Oltre i fatti di Bengasi, cosa resta della Primavera Araba

di Giulia Serio.

“Demonstration Against Authoritarian Government in Cairo (Jan. 25, 2011)” di Frame Maker

Da martedì 11 settembre scorso l’odio antiamericano ha riacceso le stesse piazze in cui, poco meno di due anni fa, aveva preso vita la Primavera Araba. Di quelle proteste resta solo la straordinaria velocità di diffusione e di organizzazione delle manifestazioni, ormai garantita dalla tecnologia digitale.

L’effetto detonatore è stato dato questa volta dalla diffusione su YouTube della versione in lingua araba del trailer del film amatoriale “L’innocenza di Maometto”, ritraente il profeta come un pedofilo imbroglione. Le proteste si sono così velocemente diffuse nei grandi paesi musulmani (fino a raggiungere anche alcune piazze europee), seppur coinvolgendo sempre poche centinaia di estremisti.

Se poco ancora si sa sull’identità del regista (si pensa si tratti di un gruppo di copti egiziani americani dal noto passato antislamico), certo è che l’intenzione principale sia stata quella di rinfiammare gli odi settari, con un prodotto che non solo ritrae l’immagine del profeta (già di per sé proibito) ma ne denigra l’immagine e l’insegnamento.

La direzione di Google (oramai storico proprietario di YouTube) ha ordinato il blocco del video in Egitto e Libia i giorni delle prime manifestazioni, per poi estenderlo all’India e l’Indonesia dopo richiesta di queste ultime. Nonostante le numerose richieste di accertamento inoltrate dal Presidente Obama alla direzione Google, per assicurarsi che il video non violi i principi di diffusione di YouTube riguardo la diffusione di contenuti razzisti, antisemiti o offensivi, ancora nessuna mossa è stata presa dai vertici di Google.

La morte dell’ambasciatore Stevens, dei due membri del personale diplomatico e del marine che erano con lui sono invece stati attribuiti a un’azione di un gruppo jihadista. Il gruppo terrorista, molto attivo in Libia, avrebbe approfittato della confusione della manifestazione per mettere in atto un attentato premeditato da tempo per vendicare la morte del leader di Al-Qaeda Abu Yahya al-Libi e programmato in occasione dell’undicesimo anniversario dell’attentato del settembre 2001. La presenza di armi anticarro come gli RPG-7, in particolare, decisamente insolita per una manifestazione spontanea, supporta l’idea che non si trattasse della semplice degenerazione di una manifestazione popolare.

L’obiettivo non era infatti per niente casuale. Chris Stevens si era impegnato a fondo nella ricostruzione del paese, parlava arabo e aveva passato gli ultimi sei mesi a incontrare i membri delle varie fazioni che a oggi si contendono la Libia. Come ha scritto Gramellini su “La Stampa”: I fanatici hanno un sesto senso nello scegliersi le vittime. Non se la prendono mai con i fanatici della trincea opposta, verso i quali nutrono anzi una sorta di macabro rispetto. Si accaniscono sugli abitanti della terra di mezzo. Né eroe né assassino, Stevens lavorava per il risanamento di uno stato che non è mai riuscito a riemergere dall’occupazione delle forze atlantiche, nel quale le fazioni jihadiste stanno assumendo un controllo sempre maggiore. Come spiega Arturo Varvelli qui su iMille, la situazione Libica merita una riflessione a parte, le cui conclusioni possono non essere valide se riferite agli stati vicini.

L’inverno islamico dopo la primavera araba?

La Primavera Araba era nata in Tunisia, nel dicembre 2010, dalle rivendicazioni sociali ed economiche dei figli del boom demografico degli anni ‘70 e ‘80. Per la prima volta nella storia della regione, ideali quali democrazia, pluralismo e buona governance erano stati il vero motore del cambiamento politico. Di “arabo”, tuttavia, c’era molto poco; non un riferimento era stato fatto ai valori dell’islam, né era stata bruciata alcuna bandiera israeliana o americana; persino la questione israelo-palestinese era rimasta ai margini, così come l’ideale di costituzione di un’entità sopranazionale che faccia riferimento alla umma.

