Il PD, il “compromessismo” e il rischio dell’indifferenza

di Emidio Picariello e Denni Romoli.

Foto di Ro / wererabbit

“L’indifferenza è la vendetta che il mondo si prende sui mediocri”, scriveva Oscar Wilde. È un po’ di tempo – da quando Francesco Costa ci ha introdotti all’argomento – che ci stiamo chiedendo che cosa significhi per il Partito Democratico “alzare il tiro”, “go big”, insomma. Per chi non ha voglia di leggersi il post di Costa, che comunque merita, la storia è semplice. Obama è in difficoltà e, invece di annacquare la propria proposta politica, sostiene apertamente il matrimonio gay, senza mezzi termini, per la prima volta. Dimostra, in altre parole, di non essere disposto a indietreggiare rispetto alle proprie posizioni per guadagnare consenso; piuttosto, per garantirselo le deve definire in modo ancora più netto, “alzando il tiro”, abbiamo arbitrariamente tradotto, andando in grande, insomma. Un tentativo di individuarsi in modo più netto, se si vuole, di stagliarsi dal fondo differenziandosi maggiormente.

Ecco, ci pare che il PD – che non era nei guai – ci sia finito per non essere riuscito a pensare in grande, ad alzare il livello della propria proposta. Non elevarla fino al solipsismo politico, all’intransigenza vetero-testamentaria di chi cavalca la frustrazione popolare ergendosi a detentore di Verità. La sensazione per elettori, militanti e anche per dirigenti territoriali, quelli che vanno alle Direzioni e fanno il loro intervento che viene immediatamente dimenticato (e che di rado influenzano le decisioni reali del Partito), è che il PD sia eccessivamente preoccupato di non scontentare nessuno, fino a cancellare la propria proposta politica. Una prassi storicamente italiana, quella del “compromessismo” esasperato; qualcuno, parlando dell’emulazione fascista del nazionalsocialismo, precipitata nella promulgazione delle leggi razziali del 1938 e oltre, definì gli italiani “mediocri anche nella crudeltà”. Obama, al contrario, quando ha rilasciato quell’intervista non ha certo fatto tutti contenti, anzi, anche fra i democratici non tutti sono favorevoli. Ma lui non si è preoccupato di perdere il loro consenso. Si vuole caratterizzare come un Presidente che dà a tutti i medesimi diritti, allora dice cose che lo caratterizzano in quel senso. Precisiamo: non vogliamo diventare agiografi di Obama, la sua è una precisa e deliberata scelta politica, che però contiene al suo interno connotati etici di rilievo per il Partito Democratico.

E il Partito Democratico come sceglie di caratterizzarsi? Come un Partito laico e riformista? Allora perché corre dietro ai voti dell’UDC, invece di affermarsi in tal senso? Oppure propone l’immagine di un Partito cattolico e conservatore, come la vecchia Democrazia Cristiana? E allora perché affannarsi a ricercare quelle che oggi sono più che impropriamente definite Sinistre?

Negli ultimi cinquant’anni una mole cospicua di ricerche sul comportamento umano, a partire dagli studi di Bowlby fino a giungere ai giorni nostri, ha con sempre maggiore evidenza tratteggiato l’immagine della persona in possesso di una buona salute psicologica. No, non state leggendo un altro articolo, stiamo solo provando a rispondere alla domanda, prendendola un po’ larga. La persona in questione, dicevamo, regola in modo flessibile il proprio comportamento, possiede la capacità di affermarsi senza imporre o ordinare, si caratterizza per strategie collaborative, di comunicazione aperta e assertiva, riesce a bilanciare gli obiettivi personali con il bisogno di comunanza e vicinanza alle persone significative, mostra bassa dipendenza e preoccupazione alla separazione da terzi e la percezione interna di controllare e saper gestire gli eventi della vita. Al contrario, un peggior livello di adattamento e realizzazione si manifesta in quegli individui che, preoccupati di perdere la vicinanza e l’approvazione altrui, ricorrono a strategie controllanti di vario genere, che consistono nella rinuncia alla libera affermazione di sé, nell’indulgenza artificiosa, nella compiacenza seducente, nell’escissione di personali caratteristiche a favore, spesso illusoriamente, del mantenimento di questo o quel legame.

Esportando quanto appena detto in merito al PD, ci sembra che esso, in più occasioni, si caratterizzi per il suo essere claudicante ed endemicamente insicuro nel rapporto con gli elettori, presenti e prossimali. Attraversato dall’angoscia di perdere un consenso che, in misura variabile, è piovuto dal cielo più per evidenti e tragici demeriti altrui che per un progetto politico coraggioso e congruente con i bisogni del paese, il PD pare incapace di assumere posizioni e attendere di essere valutato su di esse. Sembra preferire, al sostegno verso il matrimonio omosessuale e al “chi mi ama stia con me, e chi mi odia invece no”, il ricorso a formule vaghe che ciascuno possa stirare secondo il suo personale piacimento. Valga a mo’ d’esempio il “presidio giuridico”, sintagma che sembra appositamente coniato per risultare ambiguo e non deludere potenzialmente nessuno. È un segnale inviato, in attesa di un riscontro, così da modellare la proposta sulla risposta.

Ma il problema non si riduce ai diritti civili. La patrimoniale, il PD la vuole o non la vuole? Se la vuole lo dica chiaramente, e chiaramente sostenga che con quei soldi vuole difendere la classe media e i ceti deboli. Senza lo spauracchio di perdere i voti dei più abbienti. Il Partito sembra drammaticamente impaludato nelle secche della ricerca del consenso a tutti i costi, bloccato dalla paura di perder voti. Ma il paradosso in agguato, alla fine, è proprio questo. I modelli di riferimento per noi desiderabili, e spesso le migliori leadership, non sono cronicamente afflitti dal desiderio di piacere, e per questo piacciono. La ricerca di voto del PD, in assenza di un volto dai contorni nitidi, di una personalità definita, lo rende invece inviso agli elettori.

Ma a questo partito possiamo dare una mano. Lo statuto prevede che, oltre alle Primarie, per scegliere qualunque carica monocratica si possano anche indire dei referendum tematici, che sciolgano alcuni nodi che impediscono a questo partito di sviluppare una soggettività fondata e stabile. Crediamo che firmare – possono richiedere i referendum solo gli iscritti al partito – e votare a questi referendum – possono votare tutti, una volta che i referendum sono presentati – serva proprio a dare spessore e tridimensionalità al partito, a dotarlo intanto di sei traiettorie chiare. Indipendentemente dal voto positivo o negativo che si intende dare, a prescindere dal fatto che si sia d’accordo o meno con il merito dei quesiti, vi invitiamo ad approfondire sul sito e a firmare, se siete iscritti al PD, sul sito http://www.referendumpd.com/ .

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti