Lo scontro PD-Grillo e la politica che si parla addosso

di Antonello Paciolla.

Pierluigi Bersani by Il Fatto Quotidiano

Finito agosto, di solito, torna la politica. Se il nostro fosse un paese diverso, ci si dovrebbe preparare al ritorno del confronto tra diverse visioni di società. Idee, dati, cifre, per una lunga volata verso una campagna elettorale fatta di proposte per il futuro e di leader capaci di aggregare il consenso su di esse. È invece molto probabile che agli elettori italiani nel futuro ormai prossimo non sarà concesso nulla, o quasi, di tutto questo. Basta prendere ad esempio lo scadimento del dibattito politico degli ultimi giorni, e soprattutto le polemiche tra Bersani e Grillo. Innescate da una dichiarazione del Segretario Pd sui “modi fascisti” di un certo attivismo politico sul web, con chiaro riferimento a grillini e dipietristi, che ha scatenato le furiose reazioni dei chiamati in causa. In realtà la situazione è stata peggiorata abbastanza dalla semplificazione dei titolisti di diverse testate giornalistiche, che hanno trasformato (volutamente?) la frase di Bersani in un generico (e piuttosto improbabile) attacco ai “fascisti del web”. Resta il fatto che per una frase, forse non proprio necessaria, per diversi giorni l’attenzione di commentatori, blogger, e, ovviamente, degli stessi protagonisti politici (impegnati in una sconfortante escalation di accuse reciproche) è rimasta bloccata su una vicenda davvero poco rilevante.

In molti si sono dedicati gioiosamente alla “corsa a dividersi sul nulla”: chi ha bacchettato Bersani per l’atteggiamento arrogante nei confronti del “mondo del web”, chi ne ha lodato il coraggio nel prendere una posizione forte e decisa contro il populismo. Qualcuno ha invece criticato Bersani dalla sponda opposta: sostenendo che proprio questa fiera (e un po’ manichea) divisione tra ciò che è populista e ciò che non lo è andrebbe rimpiazzata da un atteggiamento più “seduttivo” nei confronti degli elettori grillini.

Dov’è la verità? Forse né da una parte né dall’altra. Abbiamo già vissuto campagne elettorali di questo tipo, per tutta la durata della Seconda Repubblica, funestata dagli eterni scontri tra berlusconiani e antiberlusconiani. Alla fine, in realtà, hanno vinto entrambe le fazioni. Ambedue erano, infatti, spesso interessate a sostituire una normale dinamica politica fondata sul confronto tra contenuti in un’infinita guerra di posizione basata sulla delegittimazione reciproca, unica strategia in grado di mascherare le contraddizioni e spesso l’assenza di proposte dei due schieramenti. Il fatto che il centrosinistra sia riuscito, negli anni Novanta, a portare a compimento alcune riforme (quasi sempre confuse e problematiche, però) non lo esclude da una valutazione di questo tipo, visto che l’antiberlusconismo sterile, purtroppo, ha fatto proseliti per anni anche in questo schieramento, e in maniera crescente. Il merito maggiore del Veltroni del 2008, infatti, è stato proprio l’aver avuto il coraggio di rinunciare allo sfruttamento coatto della propaganda antiberlusconiana, sostituita finalmente dalla capacità di mettere in campo proposte coraggiose. E proprio per questo osteggiate da una larga parte dell’establishment democratico.

Ora che il berlusconismo è in pessime condizioni, torna utile il grillismo. Anche qui ci si getta in una lotta all’arma bianca, che fa comodo a entrambi i leader. A Grillo, che può continuare a far passare in secondo piano la totale assenza di proposte credibili nel suo programma. E a Bersani, che si limita a mobilitare la base di fedelissimi nella lotta contro il populismo, in una stanca riproposizione del “primato della politica”. I partiti, però, sono dei mezzi, non dei fini, e se non si ha la capacità di costruire un nuovo blocco sociale, di espandere, ad esempio, le tutele di chi non ha diritti e di cementare un “patto” tra le giovani generazioni e chi invece è già tutelato, il centrosinistra rinuncia a dotarsi di una vera identità politica. Condannandosi, per governare, alla rincorsa eterna dei cosiddetti “moderati”.

Anche l’atteggiamento di chi invece preferisce inseguire i grillini sul loro terreno appare perdente. Forse consente di recuperare qualche voto nel brevissimo periodo, ma è anche questo un modo di aggirare il compito principale: la necessità di costruire un’identità propria, basata su proposte in grado di aggregare, senza definire se stessi con la contrapposizione nei confronti dell’avversario o, al contrario, con la compiacenza. L’atteggiamento di chi si propone di “recuperare i voti del Movimento Cinque Stelle” imitandone le issues è figlio dello stesso politicismo esasperato della dirigenza Pd, che spesso fa dividere gli elettori in compartimenti stagni e fissi, definiti solo in base ad una presunta identità politica coatta: progressisti o moderati. O grillini, appunto. Bisognerebbe avere il coraggio di andare alla radice, e conoscere per davvero i blocchi sociali che possono costruire la base del centrosinistra odierno: le loro aspirazioni, le loro necessità. Protestare contro la casta o battersi per la riduzione del numero dei parlamentari sembra, infatti, più un sentimento di rabbia (legittima) nei confronti di una classe politica inefficiente perché incapace di trasformare in meglio la vita delle persone.

Le energie migliori e più giovani del Pd devono sforzarsi di non fare errori simili o complementari rispetto a quelli della dirigenza attuale (e passata). Una campagna elettorale che abbia come cavallo di battaglia il ringiovanimento della classe politica rischia, infatti, di appassionare più che altro gli addetti ai lavori. Si torni a occuparsi della vita reale. La politica che si parla addosso è sempre uno spettacolo avvilente.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. Massimo Matteoli

    Sono molto d’accordo con l’articolo.

    Il web non è solo un modo diverso di comunicare, ma l’espressione “visiva” di una completa trasformazione della nostra società.
    La crisi che stiamo vivendo è ben più profonda ed incisiva di una ordinaria e semplice recessione economica. E’ anche morale e politica in senso ampio perché segna il passaggio da una società industriale ad una dell’informatica, digitale, dei servizi o come volete chiamarla.

    Forse sarò retrò ma prima delle classi dirigenti penso si debba guardare a chi dovrebbe essere diretto, cioè alla gente ed agli interessi diffusi.
    Il dibattito sulle nuove classi dirigenti di per sé mi lascia sinceramente indifferente

    Il problema vero per il centro-sinistra è quello di saper dare risposte e rappresentanza ai bisogni ed ai ceti sociali che vivono, evolvono e si trasformano in questa nuova realtà in continua evoluzione, vedendo di non buttar via con l’ “acqua sporca” delle cose ormai vecchie e sepolte anche il “bambino” dei diritti e della dignità delle persone.
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