di Francesco Molica.

100 anni! by McLoy2008
Nel lungo addio alla Seconda Repubblica il tema del rinnovamento della classe dirigente si sta facendo nuovamente largo sul palco dell’attualità. Evviva! Ma l’impressione è che sia trattato in forma per così dire mutila. Gli argomenti sbandierati dalle ancelle del cambiamento – argomenti legittimi, anzi inoppugnabili – hanno un peso più relativo (sostituire un’elite abbarbicata al potere da oltre vent’anni con una nuova di zecca), che assoluto (ringiovanirla e basta). In altre parole, il nodo anagrafico è subalterno a quello di una più ampia rigenerazione del nostro panorama politico. Ciò che, ad ogni buon conto, dovrebbe infine far vacillare l’egemonia gerontocratica del paese. Con o senza Renzi, il PD dovrà pagare un cospicuo obolo elettorale al fermento dei ranghi giovani del partito, alcuni dei quali hanno preso a frequentare con assiduità i salotti mediatici. Berlusconi, per sua parte, medita da mesi un’operazione di maquillage alla sua creatura politica, catapultando in prima linea volti freschi e “poco compromessi”. E il Movimento 5 Stelle pesca a piene mani elettori e attivisti dal mazzo sempre più furente degli under 40. Eppure, in un paese in cui nell’immaginario collettivo anche chi è prossimo alla cinquantina merita gli onori dell’appellativo “giovane”, il problema dell’età dei suoi circoli di potere rischia di debordare nella prossima legislatura senza che nessuno si dia la pena di affrontarne a viso aperto la sua natura sistemica.
Nel frattempo, secondo un recente studio di Coldiretti, in Parlamento siede allo stato attuale un solo rappresentante under 30 e meno di cinquanta redivivi al di sotto dei quaranta (gli ultrasessantenni sono 157)! Facendo due calcoli, significa che, in termini puramente anagrafici, quasi un terzo dell’elettorato (quello nella fascia d’età compresa tra i 18 e 29 anni) è in pratica privo di rappresentanza. E guarda caso si tratta proprio di quell’Italia che soffre di più la crisi. L’Italia del precariato, della disoccupazione o peggio dell’inattività. L’Italia che disperde talenti in giro per il mondo. E che, se si eccettuano poche estemporanee iniziative, è stata trattata con sufficienza o peggio obliterata nei quasi due decenni che fanno da cerniera tra il terremoto mani pulite e la parentesi Monti. Questo oblio indecente potrebbe protrarsi senza un intervento più energico. Perché lanciare con il paracadute sugli scranni di Montecitorio qualche faccia imberbe in più non fa certo primavera.
Per medicare l’anomalia italiana potrebbe allora essere utile piantare pochi ma efficaci paletti attorno alla definizione dei candidati per le prossime politiche. Non parliamo di ricorrere alle quote cosiddette (in questo caso le definiremmo “bianche”), strumento inappropriato al contesto, perché troppo prescrittivo, controproducente, e se permanesse l’attuale sistema elettorale facilmente eludibile (con i “giovani” schiaffati in fondo alle liste, “simple as that”). In via provvisoria, si potrebbe piuttosto incentivare lo svecchiamento del sistema introducendo alcuni “deterrenti” più soft. In questo solco, nelle settimane scorse due interessanti proposte sono balenate nel marasma dell’attualità. La buona notizia è che sono state lanciate dai capi opposti del paese e dello spettro politico: dal Trentino e da un politico dei Verdi la prima, dalla Calabria e da un giovane del Pdl la seconda. Quella cattiva è che, detto in modo spiccio, non se l’è filate nessuno.
A fine agosto, un consigliere provinciale di Trento, l’ecologista Roberto Bombarda, ha presento un disegno di legge che prevede per le liste in corsa nelle prossime elezioni provinciali l’obbligo di esprimere una media di età pari o inferiore ai 40 anni. Spiega Bombarda nella sua relazione al testo che “agire sull’età media della lista può portare ad un (effettivo) rinnovamento della classe dirigente, poiché pur consentendo ai promotori la possibilità di comporre le liste in libertà prevedendo anche candidati di una certa età (oltre i 65 anni)”, al contempo li “responsabilizza” alla questione della rappresentanza delle nuove generazioni. Perché, fissando una soglia d’età media, “quanti più anziani si candideranno, tanti più giovani occorrerà mettere in lista”.
