Italia, fuga di cervelli e fuga di aziende

di Matteo Rizzolli.

Di whatatravisty

Sergio è un ricercatore. Sergio ha portato avanti negli ultimi dieci anni un laboratorio che si è guadagnato la ribalta internazionale. Sergio è stimato da molti nel suo ambiente. I suoi pari lo rispettano e guardano a lui con timore reverenziale e persino il Presidente degli Stati Uniti ha trovato per lui parole di elogio. Sergio da anni divide le sue alterne fortune tra l’Italia e gli Stati Uniti. Eppure non va tutto bene per Sergio. Qui nel suo paese di origine non gode di grande fortuna. Le condizioni in cui deve operare sono molto deteriorate e sta seriamente pensando di mollare tutto. In America a Sergio stanno facendo i ponti d’oro. Semplicemente le opportunità là sono migliori. Si chiede perché dovrebbe restare. I giornalisti, che hanno fiutato la storia, cercano Sergio al telefono per raccontare l’ennesima epopea di un cervello in fuga da questo paese che non sa coltivare le sue risorse. I suoi colleghi ricercatori lo guardano con invidia perché se ne va e i tecnici dei suoi laboratori si indignano che non si faccia abbastanza per trattenerlo. Mario e Corrado, che sono i boss italiani di Sergio, si domandano cosa debbano fare.

Sergio è un amministratore delegato. Sergio ha portato avanti negli ultimi dieci anni un’azienda raccolta sull’orlo del fallimento e si è guadagnato la ribalta internazionale. Sergio è stimato da molti nel suo ambiente. I suoi pari lo rispettano e guardano a lui con timore reverenziale e persino il Presidente degli Stati Uniti ha trovato per lui parole di elogio. Sergio da anni divide le sue alterne fortune tra l’Italia e gli Stati Uniti. Eppure non va tutto bene per Sergio. Qui nel paese di origine della sua impresa non gode di grande fortuna. Le condizioni in cui deve operare sono molto deteriorate e sta seriamente pensando di mollare tutto. In America a Sergio stanno facendo i ponti d’oro. Semplicemente le opportunità là sono migliori. Si chiede perché dovrebbe restare. I giornalisti, che hanno fiutato la storia, cercano Sergio per poter raccontare l’ennesima vicenda di un cinico industriale che si sposta solo in base a dove realizza più profitto. I suoi colleghi lo guardano con disprezzo (almeno in pubblico), accusandolo di tradimento. I suoi dipendenti italiani e coloro che li rappresentano pretendono che la politica impedisca questa scelta scellerata. Mario e Corrado, i soliti boss italiani,  si domandano cosa debbano fare.

Alla radice della decisione di partire, che in continuazione prendono le migliori risorse del paese – siano esse persone molto qualificate oppure imprenditori e manager di aziende dal profilo internazionale – vi sono le stesse ragioni.

Questo paese non offre opportunità. Nega alle sue intelligenze di fiorire in un ambiente pienamente meritocratico. Impedisce che i fondi per la ricerca finiscano a chi li saprebbe valorizzare di più. Permette a grumi di potere baronale di farla da padrone là dove si dovrebbe fare ricerca. Allo stesso tempo soffoca lo spirito imprenditoriale nella tassazione elevata e nel bizantinismo di una burocrazia asfissiante.

In molti altri paesi le opportunità sono migliori. Altrove sono più bravi a valorizzare il genio italico. Paesi come gli USA e la Gran Bretagna mettono a disposizione fondi di ricerca enormi ai cervelli che scappano dalle nostre università. Altri paesi come la Svizzera e l’Austria vengono nei nostri distretti ad offrire capannoni e tax-breaks alle aziende che si spostano a nord delle Alpi. La delocalizzazione fatta per questioni di costi della manodopera è solo un’aspetto della fuga delle aziende italiane: molte di esse scappano perché all’estero trovano meno lacci e lacciuoli e più certezze sui loro investimenti.

Tanto paga Pantalone. Alcune aziende che scappano hanno in passato usufruito di sussidi pagati dal contribuente italiano. E così hanno fatto i cervelli in fuga, la cui istruzione universitaria e post-universitaria non solo è stata finanziata indirettamente sotto forma di tasse universitarie irrisorie, ma è molto stesso stata anche sovvenzionata direttamente con borse di dottorato e post-dottorato. E di questi ingenti investimenti del contribuente italiano sono pronti ad approfittarne molti paesi golosi di mettere le mani sulle nostre aziende. E sui nostri cervelli ovviamente.

Colpisce quindi  osservare come la stampa, l’opinione pubblica e la politica affrontino questi due problemi con approcci ed atteggiamenti tanto diversi. Quegli atteggiamenti che abbiamo provato ad esemplificare nelle storie parallele dei due Sergio.

Si parte per trovare migliori opportunità. Un imprenditore che porta la sua impresa all’estero lo fa spesso perché trova migliori opportunità. Ma questo è vero anche per il cervello che porta via il suo laboratorio.

Ci si lascia dietro un paese più povero. La ricchezza intellettuale e materiale portata all’estero lascia vuoti difficili da colmare in patria. E non importa se questi vuoti sono laboratori, classi, capannoni oppure liste d’impiego. Fanno sempre male.

Il danno dell’abbandono e la beffa del sussidio. Imprenditori e ricercatori abbandonano un paese in difficoltà per andare a coltivare le loro aspirazioni altrove. Invidia e biasimo si aggiungono al senso di frustrazione per lasciare scappar via risorse su cui il contribuente italiano ha investito.

Partire è un po’ morire. Ma sappiamo anche che chi parte lo fa spesso con malinconia. Non è necessariamente alla ricerca di profitti e stipendi più alti. Spesso il ricercatore o l’imprenditore cerca solo di poter esprimere il meglio di quello che sa fare in un ambiente che glielo consenta.

Chi parte potrebbe anche tornare e rendere il paese migliore. Un cervello che si trasferisce in un altro paese potrebbe anche decidere in futuro di tornare con un bagaglio di conoscenze molto più ricco. E questo vale anche per l’imprenditore e la sua impresa.

La vera sfida è rendere l’Italia di nuovo competitiva per cervelli ed imprese. Una delle ragioni per cui tanti se ne vanno è la mancanza di fiducia nel futuro. Nella prospettiva di poter creare e prosperare in questo paese. Se vogliamo tornare ad attrarre intelligenze e ricchezza, dobbiamo lasciare da parte gli espedienti come la legge sulle agevolazioni per il rimpatrio dei cervelli. La parte migliore del paese non scappa né tantomeno ritorna per un pugno di denari. Dobbiamo invece convincerli che il paese è di nuovo un posto competitivo in cui investire e coltivare la propria intelligenza. La strada obbligata è quella di proseguire con le riforme strutturali intraprese, sia per quanto riguarda la giustizia, la burocrazia ed il fisco, sia per quanto riguarda il sistema accademico.

Quando le risorse migliori se ne vanno verso altri paesi, sarebbe opportuno interrogarsi su cosa rende quei paesi attrattivi e su cosa è necessario fare per tornare ambiti noi stessi, senza dilungarsi in rancorose e strabiche prove di forza. E se poi alla fine Sergio decidesse di non tornare più, magari nel frattempo avremo convinto a venire in Italia Yussuf, Sirin e Masako.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti