di Emanuele Contu.

Li Peng, Klaus Schwab, Cardinal Martini by World Economic Forum
Un noto quotidiano, che voleva forse mostrare libertà di pensiero, titolava sabato: “Martini, il cardinale preferito da atei e nemici della Chiesa”. Parole che, pur senza volerlo, rendevano giustizia alla grande figura dell’arcivescovo emerito di Milano, capace di parlare ai lontani quanto ai vicini, superando steccati che per molti risultano invalicabili e per alcuni addirittura sacri e da difendere. Non a caso, di fronte all’arcobaleno che ha illuminato il cielo della metropoli ambrosiana il pomeriggio stesso della scomparsa di Martini, molti milanesi hanno ripensato al “loro” cardinale come all’uomo che sapeva costruire ponti laddove i più si sarebbero fermati.
Tornato da Gerusalemme, dove si era trasferito per riprendere gli studi biblici al termine dell’episcopato milanese, negli ultimi anni Martini aveva assunto il ruolo di voce interrogante sulle tante questioni di fondo che percorrono la Chiesa e, più ancora, gli uomini del nostro tempo. Suscitavano grande eco le sue posizioni aperte sui temi etici, sulle unioni civili, sul rapporto tra le religioni, sulla fede, esposte in alcuni libri significativamente scritti a quattro mani (con Ignazio Marino, don Verzé, Giulio Giorello, Georg Sporschill) e nella rubrica mensile sul Corriere della Sera. “Rubrica che spiacque a Roma”, come ha confermato Ferruccio De Bortoli, tanto che lo stesso arcivescovo emerito al termine dei suoi tre anni da giornalista del Corriere sentiva il bisogno di ringraziare, forse con un misto di sincerità e di quell’ironia che ha sempre esercitato, i suoi “successori sulla Cattedra di Ambrogio per la pazienza dimostrata, nonostante il mio intervento mensile”.
Ma ridurre Martini all’immagine del vescovo progressista o modernista, fondamentalmente altro rispetto alla Chiesa ufficiale, e magari persino di sinistra, sarebbe il torto più grave. Chi ne ha seguito il lungo episcopato milanese, in realtà, non poteva sorprendersi né della forma dialogica dei suoi ultimi scritti, così lontana da ogni dogmatismo, né dello spirito di apertura che da essi traspariva. Appunto nella scelta del dialogo, che fosse con l’interlocutore illustre come col lettore quotidiano del Corriere, è anzi il segno dell’identità forte di un uomo di Chiesa che sempre ragionava a partire dalla sua adesione al Vangelo e al cristianesimo: proprio la radicale sua identità di vescovo cristiano gli permetteva di rivolgersi con voce sempre credibile e autorevole ai “lontani”, interrogando e lasciandosi interrogare con altrettanta libertà. Un’impostazione di pensiero che muoveva da lontano, dalla formazione del gesuita educato a tener saldate l’obbedienza al pontefice – cui i membri della Compagnia di Gesù si vincolano al momento di prendere i voti – con una razionalità sorvegliata e rigorosa che trova la sua applicazione negli studi.
Nella prima parte della sua vita, il futuro arcivescovo di Milano fu un biblista di valore assoluto: il solo italiano nel comitato editoriale del Greek New Testament, base di tutte le moderne traduzioni del Nuovo Testamento, venne chiamato al rettorato del Pontificio Istituto Biblico e, successivamente, della Pontificia Università Gregoriana. Fu Giovanni Paolo II, personalità forte molto distante dalla timidezza di carattere del gesuita torinese, a chiamarlo a reggere la diocesi di Milano, una delle più grandi e prestigiose del mondo. Del tutto privo di esperienza pastorale, Martini fu scelto da Karol Wojtyla proprio per il suo profilo anomalo, che ben rispondeva anche alle sollecitazioni di quanti, come il rettore dell’Università Cattolica Giuseppe Lazzati, chiedevano per la cattedra di Ambrogio un vescovo di alta caratura intellettuale e spirituale, che fosse capace di ridare slancio a una diocesi enorme ma un po’ ripiegata su se stessa, rivitalizzando nel contempo una Milano segnata dalle tensioni e dalle violenze dei Settanta. Martini provò a resistere, opponendo al pontefice anche la sua scarsa dimestichezza a trattare in pubblico, ma il papa polacco non ebbe mai a pentirsi della decisione presa: nonostante le differenze anche profonde tra i due – filologo il torinese, filosofo il pontefice; tanto razionale il primo quanto mistico il secondo – Giovanni Paolo II tenne sempre in grande stima Martini, affidandogli a più riprese incarichi di grande rilievo.
