di Cristiana Alicata.

Fedeli in piazza
La recente morte del Cardinal Martini ha fatto molto discutere. Non solo le sue parole sulla Chiesa e il rapporto con l’uomo, ma anche per il modo in cui è morto, legato alla lunga malattia che lo affliggeva e che, come ricorda la nipote Giulia, lo ha portato a chiedere di essere sedato nelle ultime ore per non subire il supplizio del soffocamento.
Ridurre la sua figura a questo episodio sarebbe ingrato, l’hanno già detto in molti.
Per chiarire la faccenda: non si tratta, senza ombra di dubbio, di eutanasia, ma questo tipo di morte addolcita dalla sedazione non è oggi in Italia un diritto acquisito tra le prestazioni sanitarie. Va aggiunto che la sedazione può durare per giorni e può essa stessa accelerare la morte. Indubbiamente il modo in cui Martini è morto racconta molto anche di lui e di quel luogo di discussione e riflessione – poco frequentato nel nostro Paese di tifosi – dove si ritrovano religiosi e laici in nome di un comune denominatore che ha a che fare con l’umanità prima ancora che con qualsiasi altra cosa. Per esempio, ognuno di noi si interroga se un malato a cui vengano diagnosticati mesi di vita e chieda di farla finita sia da accontentare o meno. Insomma il tema della speranza non è un tema religioso, è un tema umanissimo.
Ed è umano non volere soffrire. È umano fare l’epidurale ad una donna che deve partorire, gratuitamente. È umano, mi spingo a dire, laddove esiste un’istituzione civile che regola i rapporti tra due persone, concederne l’utilizzo a tutti, anche a persone dello stesso sesso, perché impedire l’accesso ad un istituto civile a due cittadini è una forma di violenza inaudita in un Paese moderno.
Da quando l’umanità abita la Terra – e ne lascia traccia – si è sviluppata la spiritualità, ad oggi una caratteristica distintiva del genere umano. Spiritualità che è stata trasformata, quasi sempre, in religione dai poteri temporali, usata fino ad essere ricondotta ad una forma di schiavitù gerarchica, come se l’intermediazione fosse sempre necessaria ad una sorta di salvezza. È la paura della morte, della fine che ci tiene appesi alla spiritualità, al credere in un disegno a noi sconosciuto e che un giorno ci verrà rivelato e noi viviamo in un Paese in cui quella spiritualità è fortemente legata alla sovrastruttura religiosa, che intorno ad essa è cresciuto, a volte anche lentamente per colpa della Chiesa (vedi il processo di unificazione).
Mi annovero personalmente tra coloro che vorrebbero vedere abolito il concordato, per lo meno modificato pesantemente proprio perché non riesco a cogliere il legame vero e sincero tra la spiritualità e la Chiesa come struttura temporale. Anche le opere caritatevoli che la Chiesa compie, come qualsiasi altra organizzazione, non sono migliori dal mio punto di vista, in quanto provenienti da un istituto religioso piuttosto che da uno laico come Emergency o Medici Senza Frontiere. Vedo piuttosto, nella Chiesa di oggi, l’espansione dell’Impero Romano, ma in altra forma e con metodi diversi. I romani avevano un furbo rispetto di ogni religione. Non c’è stata struttura politica più tollerante dal punto di vista religioso della politeista Roma (oggi ne vediamo i segni nei tantissimi santi e madonne, declassati, ma adorati come divinità). Per questo la diffusione del cristianesimo ha mandato in crisi l’Impero, fino ad assorbirlo, cannibalizzandolo. Ma questa è altra materia.
