Bangladesh: dove la globalizzazione non basta

di Clemente Pignatti.

Di aftab.

Quando il Bangladesh è diventato uno stato indipendente, correva l’anno 1971, era uno dei Paesi più poveri al mondo. Da allora parecchio progresso è stato fatto. La percentuale della popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita, la sicurezza alimentare è diventata una realtà in buona parte del Paese, i servizi pubblici (educazione, sanità, infrastrutture) si sono sviluppati in maniera lenta ma costante. Se non ai livelli delle tigri asiatiche, i tassi di crescita sono aumentati in maniera esponenziale, passando da una media del 3,2% negli anni ‘80 al 4,8% negli anni ‘90 e al 5,8% nei 2000 (Figura 1). Nel 2011 la crisi era già finita e l’economia è cresciuta del 6,7%, un tasso pari a quello dell’India e inferiore solo alla Cina.

Figura 1: Variazione annuale del PIL e del reddito nazionale lordo per capita (GNI)

Questi progressi sono avvenuti nel più semplice dei modi: trasformando un’economia agricola di natura sussistenziale in un’economia moderna. La rilevanza del commercio internazione è aumentata costantemente, anche grazie ad un forte processo di abbattimento delle barriere doganali durante gli anni ‘90, e le esportazioni di prodotti tradizionali (tè, iuta, cotoni) sono state soppiantate da una forte specializzazione nel settore tessile, dove si è potuto trarre vantaggio comparato dalla grande offerta di lavoro – il settimo stato più popoloso al mondo – a basso costo. In maniera speculare, la percentuale di PIL proveniente dal settore agricolo è diminuita in maniera costante e ormai la maggior parte della forza lavoro è impiegata nell’industria o nei servizi (Figura 2).

Figura 2: Cambiamento in variabili macroeconomiche selezionate

Il problema è però verificare quanto di questo progresso economico si sia trasformato in migliori condizioni di vita e di occupazione per la popolazione. Innanzi tutto, la povertà è ancora molto più pervasiva che negli altri Paesi della regione, anche di quelli che hanno avuto tassi di crescita inferiori al Bangladesh. Questo è vero sia se si guarda l’estensione della povertà – il 76% della popolazione vive con meno di 2 dollari – sia se si analizza la sua intensità – misurata in questo caso come la distanza media rispetto alla linea di povertà (poverty gap).

Figura 3: Poverty gap e percentuale della popolazione sotto 2$ 

Passando poi alla qualità dello sviluppo economico, si nota subito come la quasi totalità dell’attività economica sia di tipo informale. In particolare, in Bangladesh l’88% dell’occupazione è di tipo informale (Figura 4), un dato in costante crescita e superiore a quello di tutti i Paesi in via di sviluppo i cui dati sono disponibili. Questo vuol dire che la quasi totalità dei lavoratori non è protetta dalla legislazione del mercato del lavoro, non ha versamenti contributivi, sussidi di disoccupazione o diritto alla pensione e protezione in caso di malattia.

Figura 4: Percentuale della forza lavoro impiegata nell’economia informale

Inoltre, persistono ancora forti disparità tra uomini e donne nel mercato del lavoro. Una delle cause principali risiede nelle diverse opportunità di studio e formazione, con una probabilità di essere in educazione tre volte superiore per gli uomini che per le donne. Questo si trasforma in più bassi tassi di occupazione, più alta disoccupazione, impieghi più instabili, principalmente nel settore agricolo. Per quanto una differenza nella situazione occupazionale di uomini e donne sia in un certo senso aspettata e si registra anche in tutti gli altri Paesi della regione, l’intensità e le dinamiche riscontrate in Bangladesh sono peculiari. In particolare, la differenza tra tasso di occupazione maschile e femminile è del 56%, il tasso più alto del Sud Asia. In aggiunta, lo svantaggio relativo delle donne nel mercato del lavoro, invece di diminuire, come ci si sarebbe aspettati, è aumentato nell’ultimo decennio (Figura 5).

Figura 5: Rapporto tra uomini e donne nel mercato del lavoro

 

Infine, anche i giovani hanno solo parzialmente beneficiato dei vantaggi del recente sviluppo economico. In particolare, i problemi dei giovani nel mercato del lavoro possono essere legati all’inabilità dell’economia di creare buone opportunità di impiego per una forza lavoro sempre più qualificata. Infatti, malgrado più alti livelli di istruzione rispetto agli adulti, i giovani hanno tassi di occupazione più alti e tassi di occupazione più bassi degli adulti, con le divergenze in aumento durante gli ultimi anni. Inoltre, sono impiegati con maggiore frequenza nell’economia informale e in settori poco produttivi. Infine, il loro tasso di disoccupazione aumenta all’aumentare del livello di istruzione raggiunto, segnalando come investire nella propria formazione non paghi.

Figura 6:  Tasso di disoccupazione per livello di educazione (il livello di educazione aumenta da sinistra a destra)

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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