L’idea pochi giorni dopo è stata raccolta e riproposta su scala nazionale dal coordinatore dei giovani del PDL reggino, il ventottenne Domenico Rositano. Il quale in una nota suggerisce che il “caveat” sull’età media delle liste dovrebbe essere incorporato in forma di emendamento alla prossima legge elettorale, ammesso che la sua gestazione da soap opera sudamericana trovi un epilogo degno di nome. Come dichiara Rositano all’ADN Kronos, se questa proposta “non è la panacea di tutti i mali, potrebbe costituire un primo vitale impulso a quello svecchiamento delle istituzioni elettive divenuto così cruciale per il futuro del paese. Portare più giovani in Parlamento, non è un capriccio, ma un atto dovuto per dare voce alle innumerevoli istanze delle nuove generazioni e al contempo combatterne la montante disaffezione alla politica”.
Peccato che né Bombarda, e tanto meno Rositano, hanno ricevuto la minima attenzione o appoggio dalla stampa o dalle direzioni di partito nazionali. A dimostrazione, che sulla questione aleggia un’insopportabile cappa di indifferenza, nonostante il mantra del rinnovamento generazionale dilaghi nel dibattito pubblico. E difficilmente la loro nobile battaglia troverà seguito, sebbene valesse comunque la pena accendere un faro su di essa. Le parole che Napolitano nel maggio scorso ha rivolto ai ragazzi venuti ad ascoltarlo a Palermo in occasione del ventennale della strage di Capaci, quel “scendete al più presto in campo per rinnovare la politica e la società nel senso della trasparenza. L’Italia ve ne sarà grata” sono destinate, almeno per ora, a restare lettera morta o, alla meglio, a tradursi in qualche banale operazione di facciata dal gusto gattopardesco.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




L’Italia e’, purtroppo, proprio una inguaribile gerontocrazia. E lo e’ per motivi culturali che sono difficili da sradicare, se non con un paziente lavoro di educazione che durera’ generazioni (lo diceva pure Montanelli parlando di altre piaghe culturali italiane: il crimine organizzato e la corruzione della politica, curabili solo con l’educazione delle nuove generazioni, non tramite la legge).
L’Italia, a mio avviso, e’ una gerontocrazia perche’ la societa’ tutta (incluso il mondo del lavoro) riflette ancora la struttura conservatrice e paternalistica della famiglia italiana.
In famiglia la parola del padre non si discute. Nel lavoro e in politica e’ lo stesso.
Lo si vede in come funzionano gli uffici.
In ufficio il capo e’ l’equivalente del padre: finche’ non diventi padre anche tu (cioe’ finche’ non riesci, magari alla veneranda eta’ di 50 anni, a farti promuovere) non hai diritto di parola.
E lo si vede dal modo in cui viene inteso il lavoro.
Il dipendente viene raramente visto come un professionista adulto, maturo e indipendente, che puo’ fare le sue scelte. Troppo spesso viene considerato alla stregua di un ragazzino fortunato, che ha avuto dal capo (padre) l’opportunita’ magnifica di lavorare per lui (peraltro con misero stipendio). Ergo: appena uno si licenzia per rincorrere una occasione migliore, fatto normalissimo in un mondo di professionisti adulti, apriti cielo. Il dipendente che se ne va viene subito accusato di infedelta’, come se aver firmato un contratto di lavoro equivalga a sposare il proprio capo.
Conclusione.
Le cose non avvengono per caso. Se la nostra societa’ e’ una gerontocrazia e’ perche’ la nostra cultura lo domanda. Finche’ vivremo la famiglia nel modo un po’ perverso che abbiamo ora, temo non ci sara’ soluzione.
Faccio un ultimo esempio (che magari semplifica un po’) per sottolineare questo punto.
Come mai in Italia i salari sono cosi’ bassi e nel nord Europa no? Semplice: perche’ in un Paese dove quasi tutti ritengono normale vivere coi genitori fino a ben oltre i 30 anni, fondamentalmente nessuno ha bisogno di diventare veramente indipendente (i genitori sono sempre li’ a foraggiare i figli). Conseguenza: i salari sono quelli che la gente accetta. Un giovane inglese o tedesco non accetterebbe mai di lavorare per 800 euro al mese dopo la laurea, perche’ sa che deve mantenersi. Di conseguenza (domanda e offerta) il sistema economico si adegua.
Siamo vittime della nostra cultura. Perche’ la cultura viene prima del sistema economico e politico: ne e’ la matrice e l’ispiratrice.
E finche’ non ce ne renderemo conto temo non ci sara’ nulla da fare.