di Renzo Rubele.
Se vi interessate di politiche nazionali degli altri Paesi, e in particolare di quelli Europei – magari in virtù della giusta considerazione che i confini fra politica interna e politica estera si vanno ridefinendo in modo dinamico –, sarete già a conoscenza del fatto che le prossime elezioni politiche nel calendario elettorale internazionale saranno quelle dei Paesi Bassi, in programma il 12 settembre.

Tulipani by googlisti
Si tratta di elezioni politiche anticipate rispetto alla scadenza normale della legislatura, iniziata nel 2010 e avente una durata naturale di quattro anni. Tuttavia la Regina Beatrice ha dovuto chiedere lo scioglimento la Camera Bassa, nello scorso aprile, perché il Governo presieduto dal liberale Mark Rutte ha presentato le dimissioni in seguito alla rottura della coalizione fra i partiti di maggioranza, e non era manifestamente possibile procedere alla definizione di una diversa formula politica, disponibile a sostenere stabilmente un nuovo Esecutivo.
Il Governo Rutte era formato da esponenti di due partiti, i liberali del VVD e i democristiani del CDA, ma poteva disporre di una (risicata) maggioranza in Parlamento solo con i voti determinanti del Partito della Libertà (PVV) di Geert Wilders, formazione con caratteristiche genericamente populiste e xenofobe che ha occupato stabilmente da alcuni anni il versante di estrema destra dello schieramento politico, e che ha in effetti aperto la crisi togliendo il proprio sostegno al Primo Ministro. Qualcuno ricorderà che quello spazio politico era stato in qualche modo aperto, “creato”, in Olanda, dalla Lista Pim Fortuyn, fondata dall’omonimo sociologo anti-Islam difensore delle libertà personali e civili, ucciso nel 2002, una settimana prima delle elezioni, dove essa giunse a raccogliere il 17% dei voti. Si tratta quindi di uno spazio politico che andrebbe qualificato meglio in un peculiare contesto antropologico-culturale protestante.
Questa specie di «Casa della Libertà» olandese ha retto per due anni sul filo dei numeri (76 seggi su 150), ma si è arresa alle tensioni create dalla difficoltà di implementare la dura politica di bilancio “di matrice Europea” che impone – in particolare – di ridurre il deficit annuale di bilancio al di sotto del 3% del PIL (e in prospettiva, come è noto, attorno allo zero) a partire da una situazione che vedeva l’Olanda, comunque, ben lontana dai pericoli di tipo “mediterraneo”. Anzi, si può dire che sia proprio la consapevolezza della solidità dei fondamentali del Paese, che è sempre stato associato strutturalmente alla “sfera economica tedesca”, che ha fatto scattare un moto di irrequietezza e di protesta di fronte all’austerità. Ed è certamente vero che abbassare il deficit dal corrente (2001) 4,7% al 3% non era così urgente, dal punto di vista dei rischi sistemici per il Paese e per l’Euro, ma corrispondeva anche agli orientamenti ideologici dei liberali del VVD in materia di riduzione della spesa pubblica.
A cavalcare lo scontento per i previsti tagli al Welfare è stato innanzitutto lo stesso Partito della Libertà di Wilders, che mena vanto di avere una identità più “sociale” dal punto di vista delle politiche economiche (rispetto agli ex alleati). Tuttavia chi si è più avvantaggiato politicamente della situazione è stata la formazione di sinistra radicale del Partito Socialista (SP), che in Olanda ha connotazioni “massimaliste” e soprattutto una storia di opposizione “di sistema”, essendo l’erede (attraverso una scissione) di un piccolo partito comunista marxista-leninista fondato all’inizio degli anni ’70. Dopo aver assunto l’attuale denominazione nel 1972, le vicende storico-politiche hanno portato ad entrare in Parlamento per la prima volta nel 1994, con una piattaforma anti-liberista ma non estremista. Il Partito Laburista (PvdA), che rappresenta la sinistra storica olandese, andava intanto coltivando una politica di tipo “blairiano”, e molti ricorderanno i Governi presieduti da Wim Kok, a cavallo del millennio, di forte orientamento liberal-riformista. Più recentemente, il Partito Socialista aveva già raggiunto un risultato significativo ottenendo 25 seggi nel 2006, ma aveva dovuto ripiegare a 15 nel 2010. Si può dire che SP e PVV hanno agitato la scena politica nazionale in questi ultimi anni rendendo più frammentato e instabile il sistema politico-partitico olandese, che già di per sé manifestava storicamente un’inclinazione alla multi-polarità e alla scarsa durata media dei Governi.
