di Emanuele Contu.

Labyrinth di fritzmb
Per la scuola italiana, la notizia dell’anno è certamente l’annunciato concorso per insegnanti, il cui bando sarà pubblicato il prossimo 24 settembre. Come spesso accade nelle complicatissime vicende dell’istruzione nostrana, si è immediatamente scatenata una ridda di commenti di segno opposto, caratterizzati in molti casi dalla difesa di interessi anche legittimi, ma secondari rispetto al buon funzionamento complessivo del sistema scolastico italiano. Proviamo allora a fissare alcuni paletti.
Punto primo: il concorso non produrrà nuovo precariato
L’ultimo concorso bandito in Italia risale al 1999. Vi si accedeva semplicemente con la laurea (o, in alcuni casi, il diploma di maturità), senza bisogno di aver conseguito una specifica abilitazione all’insegnamento. Gli esiti possibili erano tre: (1) vincere il concorso, (2) ottenere l’abilitazione all’insegnamento ma non la nomina in ruolo (perché gli idonei erano in numero più elevato rispetto alle cattedre a disposizione), (3) essere giudicati non idonei all’insegnamento. Solo nel primo caso si era vincitori di concorso e si accedeva immediatamente al ruolo, cioè all’assunzione a tempo indeterminato. Nel secondo caso, ottenuta l’abilitazione ma non la cattedra si veniva inseriti in una graduatoria, utile sia per l’assegnazione degli incarichi annuali e delle supplenze, sia per la nomina in ruolo e l’assunzione a tempo indeterminato in un momento successivo.
Il nuovo concorso, come esplicitamente dichiarato dal Ministro Profumo, sarà invece riservato solo a chi è già abilitato all’insegnamento. Potranno quindi accedervi due categorie di persone: (1) quanti hanno conseguito l’abilitazione diversi anni fa con il concorso del 1999, o anche con il precedente del 1990, ma non sono ancora stati assunti a tempo indeterminato; (2) quanti hanno conseguito l’abilitazione dopo il concorso del 1999, tramite le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS, in vita dal 2001 al 2009) o con le lauree abilitanti (per la scuola dell’infanzia e primaria).
Ciò significa che – a differenza di quanto si sente dire da più parti – il concorso non produrrà nuovi abilitati e non creerà nuove graduatorie e nuovi precari: chi vi potrà partecipare è già abilitato e, a parte un numero molto limitato di persone, è già in graduatoria.
Punto secondo: i vecchi e i giovani
L’età media degli insegnanti di ruolo nelle scuole statali italiane è la più alta tra tutti i 34 paesi dell’Ocse: 49,3 anni alla primaria, 52,1 alla secondaria di primo grado (la scuola media) e 51,8 alla secondaria di secondo grado (le superiori). I nuovi immessi in ruolo hanno, in media, 41 anni. Mentre nei paesi Ocse i due terzi dei docenti alla secondaria di primo grado hanno meno di 50 anni, in Italia i due terzi hanno più di 50 anni.
Non si possono ignorare questi dati quando si discute di reclutamento nella scuola italiana. Un forte divario d’età tra docente e discente, soprattutto nella scuola primaria e secondaria di primo grado, può rappresentare un motivo di difficoltà rilevante nella gestione della classe e nella realizzazione delle migliori condizioni di apprendimento. I docenti più giovani, inoltre, possiedono tendenzialmente una maggiore familiarità con le nuove tecnologie, la cui introduzione nella scuola italiana procede ancora troppo a rilento, non soltanto per i noti problemi di finanziamento, ma anche per la necessità di formare adeguatamente insegnanti che spesso hanno limitate competenze informatiche e di applicazione delle ICT alla didattica. Con il passare degli anni, infine, le motivazioni rischiano di diminuire, soprattutto in un sistema scolastico come il nostro, che, dopo il passaggio in ruolo, non prevede alcuna forma di progressione di carriera per gli insegnanti.
Sono questi argomenti sempre dibattuti e sui quali, fin dal suo insediamento, Francesco Profumo si è molto esposto, tanto che presentando il concorso il Ministro dichiarava: «L’obiettivo è anche quello di portare in classe docenti più giovani. Vicini ai nuovi insegnamenti, alle tecnologie avanzate».
Resta il dubbio però che il concorso appena bandito riesca solo in parte nell’intento di svecchiare il corpo docente, soprattutto per quanto riguarda la scuola secondaria (medie e superiori). Se infatti potranno iscriversi al concorso per la scuola dell’infanzia e per la primaria anche dei neolaureati di 24 anni, l’età media dei candidati a una cattedra per medie e superiori sarà decisamente più elevata, dato il più lungo percorso abilitante e il fatto che dal 2009, anno di chiusura delle SSIS, non è stato possibile abilitarsi per insegnare in questi ordini di scuola. Il corso di studi della SSIS era biennale e il titolo necessario per accedervi era la laurea quadriennale vecchio ordinamento o la laurea magistrale: quindi gli ultimi abilitati per medie e superiori dovevano essere laureati già nel 2007 e, calcolando che non ci si laurea, normalmente, prima dei 24 anni, gli abilitati più giovani per le scuole medie e superiori hanno oggi 29 anni, mentre la larga maggioranza ha ben più di trent’anni. Ciò significa che solo una porzione ridotta di nuovi insegnanti di ruolo avrà un’età relativamente bassa, e comunque non inferiore ai trent’anni alle medie e alle superiori.
Parzialmente diverso potrà essere l’esito dell’ulteriore concorso già annunciato da Profumo per la primavera 2013. Ai vecchi abilitati, infatti, si saranno aggiunti i nuovi abilitati tramite Tirocinio formativo attivo (Tfa), la cui età potrà essere anche significativamente inferiore: i più rapidi conseguiranno il titolo attorno ai 24 anni, e potrebbero entrare in ruolo, vincendo il concorso, attorno ai 25 anni.
