di Filippo Zuliani.
Il caso Alcoa non è impossibile. Alcoa deve rimanere in Italia. L’unica soluzione è dare energia a basso costo. Queste sono forse le tre frasi più emblematiche che si possono leggere sui giornali sulla vicenda Alcoa, la prima delle quali pronunciata dal Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera. Alcoa, i sindacati e il governo stanno ancora ragionando sulle opzioni possibili per lo stabilimento di Portovesme, incluso il rallentamento della procedura di spegnimento dell’impianto.
Prima di entrare nel merito, inquadriamo il problema: produzione industriale di alluminio primario. Il processo di produzione dell’alluminio è complesso e qui verrà fornita solo una panoramica. Esso si svolge essenzialmente in due fasi. La prima fase è chimica: la bauxite viene frantumata e fatta reagire per eliminare gli ossidi indesiderati al fine di ottenere ossido di alluminio (allumina). La seconda fase è elettrolitica: l’alluminio puro viene separato dall’allumina per via elettrolica e indi ridotto a metallo fuso e colato in lingotti o solidificato in prodotti semi-finiti. L’alluminio prodotto in questo modo è chiamato alluminio primario, per la fabbricazione del quale è necessaria abbondante energia elettrica (15-20 MWh per tonnellata). La produzione di alluminio primario è un processo energy-intensive e il costo dell’energia influisce per il 35-40 per cento sul totale. L’alluminio prodotto dal riciclaggio dei rottami di alluminio (scrap) prende invece il nome di alluminio secondario.
Questa la teoria. La pratica dice che negli ultimi dieci anni, soprattutto dal 2009 in poi, la produzione mondiale di alluminio primario si è progressivamente concentrata in Cina.
Al netto del solito costo del lavoro, il fenomeno è dovuto al costo dell’energia. Il costo dell’energia elettrica in Cina, infatti, prodotto principalmente col carbone, è di circa 30 $/MWh. Lo stabilimento di Portovesme ha fin qui goduto di un corposo sconto speciale, che ha portato il costo dell’energia attorno ai 30 €/MWh tramite “aiuti di stato” che Bruxelles ha giudicato illegali e distorsivi per il mercato già nel 2005.
Come da documento pubblico della Commissione Europea datato 19 novembre 2009, le somme ricevute da Alcoa come rimborso dall’ente pubblico Cassa conguagli ammontano a circa 200 milioni di euro all’anno, tra il 2006 e il 2009. Ora, considerando che Alcoa Portovesme consuma circa 2.400 GWh di energia elettrica l’anno, si ha un contributo al costo dell’energia di circa circa 90 €/MWh, tramite rimborsi statali poco graditi a Bruxelles. Tuttava, se in Italia il costo dell’energia elettrica per utenze industriali quali Alcoa è appunto circa 120 €/MWh, bisogna notare che anche nella civilissima Germania non si scende sotto gli 85-90 €/MWh, ben oltre i costi pagati a Pechino.
È allora ovvio che, al netto del costo del lavoro, una tale disparità di costo dell’energia elettrica affonda l’industria europea dell’alluminio che non riesce a reggere la concorrenza cinese. La stessa tendenza si osserva più in piccolo, all’interno dei confini europei. Dopo il crollo dei mercati nel 2008 causato dal picco nel prezzo del petrolio, la produzione europea di alluminio primario si sta sostanzialmente spostando dall’Europa occidentale e quella orientale, Russia in testa, per motivazioni identiche.
