di Luca Franza.

Venerdì scorso quasi dieci milioni di angolani sono stati chiamati alle urne per rinnovare i seggi dell’Assemblea nazionale ed eleggere il Presidente della Repubblica. Un evento raro quasi quanto il passaggio di una cometa, se si considera che si trattava della prima consultazione dall’adozione della nuova Costituzione, della seconda dalla fine della guerra civile e della terza dall’indipendenza del Paese, risalente al 1975. In linea con la migliore tradizione africana, sarebbe stato possibile proclamare il vincitore prima dell’inizio degli scrutinî. Dopo essersi ripreso dalle sontuose celebrazioni per il suo settantesimo genetliaco, José Eduardo Dos Santos ha festeggiato coi commilitoni dell’MPLA la schiacciante vittoria elettorale (74%). Ribattezzato affettuosamente dalla stampa come ‘il presidente timido’ – in virtù della sua ritrosia a concedere interviste e a profondersi in lunghi eloqui – Dos Santos è secondo solo al collega della Guinea Equatoriale nell’infame classifica dei capi di Stato più longevi del continente. Viene da pensare che durante i suoi 33 anni di potere il Presidente si sia sforzato parecchio per vincere la propria introversione, dato che è riuscito a tenere sotto scacco l’opposizione prima militarmente e poi politicamente, instaurando un regime marcatamente repressivo. A dispetto delle ingenti risorse minerarie, il profilo dell’Angola rientra pienamente nei canoni del Paese sottosviluppato, autoritario e violento. Interessante già di per sé, una riflessione sul caso angolano stimolata dalle recenti elezioni permette aperture illuminanti su alcuni dei grandi temi delle relazioni internazionali, tra cui il rapporto tra crescita economica e democratizzazione, la proliferazione delle democrazie illiberali e la resource curse.
Sebbene le operazioni di voto si siano svolte in modo relativamente pacifico, il rischio di incidenti resta alto nelle settimane a venire. Per l’Angola sarebbe invece quanto mai fondamentale dimostrare al mondo di aver raggiunto un buon livello di maturità istituzionale al fine di continuare ad attrarre gli enormi investimenti esteri nel settore petrolifero. Exxon, Chevron, BP e Total – oltre alla potente compagnia nazionale Sonangol – detengono la maggior parte degli asset del settore, il che garantisce a Dos Santos il sostegno incondizionato dei leader occidentali. Con una produzione giornaliera di 1,8 milioni di barili, l’ex colonia portoghese è peraltro il primo fornitore di greggio della Cina (16%) e assorbe una quota di tutto rispetto dell’import statunitense (2,9%). La partnership strategica tra Luanda e Pechino è illustrativa della crescente importanza delle intese sud-sud. Oltre ad essere il principale partner commerciale cinese in Africa, l’Angola ha abbracciato in tutto e per tutto il modello di sviluppo del colosso asiatico. In cambio di oro nero, l’Angola ottiene dalla Cina massicci investimenti in infrastrutture, che, se da un lato hanno avuto contraccolpi positivi sull’industria locale, dall’altro hanno fatto sì che 300.000 lavoratori cinesi si riversassero nel Paese, sottraendo opportunità lavorative agli indigeni. Corteggiato dalle grandi potenze, Dos Santos è in una botte di ferro. La vis democratizzatrice dell’asse con Pechino è ovviamente nulla. Timorosi di perdere lucrose concessioni petrolifere, anche gli occidentali minimizzano le critiche alle violazioni dei diritti umani finché queste non oltrepassano una certa soglia di notorietà. Se l’ipocrisia insita nei double standard adottati dall’Occidente nei confronti dei regimi oppressivi del Terzo Mondo non è certo cosa nuova, è sempre più frequente che le elezioni vengano usate come strumento di legittimazione di tirannie business-friendly. L’Angola è dunque entrata nel novero delle cosiddette ‘democrazie illiberali’, locuzione coniata nel ’97 da Fareed Zakaria per descrivere il crescente divario registrato dalla fine della Guerra Fredda tra la diffusione della democrazia – intesa in senso stretto, come facoltà elettorale – e del costituzionalismo liberale. Nella fattispecie, la leadership di Dos Santos è uscita legittimata da elezioni effettivamente multipartitiche e tutto sommato autentiche, dato che il margine di consenso di cui gode l’MPLA avrebbe permesso una riconferma anche senza brogli. Purtroppo è difficile immaginare progressi significativi per quanto concerne il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti dell’uomo. Presumibilmente, le autorità continueranno a intimidire gli abitanti delle roccaforti dell’opposizione, i media a celebrare le gesta del presidente timido e il suo entourage a detenere le leve del potere economico e militare. In queste circostanze le elezioni vengono totalmente svuotate del loro significato. Cosa ancor più grave, esse rafforzano l’immagine dell’establishment e tolgono ai leader occidentali l’imbarazzo di stringere la mano a despoti sanguinari. Il mantra neocon della democrazia esportabile e dell’elevazione dell’elezione libera e giusta a supremo suggello di civiltà si scontra dunque con una realtà ben diversa.