In ogni caso, pare improbabile che i concorsi producano nel breve termine un brusco abbassamento dell’età media dei nostri insegnanti di ruolo, risultato che potrebbe invece essere conseguito in un giro più ampio di anni e soltanto prevedendo forme di selezione e assunzione in ruolo che permettano di premiare il merito e la competenza rispetto alla sola anzianità di servizio.
Punto terzo: si vogliono eliminare i precari storici
Questo è del tutto falso. Chi paventa la rottamazione dei cosiddetti precari storici è parecchio fuori strada. Tutti gli attuali precari, se inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, hanno la garanzia di arrivare, prima o poi, alla sospirata cattedra. Prima di tutto possono accedere al concorso e, facendo valere l’esperienza acquisita in anni di insegnamento, vincerlo. In questo modo porrebbero fine alla loro condizione di precariato in tempi più brevi. Se non vincessero il concorso o decidessero di non parteciparvi, verrebbero comunque nominati in ruolo tramite lo scorrimento progressivo delle graduatorie in cui, avendo accumulato molto punteggio negli anni di insegnamento, occupano normalmente le posizioni più alte. Secondo quanto prevede la normativa attuale, le nomine in ruolo avvengono assegnando metà delle cattedre a vincitori di concorso e, per la restante metà, attingendo dalle graduatorie. Il Ministero dell’Istruzione, infatti, ha già annunciato che, oltre alle 11.892 cattedre messe a disposizione dei vincitori del concorso, sarà assegnato un numero identico di cattedre proprio scorrendo le graduatorie. E così dovrebbe avvenire per ogni successivo concorso, garantendo sempre una doppia possibilità di accesso ai precari storici, gli unici a poter essere nominati in ruolo sia vincendo il concorso, sia per chiamata dalle graduatorie.
La struttura del concorso
Secondo quanto anticipato dal Ministro e trapelato da varie fonti, il concorso sarà organizzato in tre passaggi. Una prova di selezione iniziale, a ottobre, identica a livello nazionale e per tutte le classi di concorso, con quiz scelti da una banca dati che sarà resa preliminarmente disponibile su Internet. Particolare attenzione sarà riservata a competenze trasversali come l’informatica e le lingue. I pre-test saranno finalizzati a scremare il contingente dei candidati: si prevedono infatti tra le 150.000 e le 200.000 domande. Uno scritto, distinto per classi di concorso, e articolato non secondo il vecchio schema del tema, ma con una serie di domande a risposta aperta su argomenti specifici. Infine l’orale, che presenta i maggiori elementi di novità: la prova consisterà in una lezione simulata della durata di 30 minuti, su argomenti che verranno assegnati ai candidati con tre giorni di anticipo. A questa prova ne seguirà una seconda, più tradizionale e della stessa durata.
Difetti e pregi: un panorama in chiaroscuro
I limiti di questa procedura sono notevoli. Tra i più significativi il fatto che si tratti di un meccanismo mastodontico: più esposto a errori e ricorsi, quindi, che potrebbero produrre reazioni a catena, fino a bloccare il concorso stesso. L’esperienza recente con il concorso per i dirigenti e le prove di ammissione al Tirocinio formativo sono là a ribadire quanto sia rischioso affidare la selezione di personale qualificato a procedimenti tanto burocratici e impersonali.
Inoltre, il concorsone nazionale presenta un altro limite molto significativo: anche se articolato su base regionale, non tiene conto delle differenti esigenze territoriali o delle singole autonomie scolastiche. In pratica, ancora non si intravedono scelte in grado di conciliare l’equità dei procedimenti concorsuali con le realtà didattiche delle scuole in cui i concorsisti andranno a insegnare. Per dare pieno valore all’autonomia scolastica, unica vera riforma degli ultimi quindici anni, bisognerà prima o poi individuare forme di selezione degli insegnanti che permettano anche l’incontro tra i curricula dei candidati e le esigenze didattiche e organizzative delle scuole, ma soprattutto che possano tener conto della reale capacità di lavoro sul campo: chi è in grado di simulare una lezione da manuale, infatti, non per forza sarà capace di pianificare percorsi didattici, adattarli ai diversi contesti scolastici, relazionarsi con una classe, con le famiglie e con i colleghi. Queste sono competenze fondamentali che emergono nella pratica quotidiana, ma sfuggono alle maglie del concorso.
Le scelte operate da Profumo, però, hanno anche diversi elementi positivi. Prima di tutto si supera parzialmente la meccanicità delle graduatorie, affermando il principio che in cattedra dovrebbero andarci i migliori, non i più anziani (in termini di servizio). Quella che parrebbe un’affermazione ovvia assume invece un profilo quasi rivoluzionario nella scuola italiana, dove da anni si accede al ruolo unicamente per anzianità e a prescindere da qualunque considerazione di merito. Appare apprezzabile anche il tentativo di riequilibrare l’età media degli insegnanti italiani, pur con i limiti di cui si diceva in precedenza e che appartengono più al pregresso che alla libera iniziativa dell’attuale Ministro.
Importante, infine, è la scelta di inserire una simulazione di lezione tra le prove da sostenere: si dichiara finalmente che per selezionare gli insegnanti non è sufficiente indagare conoscenze disciplinari e cultura generale dei candidati, ma anche e soprattutto la competenza didattica. Che non si potrà verificare più di tanto con una simulazione, come si diceva, ma l’affermazione di principio è già qualcosa. Speriamo che ci si ricordi, dopo il 2012, di dar seguito a questa affermazione rinnovando ulteriormente le procedure attraverso le quali scegliamo i nostri insegnanti.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



