Generazione perduta o generazione 35%?

di Manuela Sammarco.

Di Paolo Margari

Quando quest’estate Monti ha parlato di “generazione perduta”, riferendosi agli attuali trentenni e quarantenni, nessuno ha pensato a una possibile reminescenza letteraria. Hemingway, Fitzgerald, diciamo, “si persero” diversamente. Infatti, le parole del premier, per quanto calibrate, non sono state ritenute esattamente lusinghiere da parte degli interessati. Eppure, al pari di altre definizioni dure, dirette ma rimaste celebri, tipo “bamboccioni” o “sfigati”, probabilmente conosceranno longevità, perché stimolano una reazione e sotto sotto nascondono qualcosa di vero.

Iniziamo dalle reazioni, che non sono mancate. Da quelle meno controllate e più estemporanee di blogger e giovani professionisti che ce l’hanno fatta o ce la stanno facendo a quelle più meditate e argomentate. Tra quest’ultime, ricorderemo almeno Irene Tinagli, che rifiuta la definizione di generazione a perdere sottolineando invece quanto importante sia, pure in difficili condizioni, il contributo dei 30-40enni al paese. Non poteva mancare, inoltre, uno sdegnato manifesto della rete che prende il titolo dalle parole del premier. C’è poi chi pensa che, magari, anche contarsi non farebbe male: per quanto svantaggiati dal nostro regime demografico, gli under 40 insieme fanno un numero utile a superare di molto la soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento. Ancora, c’è chi cerca di capire meglio cause e aspetti di questa “perdita”, tipo l’immobilità sociale dei più giovani correlata con la difficoltà di fare impresa nel nostro paese. C’è chi, più superficialmente, cavalca l’onda mediatica.

Anche le conferme sul triste vero nascosto dalla definizione di “generazione perduta” non si sono fatte  attendere: si trovano per esempio fra i più recenti bollettini Istat sulla disoccupazione.

Il tasso in occupazione in Italia, al mese di luglio, è pari al 10,5%, cresciuto in un anno del 2,7%. Significa che i disoccupati sono 2.705.000. Pare non andasse così male dal 1999. In realtà, si tratta di un dato in linea col trend dell’Eurozona (11,3%), che va male dall’inizio dell’anno. Cosa che non ci rassicura.  Se entriamo nel dettaglio, scopriremo che piove sul bagnato. Infatti, le donne risentono dell’aumento della disoccupazione più degli uomini (11, 4% a 9,4%). I giovani molto più dei lavoratori maturi.

Il dato eclatante riguarda la fascia d’età 15-24, che fa registrare un tasso di disoccupazione del 35,3%, aumentato del 7,4% in un anno. Dalla padella alla brace al Sud, dove per le donne il tasso sale al 48%. Cioè, quasi una ragazza meridionale su 2 non ha un lavoro e non studia. Sembra altrettanto eclatante leggere che: “L’aumento dell’occupazione più adulta con almeno 50 anni, soprattutto a tempo indeterminato, si contrappone al persistente calo su base annua di quella più giovane e dei 35-49enni” e che “circa la metà dell’aumento della disoccupazione è alimentato dalle persone con almeno 35 anni”. In ultimo, c’è la cifra complessiva dei lavoratori a tempo determinato: sono 2,9 milioni tra dipendenti a tempo,  lavoratori a progetto e collaboratori. Fuori dal calcolo le Partite Iva.

Dati simili hanno ispirato una nuova definizione giornalistica: “generazione 35%” (di disoccupazione). Essa non è poi così distante da quella usata da Monti, ma forse è più asettica, meno provocatoria. Infatti, non genera le stesse reazioni, per numero e per sdegno, che hanno animato la scorsa estate. Nessun manifesto contro la disoccupazione al 35%. Forse perché questa seconda definizione nasconde tanta rassegnazione: i bollettini Istat sulla disoccupazione sono gli stessi da tempo, ormai, e la crisi c’entra fino a un certo punto, c’entra di più la latitanza di lungo periodo delle politiche giovanili e soprattutto della crescita. Sbaglierò, ma la provocazione di Monti sembra rivolta proprio contro quella rassegnazione, con uno sguardo che non è paternalista (del tipo: “poveracci, alla loro età ero già ordinario”) ma è di chi si assume una parte di responsabilità generazione della situazione attuale e indica gli errori da non ripetere (del tipo: “guarda che cosa abbiamo combinato”).

È vero anche che “perduta” non vuol dire “perdente” e occasioni per “ritrovarsi” questa generazione potrebbe ancora averne. Ad esempio rivolgere quello sdegno estivo verso le politiche responsabili di quel 35%. O affrontare in modo postideologico i problemi che la riguardano: la riforma del mercato del lavoro, la sua rappresentanza, la burocrazia che blocca la libera iniziativa. Occasioni di questo tipo richiedono un cambio di mentalità sia da parte della generazione (quasi) perduta, per quel che riguarda la rassegnazione, sia da parte della generazione che ha fatto (quasi) perdere, per quel che riguarda le responsabilità, e che entrambe abbiano il coraggio di cambiare.

Se una provocazione, rafforzata nella sua asprezza dai dati, può anche solo far riflettere su tutto ciò, ha colto nel segno. E magari anche questa generazione perduta troverà prima o poi i suoi Hemingway.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Alberto

    Nonostante la situazione di PIL in calo lavoro ce ne sarebbe ancora, considerando anche che normalmente il lavoro produce valore e quindi fatturato per le aziende (e crescita del PIL). Cio’ che blocca i datori di lavoro è la legislazione sul lavoro attuale con le sue rigidità, più che mai ora con la difficoltà di fare previsioni sul futuro. Inutile nascondersi dietro a un dito, la situazione si sbloccherebbe e la percentuale scenderebbe di molto liberalizzando in modo incisivo il mercato del lavoro per i nuovi contratti, obiettivo che la “riforma Fornero” si prefiggeva ma che purtroppo, bloccata dalla necessità della concertazione ad ogni costo, non ha neanche sfiorato.

  2. lol

    dire la disoccupazione é al 35% non indigna perché é un dato asettico (allarmante).apre le porte alla domanda, cosa fare?quali azioni mettere in campo. dire ” é una generazione perduta” significa ,non faremo niente, non si puó far niente, non metteremo in campo azioni, oppure cavoli vostri, ma visto che monti da vero “liberale ” a deciso di fare manutenzione psicologica… sicuramente avrá avuto un buon motivo …..deve far parte della manutenzione….o no?

  3. lol

    una speranza contro il lassismo che viene dal passato. negli anni 50 e 60 la destra tedesca (democristiani ….) diceva che fosse assolutamente inutile costruire universita nelle regioni operaie ,e minerarie, questo perché il -la figlia di un operaio sarebbe comunque diventato operaio .poi i liberali i socialdemocratici , willy brant che non solo impose i filtri alle miniere facendo tornare visibile il colore del cielo, non solo miglioró la sicurezza e le casette per minatori, ma fece costruire le universitá. inutile dire che quelle regioni oggi sono centri culturali di altissimo livello e che moltifigli/e di minatori ,operai sono ingenieri, medici, giudici, storici, imprenditor artigiani operai….ecc. ecc. non solo ma anche minatori (entrati in miniera all´etá di 14 anni)poterono emanciparsi cambiando mestiere grazie all´istruzione ed i corsi universitari. la formazione continua di qualsiasi livello, continua . forse non é il mondo perfetto peró….

Lascia un commento

Subscribe without commenting