di Francesco Rocchi.

Insegnanti di G.M.Belli
In questi giorni si parla spesso del TFA (Tirocinio Formativo Attivo), corso abilitante all’insegnamento. Una parte del discorso pubblico si è appuntata sui costi piuttosto alti del tirocinio. Fino a 3.000 € sull’unghia non sono mica pochi, in effetti. Se si considera che allo stato attuale con l’abilitazione si rischia di non farci niente di niente, le lamentele sono giustificate.
Ma proviamo a vedere le cose in maniera leggermente diversa, immaginando per un secondo che l’Italia non sia il Paese bloccato che è. L’abilitazione è di fatto un titolo professionale di livello europeo, visto che tutti Paesi UE riconoscono reciprocamente le rispettive abilitazioni. Serve quindi a trovare lavoro in tempi relativamente rapidi (in teoria) e in un bacino d’utenza potenzialmente molto ampio (in realtà, anche se superabili, ci sono dei limiti, che andrebbero discussi a parte). Se la si vede in questa prospettiva, 3.000 € sono certo tanti, ma cominciano ad avere un senso: sono un investimento, soprattutto se come prestito a tasso agevolato o nullo da ripagare soltanto nel momento in cui si trova un reddito, come fanno in UK per le tasse universitarie. E se cominciamo a vederli in questo senso, è possibile che questi 3.000 € possano essere un bel volano per la scuola italiana. Spiego come, e se a qualcuno sembra che io sogni ad occhi aperti devo rispondere che sì, è un po’ vero, ma solo perché la pubblica istruzione è una foresta pietrificata.
Immaginiamo innanzitutto che i TFA, e relative rette, passino dalle università alle scuole. D’altronde, è nelle scuole che si fanno i tirocini, rispetto ai quali la parte accademica è solo un contorno. Non è fantascienza: in UK, e probabilmente anche altrove, già si può fare così. Quei 3.000 € alle scuole in questo momento possono fare molto, molto comodo: 5 tirocinanti e siamo a 15.000 euro secchi l’anno.
Ovviamente, se ogni scuola avesse 5 tirocinanti, saremmo sommersi di nuovi professori. Beh, tanto per cominciare, non ci sarebbe un vero bisogno di porre limiti d’ingresso: in primo luogo, perché con un prezzo tale nessuno si presenterebbe tanto per parcheggiarsi; poi perché, se uno vuole spendere 3.000 € per un titolo e metterlo sopra il caminetto, sono pure fatti suoi. Infine perché se poi liberalizziamo il mercato del lavoro, questo, con un minimo di attenzione, può autoregolarsi (su questo torno sotto).
Però un intervento perequativo dello Stato sarebbe comunque utile. Si può pensare ad un intervento “pesante” del ministero che autorizzi i tirocini soltanto nelle scuole che ne hanno più bisogno, determinando così un doppio vantaggio: la scuola incamera denaro, il tirocinante si confronta subito con realtà forti, la vita scolastica di quella scuola si giova subito di giovani ed entusiastiche braccia aggiuntive. In più quelle scuole in situazioni cosiddette difficili sarebbero ancor più invogliate, nonostante le difficoltà, a migliorarsi per raggiungere il livello di qualità necessario per essere “scuola TFA” (ovviamente tenendo conto del contesto). Una spirale virtuosa.
Un intervento statale più leggero potrebbe determinare una diversa tassazione delle rette del TFA. Immaginiamo che tutte le scuole possano accogliere liberamente tirocinanti, ma che lo stato si prenda il 20-30% della retta di scuole come il Liceo Mamiani. Ovviamente questo porterebbe il Mamiani a chiedere ben più di 3000 € e le altre scuole, quelle di frontiera, ne sarebbero avvantaggiate, risultando più appetibili. Anche in questo caso rimarrebbe comunque il controllo da parte del Ministero della soglia minima di qualità delle scuole che vogliono fare tirocinio (è un punto in ogni caso da approfondire: un controllo soffocante sarebbe un problema).
Aggiungo: se il contributo accademico-universitario diventasse soltanto complementare, o del tutto assente (sarebbe anche possibile senza troppi drammi, come nel caso inglese), le scuole periferiche, lontane dalle sedi universitarie, ne risulterebbero avvantaggiate. Questo per le scuole. Per i tirocinanti? Il TFA oggi permette di mettere piede nelle scuole, con un numero di ore anche ampio, ma, se lo schema del tirocinio sarà simile a quello della SSIS, si tratterà di avere a che fare soltanto con un professore tutor e con poche classi. Con un TFA gestito direttamente dalla scuola e in cui le lezioni accademiche sono solo un necessario complemento (o non ci sono del tutto), il tirocinante diventa membro effettivo della scuola: cadetto, ma effettivo, con una possibilità di intervento molto più profonda e meno rigida. Un candidato, nel corso di quell’anno, può arricchire il suo curriculum prendendo parte ai PON e alle attività della scuola a largo raggio, contribuendo con le sue idee (ad esempio, dandosi da fare con i casi di DSA).
Ovviamente tutto questo ha un senso soltanto se poi a valle il candidato non trova le graduatorie. Quelle ammazzano qualsiasi forma di pensiero indipendente e favoriscono l’attesa messianica del mitico posto statale purchessia. Un sistema del genere, che valorizzerebbe l’autonomia delle scuole come luoghi di cultura e dei tirocinanti come esseri pensanti e futuri docenti autorevoli, ha senso soltanto in un mercato del lavoro aperto: se dopo un tirocinio del genere il risultato è aspettare un SMS di convocazione per una supplenza e un ruolo a circa 15 anni di distanza (considerando un abilitato 26enne e l’età media dei nuovi docenti in ruolo a 41), anche 100 € di investimento sono troppi.
Non solo: se è vero che qualsiasi sistema aperto d’assunzione permette di selezionare personale entusiasta e capace meglio delle graduatorie (o di un concorsone nazionale), è vero anche che 3.000 € costituiscono una “dissuasione” ulteriore nei confronti di chi “non ci crede veramente”, e senza che questo abbia implicazioni classiste, se solo si attiva il sistema di prestiti cui si accennava prima.
Un sistema di assunzioni più aperto (uno qualsiasi dalla chiamata diretta -non necessariamente del Preside- al concorso per reti di scuole, a patto che non si tratti di reti a strascico) consentirebbe inoltre di valorizzare le esperienze maturate nel TFA, di portare sugli allori le scuole che, anche se si trovano, chessò, a Scampia, formano buoni docenti, usando nuove e più efficaci tecniche didattiche. Si creerebbe un vasto circuito di collaborazione, anche perché una scuola in Lombardia e una in Puglia non sarebbero in diretta concorrenza, e potrebbero cooperare molto fecondamente: si creerebbe una piattaforma di discussione didattica e pedagogica molto più pratica e coinvolgente di quella delle pur meritorie pubblicazioni specialistiche. Spenderemmo anche molto meno, perché un sistema del genere richiede meno burocrazia dell’attuale gestione.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



