di Emanuela Marchiafava.

Lo spread primarie all’interno del PD ha raggiunto quota 550. Sono mesi che la base romba ultrasuoni ai dirigenti nazionali, circondati in questi mesi della cortina fumogena delle loro incessanti dichiarazioni sulle primarie sì primarie no che in realtà preannunciano i loro schieramenti. Partiamo allora dai regolamenti cui qui nel PD, si sa, siamo affezionati. Ne stiliamo uno per ogni competizione primaria. Voci di corridoio -e sui media- danno per certo le primarie a doppio turno nelle giornate del 25 novembre e del 9 dicembre. Del regolamento ancora nessuna traccia, né dalle parti della base né, pare, alla commissione Statuto del PD nazionale che, bene o male, se ne dovrebbe occupare. Nel frattempo, è stata convocata per il 6 ottobre l’assemblea nazionale in cui si tratterà delle primarie. Speriamo non mandino la bozza del regolamento quarantotto ore prima, come spesso accade.
Ancora senza regole, quindi, così come senza la nuova legge elettorale, la base mugugna: che senso ha allora ragionare sulle primarie? Si fissano primarie per scegliere un candidato premier che forse poi non sarà davvero candidato. E comunque con un sistema elettorale ancora in divenire, forse sarà limato o ristrutturato…ma anche no. Sono primarie schizofreniche, ecco perché il loro spread è così elevato: sconfessano il risultato raggiunto da quelle nazionali precedenti del 2009, che avevano eletto il segretario nazionale con il preciso intento di candidarlo a essere anche il futuro candidato premier. E non possono fare altrimenti, come Marco Campione ha spiegato perfettamente: “D’altronde lo stesso Bersani ha scelto di derogare a una norma dello Statuto e trasformare le primarie in un confronto aperto anche ad altri. L’ha fatto perché sa bene che sono forti nel Pd istanze che sarebbero esplose se non avessero trovato una candidatura alle primarie capace di rappresentarle. Lui ovviamente non poteva essere quel candidato.”.
E l’altro candidato pare proprio essere Matteo Renzi. Ma la contrapposizione Renzi-Bersani, vista da dentro il PD, non soddisfa se non gli ultrà a prescindere, come quelli che, potessero, candiderebbero sempre D’Alema (con stima immutata per il nostro, s’intende).
Gli altri sono di fronte ad un dilemma: da una parte c’è Bersani, peccato però per la sua squadra di prime e seconde file immarcescibili; dall’altra Renzi, poco “potabile” ma molto accattivante per le istanze che promuove soprattutto per il forte messaggio di rinnovamento che sembra promettere. Da una parte quindi va bene il candidato ma non la squadra, dall’altra va bene il metodo ma non il candidato. Uno scenario così delineato non innesca meccanismi identitari in una parte consistente degli iscritti il cui numero, ricordiamolo, si è però notevolmente ridotto se comparato con il “tradizionale” boom di iscrizioni che precedono un congresso, come quello che ha eletto Bersani segretario nel 2009.
Questa base “dimagrita” assiste ormai con un qualcosa di più che un pizzico di fastidio alle prime mosse del duello e al profluvio di candidature (o di disponibilità a candidarsi) di queste ultime ore. Perché non sa che cosa fare. E incomincia a dirlo. E non si vergogna di scriverlo. On line, in mailing list, su Facebook. Un’evoluzione, a pensarci bene. Perché queste sono primarie italiane, mica americane, in cui l’alto numero iniziale di candidati non è considerato come un indice di frammentazione del partito, ma come la possibilità per l’elettore di scegliere il candidato migliore in una selezione sì spietata, ma sul campo.
No, queste sono primarie italiane di centrosinistra, dove il candidato segretario nazionale è ipso facto molto più forte dei suoi concorrenti. Questa volta però, e per la prima volta, la competizione potrebbe davvero essere contendibile. Perché Renzi promette di pescare molti voti fuori dai tradizionali bacini PD, nel movimento d’opinione, tra gli astenuti, forse anche a destra, di sicuro molto al centro dello schieramento politico nazionale.
Il fastidio della base è proprio causato dall’assoluta convinzione che questa volta, davvero “tertium non datur”, contrariamente a quanto accaduto nel 2009, quando l’area Marino nacque come terza via per tracciare un percorso in cui seminare, tra ex DS ed ex PP, l’idea e la pratica di una classe dirigente nuova, in grado di superare la classica divisione in correnti e di favorire una gestione laica e partecipativa della forma partito.
Questa volta non si vota per il congresso interno, ma per il candidato premier. Sappiamo di poter vincere, vogliamo vincere. E allora –comunque siano costruite- queste primarie non vanno sprecate.
E questo la base del PD, in questi cinque anni dalla sua fondazione, l’ha imparato perfettamente. E non vuole sprecare il lavoro già fatto e la tessitura di rapporti, l’ennesima, che dovrà intrecciare sul territorio.
Ecco perché sale (o si palesa) la percentuale di chi vive con disagio la polarizzazione tra i due candidati ma al contempo non vuole incoraggiare la scissione dell’atomo. Questa consapevolezza costringe la struttura territoriale del partito a uscire dalla sua “zona di comfort”, dove riesce a identificarsi con uno dei candidati, per muoversi con fatica verso una zona dove scegliere di mischiarsi e unirsi ad altri, diversi, ma con la potenzialità per vincere, per battere la destra. Ecco perché tante altre belle candidature come quelle di Puppato e Civati non possono che provocare la scissione dell’atomo, alias ripartirsi i voti, col risultato di influenzare pesantemente fin dall’inizio il risultato delle primarie.
Lo spread delle Primarie scenderà nelle prossime settimane solo se una parte consistente della struttura territoriale porterà a termine questo lavorio lento e profondo di uscita dalla “zona di comfort” da dove invece, sono certa, non si schioderanno con altrettanta facilità le prime file del nostro partito.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