Un altro dogma confutato dall’analisi del caso angolano è quello per cui la crescita economica sarebbe foriera di democrazia e libertà. L’Angola ha registrato un tasso di crescita decennale del Pil del 12%, che le ha permesso di diventare la terza economia subsahariana dopo Sudafrica e Nigeria. Il Paese, in pace da dieci anni, ha beneficiato di un ambizioso programma di ricostruzione nazionale realizzato grazie alle ingenti rendite petrolifere e ai finanziamenti cinesi. La pacificazione ha fatto sì che l’industria estrattiva (non solo petrolio ma anche rame, ferro, oro e gemme) potesse finalmente produrre a ritmi sostenuti. Sono stati inoltre avviati programmi di sminamento che hanno dato nuovo slancio all’agricoltura, imperniata sulle colture del cotone e del caffè. In questo breve lasso di tempo, l’aspettativa di vita media è inoltre passata dai 45 ai 51 anni. Nel 2011 ha fatto scalpore la dichiarazione di disponibilità da parte angolana a soccorrere finanziariamente la propria ex potenza metropolitana, duramente colpita dalla crisi dell’eurozona. Nel corso di quest’anno, una porzione significativa del patrimonio statale dismesso dal Portogallo è effettivamente passato in mani angolane. Il Pil pro capite a parità di potere d’acquisto sfiora oggi i 6.000 dollari, rispetto ai 400 della vicina Repubblica Democratica del Congo[1]. Eppure l’apertura ai mercati internazionali e la crescita rampante non sono state accompagnate né da riforme in senso liberale, né da un allentamento della repressione, bensì da un notevole deterioramento dei diritti umani – come denuncia Global Witness.
Parte della responsabilità è imputabile proprio alla natura della crescita dell’ultimo decennio, ossia l’iperdipendenza dalle rendite petrolifere. L’Angola rientra perfettamente nel paradigma del resource curse, secondo cui la ricchezza mineraria rischia non solo di non tradursi in ricchezza effettiva, ma anche di ritardare lo sviluppo di un’economia, atrofizzandone gli altri settori produttivi e favorendo atteggiamenti di malversazione e corruzione. In Angola i proventi petroliferi hanno rimpinguato le tasche di pochi e portato i prezzi alle stelle, mentre i due terzi della popolazione vivono ancora sotto la soglia di povertà, con meno di due dollari al giorno. Luanda è stata classificata da Mercer come la città più cara al mondo. Un articolo della BBC riporta l’irritazione di una madre expat che ha dovuto sborsare 360 dollari per la torta di compleanno Barbie della figlia, ma la cosa più sconcertante è che il prezzo degli ortaggi supera ampiamente i 10 dollari al chilo e l’affitto mensile di un piccolo appartamento in un quartiere residenziale si aggira sui 5.000 dollari. Un kalashnikov Ak-47, in compenso, costa solo 30 dollari. La situazione è aggravata da un tasso di disoccupazione al 26% e dall’ottavo tasso di mortalità infantile più alto al mondo (quasi un bambino su cinque non arriva al quinto anno d’età). Invece di far fronte a queste emergenze, il governo sta spendendo milioni di dollari per la realizzazione del mausoleo di Agostinho Neto, comandante storico dell’MPLA, e della città-modello di Kilamba, i cui lussuosi appartamenti sono rimasti quasi totalmente invenduti a causa dei prezzi proibitivi. Una ristretta cerchia di oligarchi vicini al Presidente – compresa la figlia Isabel, che ha un patrimonio stimato di 110 milioni di dollari – depreda la ricchezza petrolifera del Paese, e le diseguaglianze sociali si accentuano a vista d’occhio. La corruzione galoppante (Transparency International classifica l’Angola al 168° posto su 182) frustra qualsiasi sforzo redistributivo sporadicamente intrapreso da qualche agenzia governativa.
In questo contesto desolante, è possibile identificare una nota positiva nella recente tornata elettorale. Pur vincendo a mani basse, l’MPLA è in flessione di quasi dieci punti percentuali rispetto alle scorse elezioni (74%), principalmente a vantaggio dell’UNITA (18%). Lo stesso De Santos è stato obbligato dal crescente malcontento popolare a porre la questione della redistribuzione al centro dell’agenda politica, tanto da adottare lo slogan “Crescere di più, distribuire meglio”. Queste elezioni hanno inoltre visto il debutto di una formazione promettente guidata da Abel Chivukuvuku, fuoriuscito dall’UNITA, che raccoglie le istanze dei giovani. L’anno scorso, proprio i giovani si erano resi protagonisti di un movimento di protesta chiamato “32 è troppo” (alludendo agli anni di governo di Dos Santos), chiedendo aperture liberali, interventi sull’occupazione e maggiore trasparenza nella gestione del patrimonio petrolifero. La ‘primavera angolana’ è ancora lontana, ma forse la prima pietra è stata posata.
[1] IMF 2011.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