L’arcivescovo Martini arrivò a Milano nel febbraio del 1980. Il capoluogo lombardo rimase dapprima sorpreso di fronte alla figura alta e ieratica del suo nuovo vescovo, per poi lasciarsi conquistare dal suo carisma pacato e spiazzante. Entra in una città provata dall’incubo del terrorismo: nei primi mesi di episcopato muoiono sotto i colpi del partito armato Guido Galli, Giorgio Casalegno e Walter Tobagi. Celebrando i funerali di Tobagi, Martini si rivolge agli assassini invitandoli a “mettersi in dialogo” e “combattere liberamente, coraggiosamente, a viso aperto, con le parole, con gli argomenti, con la forza della verità stessa”. E quel dialogo Martini lo persegue tenacemente, visitando a più riprese i terroristi nelle carceri, nel segno di quell’intercedere – camminare nel mezzo, tra le parti in conflitto – che sarà un tratto ricorrente del suo magistero. Fino a raccoglierne la resa delle armi quando, il 13 giugno 1984, in arcivescovado vengono recapitate tre grosse borse che contengono un piccolo arsenale: il segno della resa di una lotta armata ormai esausta, che nel cardinale di Milano aveva trovato un interlocutore attento e partecipe, piuttosto che un giudice, quasi memore dell’accoglienza riservata dal cardinal Federigo Borromeo all’Innominato nei Promessi Sposi.
Il biglietto da visita di Martini alla frenesia meneghina fu una lettera pastorale dedicata a La dimensione contemplativa della vita: un invito a ritrovare lo spazio del silenzio anche nella grande città dei rumori e del fare. Ma la proposta dell’arcivescovo non è una chiusura alla realtà di Milano: lo sguardo è anzi da subito quello dell’osservatore attento e fiducioso della modernità che nella “capitale morale”, più che altrove, ha dagli anni del boom il cuore pulsante della Penisola. E la sintonia con Milano si misura anno dopo anno nella ricorrenza di sant’Ambrogio, attraverso i discorsi alla città in cui Martini si confronta con la “città dell’uomo” e con i suoi travagli: dal terrorismo alle nuove modalità della politica, dalla crisi di Tangentopoli al leghismo degli anni di Formentini, fino all’incontro con l’Islam e all’apertura del nuovo millennio, carico di attese ma anche di ombre dopo gli attentati dell’11 settembre.
Due iniziative, soprattutto, valsero a Martini fin dai primi anni di episcopato la fama di vescovo aperto e votato al dialogo. La prima è la Scuola della Parola, avviata pochi mesi dopo l’ingresso in diocesi. Insegnamento e pratica della lectio divina, cioé della lettura libera e interrogante della Sacra scrittura, la Scuola della Parola inaugura il costante riferimento del vescovo Martini alla Bibbia come fonte originaria della sapienza cristiana. Ancora nell’ultima intervista, apparsa postuma sul Corriere della Sera, l’arcivescovo emerito affermava, con parole di sapore quasi luterano: “Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. (…) Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo”. La seconda iniziativa è la Cattedra dei non credenti, avviata nel 1987. Una serie di incontri a tema in cui Martini chiamava a dialogare personalità di fedi diverse o non credenti, a partire dalla convinzione che “Ciascuno di noi ha in sé un credente e un non credente, che si interrogano a vicenda”: una scelta inconsueta, in cui il pastore rinuncia a insegnare e cede la cattedra ai lontani, ragionando – come ha scritto Luigi Accattoli – “sulle difficoltà a credere che possono avere le donne e gli uomini di oggi facendole sue”.
Negli anni a cavallo tra Ottanta e Novanta il nome di Martini rientrava inevitabilmente in tutti gli elenchi di papabili. Considerato, forse suo malgrado, il leader dell’ala progressista dell’episcopato, godeva di un prestigio che superava ormai ampiamente i confini nazionali, raccogliendo consensi tra quanti desideravano una Chiesa più collegiale, in cui l’insieme dei vescovi si affiancasse alla figura del pontefice e ne completasse le prerogative e la visione. Martini era l’immagine di un cattolicesimo più accogliente nei confronti delle tante domande aperte sui temi della contemporaneità: dalla bioetica alla famiglia e alla sessualità, tematiche riproposte con schiettezza a più riprese, fin dentro al Conclave del 2005, quello da cui sarebbe uscito papa il cardinal Joseph Ratzinger.
Più che la scelta di rifiutare ogni accanimento terapeutico, l’ultimo insegnamento del vescovo dialogante, dell’uomo di Chiesa che pregava non gli fosse mai tolta la parola di Dio, è stato il silenzio. Il morbo di Parkinson aveva privato quasi del tutto Martini della possibilità di esprimersi a parole, ma non della capacità di ascoltare: ed è un richiamo forte, l’ennesimo e forse il più radicale, per una società che si definisce della comunicazione ma delle due dimensioni della comunicazione – ascoltare e parlare – dimentica troppo spesso la prima.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