Ora, in effetti, queste tendenze centrifughe e “spinose” paiono accentuarsi. È già dall’inizio dell’anno, infatti, che tutti i sondaggi registrano il possibile primo posto dei Socialisti, o comunque un loro testa a testa con i liberali del VVD. Da qui l’inquietudine del PVV, il cui elettorato ha la stessa base sociale di quello dell’SP (operai, bassa scolarità), e quindi una possibile forte osmosi. Tuttavia l’apertura formale della crisi non ha portato a significativi cambiamenti di queste tendenze, e le ultime indagini pre-elettorali confermano, oltre al primo posto del Partito Socialista con 35 seggi, l’arretramento del PVV dai 24 seggi del 2010 a 18. Ovviamente, oltre a Wilders, chi si sta preoccupando fortemente per questo andazzo sono i laburisti del PvdA, che erano giunti secondi nel 2010 con 30 seggi, ad una incollatura dai liberali, ed ora si ritrovano a 18 seggi, praticamente doppiati dall’SP. Una bella grana politica, che rischia di rendere ingovernabile il Paese dopo il 12 settembre con qualunque combinazione ragionevole di Partiti.
In Olanda vige infatti una legge elettorale proporzionale e senza sbarramenti artificiali, che assicura la piena rappresentatività delle forze politiche, ma non la governabilità. I liberali del VVD, infatti, potranno forse anche sperare in un testa a testa con l’SP – segno di un nucleo di consenso stabile per la politica di Rutte (32 seggi dai 31 di due anni fa), ma devono rassegnarsi a registrare la discesa non solo del PVV ma anche degli alleati democristiani (da 21 a 14), a cui una parte dei propri elettori farà certamente sapere la propria insofferenza per l’esperienza della Casa delle Libertà in salsa olandese, e che pare orientata a traslocare presso i liberali di sinistra del D66, dati in ascesa a 14 seggi (dai 10 precedenti). A questo partito di centro-sinistra, solidamente europeista, guardano anche una parte degli elettori laburisti, disorientati dalla politica incerta del proprio partito, che ha cambiato due segretari dopo il 2010 e che ha cercato ovviamente di recuperare un po’ del radicalismo socialista. In calo, invece, i Verdi, pure fortemente pro-Europa (da 10 a 5 seggi).
Insomma, pare di capire che ci ritroveremo con una specie di “Grecia politica” nel cuore dell’Europa – senza i patemi di ordine economico ma con nuove e mai sperimentate convulsioni ideologiche. Del resto il messaggio del leader dei Socialisti, Emile Roemer, è tanto chiaro quanto disarmante: no all’austerità, no a cessioni di sovranità all’Unione Europea. Solo una “vasta coalizione” che escluda gli estremi PVV ed SP potrebbe allora formare un Governo, piuttosto debole, però, nella propria coesione interna. Servirebbe forse ad evitare la copia-carbone della situazione ellenica, ed a guadagnare tempo in attesa di (auspicabili) migliorate condizioni economiche generali. In ogni caso, un campanello d’allarme per tutti gli Europei ed un ulteriore segnale della difficile vicenda storica che stiamo attraversando.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




Dunque, un po’d'ordine
E’vero si che SP ha allargato i consensi, ma e’bastata una settimana vera di campagna elettorale per farlo quasi scavalcare dai laburisti: adesso stanno 27 a 27. Inoltre le posizioni di SP non sono piu’ cosi’radicali: Roemer ha presentato un rpogramma che riporta il deficit sotto il 3% nel 2017, e’a favore degli aiuti alla Grecia e punta ad una maggiore integrazione in Europa. Forse anche questo spiega il travaso di voti verso i laburisti delle ultime settimane: visto che SP si sposta un po’piu’a sinistra, tanto vale puntare sul partito laburista che ha piu’ esperienza di governo alle spalle. Quanto al D66, e’vero che potrebbe recuperare voti dai delusi del PVV e del CDA, ma in maniera limitata: entambi i partiti sembrano avere uno zoccolo duro tale da garantirgli una quindicina di parlamentari comunque vada. Sulle possibili maggioranze, molto dipendera’dai laburisti e dai liberali del VVD: una coalizione “viola” laburisti-VVD D66 potrebbe avere i numeri per governare, ma a farne le spese sara’ senza dubbio il premier liberale uscente, Rutte, che non vuole accordi con la sinistra. Una coalizione di sinistra SP-laburisti-D66-verdi, meno probabile, dovrebbe superare le resistenze del D66, a mio avviso. Molto importante e’ vedere quale sara’il partito di maggioranza relativa. Se rimarra’il VVD, il peso di Mark Rutte sulle trattative sara’ dificile da gestire. In caso contrario io vedo abbastanza probabile un governo VVD-D66-Laburisti (e magari anche verdi e cristiano-sociali) fortemente orientato al risanamento dei conti pubblici ma non ossessionato dai tagli al welfare.
