Tempo di federalismo per la scuola?

di Emanuele Contu.

Di giuseppesavo

Nel giugno scorso è stata pubblicata una nuova bozza di accordo tra stato e regioni per l’attuazione del Titolo V della Costituzione in materia di istruzione: un atto all’apparenza molto tecnico, ma che avvia un processo che nei prossimi anni potrebbe cambiare il volto della scuola italiana più delle molte riforme e controriforme dell’ultimo decennio. Si tratta infatti della realizzazione di quella decentralizzazione dell’istruzione che è stata disegnata dalla riforma costituzionale del 2001, ma non è ancora giunta a compimento, tra battute d’arresto e ripartenze legate anche ai cambi di governo e di maggioranza. La riforma costituzionale del 2001 fu infatti messa da parte dai governi Berlusconi del quinquennio successivo, e solo a fine 2006, con il nuovo governo Prodi, si riprese il percorso avviato. Nel 2010, sotto la spinta di alcune sentenze della Corte Costituzionale, si arrivò alla definizione di una prima bozza di accordo Stato-Regioni per l’attuazione del federalismo in materia di istruzione, accordo in realtà mai portato a compimento anche per la caduta del quarto governo Berlusconi. La nuova bozza di accordo – realizzata sotto l’attenta regia della vicepresidente toscana Stella Targetti – fissa al 30 giugno 2013 il termine ultimo per la conclusione del percorso: starà quindi verosimilmente al prossimo esecutivo, e non all’attuale governo Monti, realizzare quel federalismo scolastico che attende di vedere la luce da oltre undici anni.

Questa prolungata situazione di stallo ha pesato parecchio sul funzionamento della scuola in Italia, mettendo le regioni nella posizione di chi deve fare da cinghia di trasmissione delle decisioni del Ministero dell’Istruzione, a sua volta pesantemente condizionato dal Ministero dell’Economia. Il peso di quest’ultimo, in particolare, è risultato evidente durante l’ultimo governo Berlusconi, quando a più riprese le scelte gestionali del ministro Gelmini sono apparse la pura applicazione dei diktat di Tremonti, ma anche col successivo governo Monti non sono mancati episodi in cui le decisioni del ministro Profumo sono state pesantemente condizionate dai vincoli del MEF. Il passaggio a una gestione federale della scuola italiana potrebbe restituire a ciascun attore un ruolo più adeguato: il ministero dell’Istruzione definirebbe il quadro generale entro il quale le regioni si muoverebbero con maggiore spazio di decisione, anche su temi fondamentali quali il dimensionamento e l’organizzazione della rete delle scuole sul territorio o la formazione e la selezione dei docenti. