di Federico Martire.
Incredibile ma vero. Anche i britannici – gli antieuropeisti per antonomasia – sembrano essersene accorti: i leader europei, quando si tratta di federalismo, fanno orecchie da mercante, fingono di non sentire, imbarazzati volgono lo sguardo dall’altra parte, quasi spaventati da una parola più grande di loro. A poco sembra essere valsa la pur lodevole iniziativa dell’Unione dei Federalisti Europei (UEF), andatasi a spulciare tutte le recenti dichiarazioni dei leader politici dell’Unione per pescare, qua e là, un qualche segno di favore o di indirizzo verso il modello federalista (Federalist Outing). Vale poco perché si tratta, se non che in casi limite, di parole vuote, dette per riempire le pagine dei giornali o, tutt’al più per calmierare le speranze di chi l’UE la vorrebbe veder collassare. Ma in tutti questi aspri mesi di crisi, alle tante parole pronunciate – ivi comprese quelle del presidente della CE Barroso al PE nel corso del dibattito sullo stato dell’Unione – quanti fatti concreti si sono susseguiti? I meccanismi di salvataggio e il fiscal compact quanto hanno fatto (o faranno) avanzare l’UE verso il federalismo? La verità è che, al di là di garantire la sopravvivenza nell’immediato, la linea di avanzamento della costruzione della casa comune europea è tutt’altro che definita.
Eppure di proposte sul dopo crisi ne sono arrivate tante, da autorevoli think tank come Notre Europe (in ultimo qui), da accademici e gruppi pro-Europa. Infine, anche Emma Bonino e Marco De Andreis su Italia Futura hanno rilanciato il tema, proponendo, in sostanza, una “federazione leggera” basata sul trasferimento di poteri verso il centro (Bruxelles), cui sarebbe sufficiente una “cifra indicativa del 5% del PIL dell’Europa” per adempiere ai propri compiti. L’analisi di Bonino e De Andreis, per quanto molto interessante, ben documentata e dettagliata, presenta però un limite di fondo: presuppone che il processo di integrazione europea si fondi, pressoché esclusivamente, sull’incremento dell’integrazione economica e di bilancio, piuttosto che su di un processo di progressiva istituzionalizzazione dell’UE. In sostanza, è l’economia che fa l’Unione? Quanto asserito, direttamente o indirettamente, da Bonino e De Andreis è sicuramente vero: l’Europa deve essere in grado di tassare e di spendere. Ma un processo di devoluzione al “governo” di Bruxelles di poteri attualmente in capo agli Stati membri non può non essere accompagnato da un processo politico e legislativo di “democratizzazione” dell’Unione. Uso la parola “democratizzazione” tra virgolette in quanto non si può ovviamente affermare che l’UE o i suoi Stati membri non presentino caratteristiche democratiche (con la parziale eccezione dell’Ungheria), ma il termine è appropriato se si interpreta nel senso di garantire consenso politico ed elettorale al processo di integrazione europea in senso federalista, a cui, peraltro, avevamo già fatto riferimento qui su iMille oltre un anno fa.
Di conseguenza, la domanda che ci si deve porre è: come instillare un processo di progressiva federalizzazione europea che mantenga saldi i principi democratici che sono alla base dell’UE sin dai suoi primi trattati? In questo, può venire in aiuto il caso della Svizzera, un paese il cui assetto istituzionale, a metà tra il confederale e il federale, non ha eguali al mondo. La Svizzera come la conosciamo oggi nasce il 12 settembre 1848, dopo una breve guerra civile di stampo religioso di 27 giorni nota come Sonderbundskrieg, e con l’obiettivo proprio di porre fine agli scontri etnico-religiosi tra i diversi cantoni. In fondo, se ci pensiamo, si tratta dello stesso principio ispiratore della CECA (Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio), antenata dell’attuale UE, nata a fine seconda guerra mondiale al fine di evitare che Francia e Germania continuassero a guerreggiare con regolarità.
Tornando alla Svizzera, nel 1848 la confederazione si trasformò, de facto, trasferendo poteri e competenze politiche, fiscali e giuridiche al governo centrale. Senza addentrarci nei meandri dell’assetto istituzionale elvetico e dei modelli di democrazia semi-diretta che non sono oggetto di questo articolo, è ora importante ricordare che, oggigiorno, ognuno dei 26 cantoni svizzeri è dotato di propria costituzione, proprio governo, proprio parlamento, proprie leggi e propri tribunali. Tutti, ad ogni modo, devono essere compatibili con gli assetti confederali, ancorché i cantoni godano di ampia autonomia e libertà nella presa delle decisioni: il controllo dell’istruzione pubblica, ad esempio, è un affare cantonale, così come la tassazione dei redditi, che varia, anche enormemente, sul territorio. E il processo di “centralizzazione” e trasferimento di competenze dalla periferia al centro è avvenuto progressivamente, sempre basato sull’assenso cittadino via referendum. A ben pensarci, non è l’idea, semplicizzata e generica, che i federalisti europei propinano da oltre mezzo secolo? E, a ben pensarci, non ravvisiamo alcuni di questi elementi già nell’UE di oggi? Ovviamente sì, ma il punto è che un passo avanti verso il trasferimento di poteri dagli Stati membri a Bruxelles è ormai necessario, per evitare la sfaldatura, così come lo era nella Svizzera del 1848.
Tale trasferimento di poteri, tuttavia, non può che avvenire, come dicevamo sopra, nel marco dell’assenso cittadino e del rispetto dei principi delle costituzioni dei singoli paesi, così come per i cantoni elvetici. E qui sorge un grosso problema: perché se è pur vero che la costituzione italiana, via articolo 11, consentirebbe tale passaggio senza ostacoli di sorta, così non è per molti alti Stati dell’UE, in primis la Germania. Quello che infatti è il paese guida dell’Unione avanza, da ormai quasi 10 anni, con una costituzione interna “datata” rispetto all’avanzamento del processo di integrazione europea. Il Tribunale Costituzione di Karlsruhe lo ricorda ogniqualvolta impegnato a decidere sulla legittimità costituzionale degli accordi UE. Ma nessuno – ripeto, nessuno – dei leader tedeschi di maggioranza od opposizione si è mai fatto avanti per proporre un’innovazione legislativa che consenta alla Germania di diventare, a tutti gli effetti, il leader non solo economico di questa Europa, ma anche politico. Ma non l’ha fatto nessuno, ed è prevedibile che nella campagna elettorale che verrà il prossimo anno nessuno si spinga così il là. Perché, in fondo, è proprio la Germania ad avere più paura del federalismo europeo, ancorata su una solidità economica che, tuttavia, in questa epoca di competizione globale e di nuove potenze crescenti, non può esistere senza partner regionali forti, coesi e capaci di parlare al mondo con voce unica e rispettata.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