Ad oggi bisogna tuttavia constatare che, nonostante il nuovo carattere secolare, le mobilitazioni giovanili non sono riuscite a creare alcun leader o movimento politico in grado di prendere il potere e di costituire un’alternativa all’opposizione decennale tra le dittature militari e i partiti islamici. Come fa notare Olivier Roy in un’intervista a France Culture di fine agosto, i manifestanti hanno di fatto lasciato ai partiti islamici, ormai legittimati da decenni di opposizione, la possibilità di vincere facilmente le elezioni.

Un facile errore potrebbe però portare a vedere questi stessi attori dietro le manifestazioni dei giorni scorsi. I partiti islamici presenti oggi in Tunisia e in Egitto possono ormai essere paragonati ai più classici partiti conservatori di destra, dal momento che fanno leva sulla difesa di valori quali la famiglia e il pudore più che sulla volontà di stabilire la chiaria. Valori che sono al momento difesi anche da gruppi come la destra religiosa americana, l’AKP del primo ministro Erdogan, o dal Vaticano.

Tralasciando quindi l’uso parzialmente improprio della parola “partiti” (vista la mancanza di un progetto politico completo), i gruppi islamici dei Fratelli Musulmani in Egitto o de l’Ennadha in Tunisia presentano a oggi tutti i tratti dei “partiti democratici”; conservatori, religiosi, ma pur sempre democratici. Purtroppo, come è già stato ricordato in un altro articolo qui su iMille, all’instaurazione di un regime democratico non segue inesorabilmente l’affermazione di una “democrazia liberale”. I partiti islamici per come sono definiti allo stato attuale mai potranno essere “liberali” né tantomeno “secolari”. Nonostante ciò, sottolinea Roy in un recente articolo, questi partiti si stanno scontrando con dei nuovi ostacoli, che sembrano allontanare (almeno per il momento) la possibilità di una deriva fondamentalista.

Innanzitutto, come spesso accade, alle nuove tendenze demografiche stanno facendo seguito importanti cambiamenti sociali. Negli ultimi anni, infatti, il tasso di fertilità, da sempre straordinariamente alto nella regione, è in costante declino. Soprattutto in Tunisia, il numero di bambini per famiglia  ha raggiunto il livello medio europeo sin dai primi anni 2000. Un aumento del tasso di alfabetizzazione femminile, l’introduzione di metodi di comunicazione “peer-to-peer e anni di dittature secolari hanno poi contribuito al progressivo ritiro della religione nella sfera privata e all’affermazione di un maggiore individualismo nella cultura politica. L’abbandono di strumenti tipici della costruzione dell’identità collettiva, come il riferimento alla umma, la comunità dei fedeli o al vecchio detto per cui nell’islam non vi è differenza tra la religione e il mondo, segna sicuramente una svolta nella cultura politica della regione.

Ad amplificare la portata del cambiamento c’è poi una caratteristica strutturale dell’Islam: la mancanza di un’organizzazione centrale, di un “Vaticano” detentore unico del diritto d’interpretazione dei testi. La presenza di diverse correnti religiose e figure pastorali e di una struttura organizzativa molto decentralizzata fa sì che l’evoluzione della dottrina e il suo adattamento alle emergenti rivendicazioni sociali sia praticamente inevitabile. Per le stesse ragioni, i partiti islamisti non hanno monopolio religioso nella sfera pubblica, ma sono costretti a “competere” (quanto meno dal punto di vista elettorale) con altri gruppi religiosi come sufisti e salafisti.

I partiti islamici si troveranno dunque, volenti o nolenti, a dover rispondere a questi cambiamenti sociali, così come hanno dovuto accettare di entrare a far parte del gioco democratico per non perdere tutto. Le violente manifestazioni alle quali abbiamo assistito negli ultimi giorni non possono dunque in alcun modo considerarsi delle premesse all’instaurazione di nuovi regimi fondamentalisti, ma devono essere analizzate nei termini di mancato controllo di alcune frange estremiste che continuano ad alimentare odio sociale. Le nuove democrazie arabe devono affrontare ora la doppia sfida del controllo degli estremisti jihadisti e dell’evoluzione verso un regime che, senza dover essere per forza secolare, deve ancora conquistare i tratti delle democrazie liberali.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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