Intanto grazie per il contributo.
Colgo l’occasione per dare contezza del fatto che i sondaggi di fiducia sono quelli di Maurice de Hond, e che il post è stato scritto avendo come riferimento quello realizzato il 26 agosto. Vero è che i sondaggi settembrini rilevano la chiara risalita dei Laburisti a spese del Partito Socialista, indice di un possibile approdo più “sicuro” per una quota di elettori che, magari, negli scorsi mesi aveva fatto sentire la propria “insoddisfazione” spingendo l’SP, ma che ora “torna a casa”.
Comunque mi interessava sottolineare il fenomeno, che certamente si verificherà, di un consenso in aumento per la sinistra radicale anche in Olanda. Che aveva in ogni caso osteggiato le misure governative di rientro del deficit sotto il 3% per il 2013, esattamente come il PVV. Se nell’ultima settimane Roemer è apparso “meno radicale” vorrà dire che “ci credeva”, nello sfondamento, e voleva apparire più “credibile” – detto in soldoni (ma invece ha fatto la figura del “vago” e dell’”impreparato”).
Tuttavia se anche i Laburisti potrebbero rimanere il più forte partito della sinistra ciò non implica che una coalizione “viola” sia più vicina: solo D66 e i Verdi (oltre a VVD e CDA) sono sempre stati esplicitamente favorevoli al “rientro rapido” di bilancio e al Fiscal Compact, mentre i Laburisti si sono un po’ smarcati proprio per ritrovare un profilo più “sociale”.
Insomma, vedremo i numeri dopo il 12 settembre, ma anche le posizioni politiche, che – ritengo – continueranno ad evidenziare un quadro “spinoso”.
O vai renzo, allora le elezion sono passate e
1) La sinistra radicale ha confermato i 15 seggi che aveva, nesusno sfondamento
2) I verdi hanno dimezzato i seggi. D’altra parte non sono stati capaci di parlare di temi “groen” e da anni guardano ai temi “links”, e gli elettori di siistra allora cvotano direttamente PvdA e SP
3) il PVV di Wilders ha preso un batosta incredibile: paga lo scotto di aver fatto crollare il governo e di aver dimostrato totale inaffidabilita’
4) I cristiano democratici continuano a perdere di brutto: erano il rpimo partito fino al 2008, Balkenende e’stato uno dei primi ministri piu’longevi, ed ora annaspano intorno al 10%.
5) Liberali e laburisti hanno vinto le elezioni ed ora formeranno un governo viola da soli, anche se non e’escluso che il D66(liberalidemocratici) , sempre in ascesa, possa dare un appoggio esterno (specie nella EersteKamer, il senato, dove il governo VVD-PvdA non ha una maggioranza e dovra’, per le decisioni in cui il Senato ha potere di intervento, cercare dei comrpomessi). Una cosa e’certa: con 79/150 hanno una buonissima maggioranza, se aggiungiamo D66, CDA, Groenlinks, CU andiamo oltre i 2/3 della TweedeKamer a favore dellíntegrazione europea. Gli euroscettici non contano piu; nulla.
