Alcoa. Produrre alluminio in Italia

di Filippo Zuliani.

foto di Stefano Covre

Il caso Alcoa non è impossibile. Alcoa deve rimanere in Italia. L’unica soluzione è dare energia a basso costo. Queste sono forse le tre frasi più emblematiche che si possono leggere sui giornali sulla vicenda Alcoa, la prima delle quali pronunciata dal Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera. Alcoa, i sindacati e il governo stanno ancora ragionando sulle opzioni possibili per lo stabilimento di Portovesme, incluso il rallentamento della procedura di spegnimento dell’impianto.

Prima di entrare nel merito, inquadriamo il problema: produzione industriale di alluminio primario. Il processo di produzione dell’alluminio è complesso e qui verrà fornita solo una panoramica. Esso si svolge essenzialmente in due fasi. La prima fase è chimica: la bauxite viene frantumata e fatta reagire per eliminare gli ossidi indesiderati al fine di ottenere ossido di alluminio (allumina). La seconda fase è elettrolitica: l’alluminio puro viene separato dall’allumina per via elettrolica e indi ridotto a metallo fuso e colato in lingotti o solidificato in prodotti semi-finiti. L’alluminio prodotto in questo modo è chiamato alluminio primario, per la fabbricazione del quale è necessaria abbondante energia elettrica (15-20 MWh per tonnellata). La produzione di alluminio primario è un processo energy-intensive e il costo dell’energia influisce per il 35-40 per cento sul totale. L’alluminio prodotto dal riciclaggio dei rottami di alluminio (scrap) prende invece il nome di alluminio secondario.

Questa la teoria. La pratica dice che negli ultimi dieci anni, soprattutto dal 2009 in poi, la produzione mondiale di alluminio primario si è progressivamente concentrata in Cina.

 

Al netto del solito costo del lavoro, il fenomeno è dovuto al costo dell’energia. Il costo dell’energia elettrica in Cina, infatti, prodotto principalmente col carbone, è di circa 30 $/MWh. Lo stabilimento di Portovesme ha fin qui goduto di un corposo sconto speciale, che ha portato il costo dell’energia attorno ai 30 €/MWh tramite “aiuti di stato” che Bruxelles ha giudicato illegali e distorsivi per il mercato già nel 2005.

Come da documento pubblico della Commissione Europea datato 19 novembre 2009, le somme ricevute da Alcoa come rimborso dall’ente pubblico Cassa conguagli ammontano a circa 200 milioni di euro all’anno, tra il 2006 e il 2009. Ora, considerando che Alcoa Portovesme consuma circa 2.400 GWh di energia elettrica l’anno, si ha un contributo al costo dell’energia di circa circa 90 €/MWh, tramite rimborsi statali poco graditi a Bruxelles. Tuttava, se in Italia il costo dell’energia elettrica per utenze industriali quali Alcoa è appunto circa 120 €/MWh, bisogna notare che anche nella civilissima Germania non si scende sotto gli 85-90 €/MWh, ben oltre i costi pagati a Pechino.

È allora ovvio che, al netto del costo del lavoro, una tale disparità di costo dell’energia elettrica affonda l’industria europea dell’alluminio che non riesce a reggere la concorrenza cinese. La stessa tendenza si osserva più in piccolo, all’interno dei confini europei. Dopo il crollo dei mercati nel 2008 causato dal picco nel prezzo del petrolio, la produzione europea di alluminio primario si sta sostanzialmente spostando dall’Europa occidentale e quella orientale, Russia in testa, per motivazioni identiche. 

Ora, la decisione di Alcoa di chiudere lo stabilimento di Portovesme non è nuova. Già diversi anni or sono la multinazionale americana decise di chiudere progressivamente gli stabilimenti occidentali per trasferire progressivamente la produzione in Asia, come scritto nei documeni pubblici di Alcoa stessa. Che l’impianto di Portovesme fosse destinato a chiudere era dunque noto da anni a governi e governanti, nazionali e locali. Oggi, 10 anni dopo la cessione dello stabilimento da Alumix ad Alcoa, oltre un miliardo e mezzo di euro è stato speso per tornare di fatto al punto di partenza. Spiace per i circa 500 lavoratori e le loro famiglie, ma stupisce che ci si affanni da più parti a difendere lo stabilimento senza una chiara direzione strategica industriale di lungo periodo. Finirà che a Portovesme verranno investiti altre centinaia di milioni a fondo perduto, con il probabile risultato di chiudere comunque lo stabilimento tra poco tempo, licenziando il personale. Fa specie leggere dichiarazioni perentorie quali “non bisogna chiudere” rilasciate da sindaci, sindacalati o assessori, brandite spesso a colpi di sussidi statali o sterilizzazioni di costi dell’energia, ma senza alcun accenno a operazioni di bonifica o alternative valide.

Avessimo investito quel miliardo e mezzo finito nelle casse di Alcoa in un piano industriale coerente di ricerca, innovazione e start-up, oggi la Sardegna avrebbe sicuramente molte piú opportunità da offrire sul mercato del lavoro che 500 posti in una azienda che non vuole nessuno.iMille.org – Direttore Raoul Minetti