Ora, la decisione di Alcoa di chiudere lo stabilimento di Portovesme non è nuova. Già diversi anni or sono la multinazionale americana decise di chiudere progressivamente gli stabilimenti occidentali per trasferire progressivamente la produzione in Asia, come scritto nei documeni pubblici di Alcoa stessa. Che l’impianto di Portovesme fosse destinato a chiudere era dunque noto da anni a governi e governanti, nazionali e locali. Oggi, 10 anni dopo la cessione dello stabilimento da Alumix ad Alcoa, oltre un miliardo e mezzo di euro è stato speso per tornare di fatto al punto di partenza. Spiace per i circa 500 lavoratori e le loro famiglie, ma stupisce che ci si affanni da più parti a difendere lo stabilimento senza una chiara direzione strategica industriale di lungo periodo. Finirà che a Portovesme verranno investiti altre centinaia di milioni a fondo perduto, con il probabile risultato di chiudere comunque lo stabilimento tra poco tempo, licenziando il personale. Fa specie leggere dichiarazioni perentorie quali “non bisogna chiudere” rilasciate da sindaci, sindacalati o assessori, brandite spesso a colpi di sussidi statali o sterilizzazioni di costi dell’energia, ma senza alcun accenno a operazioni di bonifica o alternative valide.
Avessimo investito quel miliardo e mezzo finito nelle casse di Alcoa in un piano industriale coerente di ricerca, innovazione e start-up, oggi la Sardegna avrebbe sicuramente molte piú opportunità da offrire sul mercato del lavoro che 500 posti in una azienda che non vuole nessuno.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Ottimo articolo.
Alla luce di ciò, fa rabbia e dispiacere l’intervento di ieri sera a Porta a Porta della Sen. Finocchiaro (PD), che ha sostenuto “sappiamo tutti che la crisi di ALCOA è unicamente dovuta al costo dell’energia: dobbiamo allora fornire ad ALCOA l’energia che le serve al prezzo giusto per mantenere i posti di lavoro”.
Al riguardo, molto più onesto Maurizio Belpietro, che ha detto ai lavoratori collegati in diretta video “sapete benissimo che dovete cercarci un altro lavoro”.
2.400.000 [MWh]×90 [€/MWh] = 216.000.000 [€]
Staremmo spendendo 216 milioni di euro all’anno per tenere in piedi 500 posti di lavoro? La spesa è eccessiva. Evidentemente ci sono altri scopi dietro ad una operazione simile; le persone sono poche, non spiegano la dimensione della faccenda. Sarei curioso di vedere quanti personaggi si sono arricchiti lucrando sugli aiuti di stato.
Probabilmente con la stessa cifra potremmo fare di meglio anche per questi lavoratori, giacché una fonderia non è proprio un asilo nido per chi ci lavora.
Triste ma molto convincente. Del resto i sardi cacciarono Soru che tentava di inventarsi un nuovo modello di sviluppo per la Sardegna….con tutti i limiti del caso, ma almeno avendo chiaro che gli asset possibili erano conoscenza e paesaggio.
Una domanda: fra 120 € e 30€ c’è davvero una bella differenza. Ma l’energia in Cina secondo te costa così poco perché è tutta carbone e il carbone costa pochissimo, oppure ci sono altri motivi (che so, il solito costo del lavoro, le centrali vicine alle industrie, boh….) Perché se è così moriremo tutti “carbonizzati” qualsiasi politica ambinetalistica ci inventiamo…
@Fausto,
200 milioni e’ il contributo dello stato, non la spesa netta.
@Corrado,
il costo dell’energia dipende da tante cose. Una e’ la materia prima che, come dici te per la Cina e’ il carbone. Poi ci sono le tasse, altissime in Italia, e via via tutto il resto, costo del capitale e costo del lavoro inclusi. Alcuni dicono che Pechino faccia dumping sul costo dell’energia in patria per vincere la concorrenza di mercato. Sui tuoi timori sulle emissioni, beh, sono anche i miei. Tuttavia la Cina sta preparandosi a lanciare ben sette piani sullo stile degli ETS europei per limitare le emissioni.
Anche l’Australia, uno dei più grandi produttori e consumatori di carbone, varerà un cap&trade ispirato all’ETS europeo ma per i prossimi 10 anni almeno ci terremo il nostro differenziale strutturale nel costo dell’energia.