Lungi da me, quindi, santificare laicamente Martini. Era un principe della Chiesa, un’istituzione religiosa, quanto di più avulso da me. Malgrado abbia difeso le unioni civili e compreso (incredibile) il senso dei Gay Pride come affermazione di autodeterminazione di persone discriminate, egli ha comunque votato questo Papa, un Papa che dice cose che considero persino in molti casi violente. Non avrebbe mai sposato due gay e ha ribadito la centralità della Famiglia, sempre. Non condivido, in ogni caso, la tesi di Odifreddi secondo cui Ratzinger e Martini mettevano in essere un abile gioco delle parti. Martini ha cominciato a dire cose scomode quando non poteva essere più tolto di mezzo come accade ai tanti preti e don che si ribellano. In quanto principe della Chiesa è stato tollerato e questa è stata la sua forza dirompente negli ultimi anni. Se sacerdoti rivoluzionari e scomunicati come Don Gallo e Don Barbero lo ricordano con affetto, un motivo ci sarà, nella dinamica ecclesiastica che però in teoria non mi riguarda.
Eppure, nel gesto di Martini c’è qualcosa di rivoluzionario per la cultura cattolica che, malgrado tutto, permea l’Italia fin nel suo midollo: Martini con il suo gesto ha dichiarato che il dolore non è una croce da portare, questo è il messaggio così umanamente potente che rivoluziona i canoni con cui la religione si sorregge da sempre quando abusa della spiritualità. Il dolore è legato all’espiazione, che è a sua volta legato alla colpa e che necessita di assoluzione tramite il sacrificio. Ecco il ciclo di vita servile a cui la religione cattolica ha ridotto la spiritualità. Sotto questo ciclo di vita c’è stata l’Inquisizione. O la donna contenitore puro che doveva accogliere il seme (che altro non era se non il mezzo con cui i cognomi si tramandavano e con essi la proprietà privata). O due gay che devono essere compatiti e votarsi all’astensione sessuale, quindi alla sofferenza personale, perché ovviamente il sesso è visto come atto procreativo e peccaminoso quando non lo sia: quindi i gay incarnano in assoluto il peccato più grave. Invece in quel luogo umano che citavamo prima, fare sesso è bello. Punto. E Martini si è interrogato su questo, persino quasi irridendo la Chiesa su quanto potere abbia ancora su questo argomento. In questo Paese in cui la colpa e il sacrificio permeano tutto: fare sesso è peccato, è sporco. Non c’è bisogno di essere cattolici praticanti per pensarlo, per averlo dentro. Fa parte dell’Italia ed è parte del problema: al di là della frequentazione della parrocchia, molti italiani sono fortemente e profondamente cattolici dal punto di vista culturale. Persino D’Alema l’anno scorso arrivò a dire che il matrimonio gay offendeva il sentimento religioso degli italiani, sbaragliando ogni nozione di laicità dello Stato. Anche il femminismo ci è cascato in pieno nel tranello del sesso a pagamento (qualora sia una libera scelta), non accettando che una donna possa prostituirsi senza avere dentro di se un trauma legato alla sottomissione, lo ha ricordato in questi giorni la prostituta francese Morgane, fondatrice di un sindacato di lavoratrici del sesso.
Per questo il suo gesto e molte delle ultime dichiarazioni sono rivoluzionarie non per la Chiesa, ma per la cultura cattolica della colpa e del sacrificio di cui siamo tutti inconsapevoli portatori.
In tempi in cui i cattolici di professione alla Giovanardi e alla Casini aprono ad una qualche forma di unione civile solo in funzione elettorale e per cucirsi una poltrona in vista di alleanza anche post elettorale con il PD (pur continuando a fare dichiarazioni violente ed aggressive nei confronti delle famiglie omosessuali), il Cardinal Martini si staglia legittimamente, non per essere simbolo di chissà che cosa per noi laici, ma forse per dare materia proprio a noi, parlando di lui, di scardinare quella cultura così radicata in questo Paese che è più cattolico di quanto sembri.
La discussione sul Cardinal Martini per noi laici mi appare piuttosto come una possibilità di riappropriarci di una dimensione spirituale dove ci si interroga sulla morte, sulla vita e sull’etica a prescindere dal proprio credo. Una dimensione che non rappresenta nulla di cui vergognarci e che non ha, spesso, nulla a che fare con le religioni strutturate.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



