Il convegnismo italiano. Appunti da veDrò

di Ludovico Fontana.

Di veDro – l’Italia al futuro

Ilaria si chiedeva se chi partecipa a VeDrò rappresenti l’Italia migliore. La risposta è no. Chi partecipa, infatti, o ha un curriculum importante o è ritenuto in gamba da persone vicine alla classe dirigente dominante in Italia. Ma se accettiamo l’idea che in Italia la classe dirigente è da rifare, allora non possiamo ritenere che chi ha successo in una società ingiusta sia per forza il migliore. Insomma, in un mondo non meritocratico non puoi trovare i migliori se selezioni le persone in base al curriculum o alle conoscenze. Questo non vuol dire che chi viene è raccomandato o è una brutta persona, ma semplicemente non rappresenta l’Italia migliore, ma l’Italia che ha le migliori relazioni. Poi possono essere tutti brillanti, bravi e preparati, ma è un effetto collaterale.

Io sono stato a VeDrò quest’anno per la prima volta (per partecipare ho dovuto inviare il curriculum) e sicuramente ci tornerò il prossimo anno. Ci tornerò perché è un’occasione di conoscere colleghi o persone vicine al tuo lavoro, capire come va il mondo. Ovviamente, a VeDrò i veri potenti pensano agli affari («perché, in fondo, il senso di VeDrò è anche questo: assicurare ai partecipanti che, chiunque vinca, ci sarà sempre una rete trasversale di conoscenze e rapporti a garantire il business as usual», ha scritto Stefano Feltri sul Fatto). Poi ci sono tutti gli altri, famosi, potenti e non, che, come ha scritto invece Selvaggia Lucarelli, ci vanno per tre ragioni: «confrontarsi, stringere pubbliche relazioni e trombare». È così che si fa lobbying.

Però in tutto questo la formula funziona: l’atmosfera è informale, e nei working group e nei seminari si ragiona seriamente. Ossia: si fa quello che ho visto fare in tanti festival, seminari, convegni, barcamp, ost (open space technology) in giro per l’Italia. Viene da chiedersi, allora, se tutti questi eventi abbiano prodotto in questi anni qualcosa di concreto. Nel caso di VeDrò sì – a prescindere se siano progetti validi o meno – perché l’organizzazione funziona tutto l’anno. Ma questi progetti – che hanno riguardato sempre “L’Italia al futuro” – sono utili a chi? All’Italia o ai partecipanti?

È inutile farsi illusioni. Certo, ci sono progetti interessanti, come il caso della rete dei talenti italiani all’estero, o il tavolo sul giornalismo (a proposito, durante il working group su vecchi e nuovi giornalismi ho fatto notare che in due ore di discussione nessuno, parlando a ruota libera dei problemi della professione, ha pronunciato la parola “precariato”, e questo è significativo). Ma bisogna rimanere disincantati. Non al livello di Giuseppe Cruciani, uno dei «vedroidi» più affezionati («Di cambiare il mondo non mi frega un cazzo», ha scritto una volta su Twitter, riferendosi ad altro), ma almeno bisogna sapere che se da queste relazioni nascerà qualcosa di utile per l’Italia, potrà anche succedere, ma per eterogenesi dei fini.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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