Quality Review. E ancora:
3) A pagina 4 del citato Rapporto Giarda, si legge:
“I dati ISTAT mostrano che i costi di produzione dei servizi pubblici (scuola, sanità, difesa, giustizia, polizia, ecc.) sono cresciuti nel tempo molto più rapidamente dei costi di produzione dei beni di consumo privati. Il differenziale di costo è misurato dalla dinamica dei deflatori impliciti delle due categorie di beni.”
Chi ha avuto l’avventura di occuparsene sa bene quanto sia complicato calcolare il costo dei servizi pubblici. Tuttavia confrontare nel loro insieme i prezzi dei beni pubblici e di quelli privati è quasi eroico. Per dire, siccome l’esercito e la giustizia esistono solo nel settore pubblico mentre nel privato si producono beni che la PA (fortunatamente) neanche si sogna di fare, allora si stanno confrontando due cose molto, forse troppo, diverse. Non sarebbe meglio “micro-fondare” la Spending Review? Ad esempio, perché non pensare di paragonare gli stipendi dei professori che insegnano nel pubblico con quelli dei docenti che insegnano in “corrispondenti” scuole private? E che dire dei medici e categorie simili? Siamo così sicuri che, in questi casi, gli stipendi pubblici siano così superiori? Alcuni peculiari servizi pubblici che non trovano neanche una lontana corrispondenza nel privato potrebbero poi essere controllati raffrontandoli con i corrispondenti esteri. Tanto per fare un esempio si pensi all’Istat, che è il produttore monopolista dei conti nazionali. Sui siti di alcuni istituti nazionali di statistica si scoprono, per il 2011, i seguenti dati. L’Istat francese (che si chiama INSEE) è costato 434 milioni di euro; quello inglese (che si chiama ONS) è costato al contribuente di sua maestà circa 200 milioni di euro (però pare ci si riferisca alla sola cifra spesa per il personale); mentre l’Istat è costato 176 (e per il prossimo biennio sono previsti ulteriori tagli). Certo si può/deve sempre migliorare e il confronto tra i suddetti istituti non è perfetto. Ma è certamente meno peggio che avventurarsi a confrontare le dinamiche di panieri di beni che includono arredamento, PC, vestiti, ecc. con i “prezzi” dei servizi pubblici. Ma non è tutto.
3) A pagina 7 del Rapporto Giarda, si legge:
“La scuola e la sicurezza trovano la propria constituency in una successione di ministri tratti, negli ultimi 20 anni, da 13 diversi governi e in una burocrazia dispersa a governare un esercito di quasi 1,4 milioni di dipendenti pubblici che operano in strutture tecnologicamente molto arretrate.”
Ma allora non è forse possibile che parte della colpa dell’aumento relativo dei costi di produzione della PA (ammesso che analisi più accurate lo confermino) sia legata alle carenti strutture (ovvero agli insufficienti investimenti pubblici) piuttosto che ai lavoratori pubblici? In effetti, tanto per buttare lì qualche correlazione “da bar”, la dinamica degli investimenti pubblici appare inversamente proporzionale a quella del deflatore implicito pubblico di cui al punto precedente. Forse andrebbe fatta anche una “Investment Review”. Chissà (da leggere con ironia, visto quanto scritto nel precedente punto 2), nel confronto con i nostri competitors, forse si scoprirebbe che in Italia gli investimenti pubblici sono inferiori sia nel livello che nei tassi di crescita.
Concludendo, vale la pena di ribadire che la revisione della spesa e molti altri passaggi della Spending Review in corso sono assolutamente condivisibili. Tipo quelli inerenti gli enti locali dove confronti meno brutali di quelli sopra descritti possono e devono essere fatti (e non solo dai mass media). Ad esempio, perché in Sicilia ci sono 90 consiglieri regionali e in Lombardia (che ha il doppio degli abitanti) ne ha 80? E in assoluto, chi stabilisce che un consigliere regionale, oltre ai benefit, deve guadagnare 10mila euro netti al mese (cifra che lo colloca al top degli stipendi della PA)? Ma la politica, non si fa per passione? Vista la differenza di stipendio è più probabile che sia la Ricerca pubblica a farsi per passione. E, forse, ecco perché dall’Italia fuggono i cervelli e non i politici. Per altre statistiche sulla mia personale “Public Wages Review” si può leggere il mio articolo su imille.org del 31 agosto 2011.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