6) I sondaggisti hanno spadellato di brutto, e ho letto una settimana di cospargimenti del capo di cenere sui giornali
7) Mark Rutte e Diederick Samson, i capi di VVD e PvdA, sono due quarantenni.
Viva l’Olanda
Ovvia, si si, facciamo anche i commenti “a consuntivo”.
Rispetto agli elenti che hai evidenziato tu, vorrei intanto fare un approfondimento congiunto sui punti (1) e (6). Secondo me i sondaggisti hanno rilevato per mesi in modo corretto un avanzamento dei consensi per i Socialisti di Roemer – cioè vi era una genuina richiesta di “opposizione di sinistra” rispetto alla politica del Governo, che trovava in quel partito la sola espressione “forte”, chiara. Tuttavia in prossimità del momento elettorale è prevalso ciò che era già successo in passato, e cioè un “ritorno a casa” dei voti di sinistra sul Partito Laburista, anche a fronte dell’abile e ottima prestazione del segretario Samson in TV. Questo processo è stato favorito, secondo me, anche da un (parziale) “raffreddamento” delle tensioni Europee, convogliato alla fine dell’estate dalle posizioni di Draghi, verso l’opinione pubblica.
Circa il risultato complessivo *numerico* di liberali e laburisti, più alto del previsto, ha giocato una specie di “competizione dell’ultimo minuti” ad arrivare primi, che – seppur in un contesto proporzionale – ha polarizzato il voto di indecisi/indipendenti sui 2 partiti dati in testa nelle ultime 2 settimane.
PERO’ aspetterei a cantare le sorti magnifiche e progressive di un Governo “viola”, che non si colloca più nello stesso scenario politico dei Governi Kok di fine Millennio. Fra qualche mese le tensioni potrebbero acutizzarsi, anche perchè ci sono due polli che vogliono (e devono) giocare alla pari nello stesso pollaio. Detto questo, mi auguro comunque (per il bene sia dell’Olanda che dell’Europa) che la Grande Coalizione sia positiva e funzioni. Del resto ritengo che vedremo una Grande Coalizione anche in Germania, l’anno prossimo, e – per quello che possiamo capire – anche in Italia, con un Monti biscio. La formula della Grande Coalizione è quella “oggettivamente” più necessaria (se regge) in questi periodi turbulenti.
Secondo me 1 e 6 sono un chiaro indicatore che la campagna elettorale va sempre tenuta in considerazione, e che magari non si possono rovesciare completamente i rapporti di forza, ma si possono modificare in maniera significativa. Vale per l’Olanda, ma vale anche per l’Italia, e lo dovrebbero tenere presnte quelli che danno per definitivamente archiviato il leghismo e il berlusconismo. Sulle difficolta’ del Governo Viola, saranno certo rilevanti, ma non dobbiamo immaginarlo come un governo Monti, o Monti bis. Intanto perche’ il VVD e’ un partito liberale vero, non un PDL, tanto meno un UDC. E il PvdA come e’oggi e’ un partito forse vicino al Labour inglese di oggi: niente di simile al PD, ovviamente. Il governo VVD+PvdA puo’ essere un governo laico (mi aspetto qualche sorpresa ad esempio su temi come controllo della prostituzione, droghe e ordine pubblico), che guardera’ certo a mantenere il bilancio in regola ma potra’ decisamente cercare il rilancio dell’economia attraverso il taglio delle tasse sulle imprese, cosa su cui si son detti d’accordo fin da subito Samson e Rutte. Mente se ci fosse stato un terzo incomodo come il CDA avrebbe dovuto prevedere anche qualcosa per privati e famiglie. Ci sara’ da trattare sul tema dell’hypotheekrenteaftrek, ovvero il rimbroso statale sugli interessi dei mutui, che in Olanda ha contribuito a creare un debito privato che e’fra i piu’alti nel mondo, ma per Rutte non e’ piu’ un argomento tabu’ come 3 anni fa (la BCE deve aver mandato una letterina anche a lui…). E Samsom pretendera’ un aumento dei fondi per l’ístruzione, l’unico tema strategico irrinunciabile indicato in camapgna elettorale. Ma secondo me c’e’ una fondamentale concordanza fra i due partiti, dettata certo dal difficile momento che sta passando l’economia mondiale e l’area-euro in particolare.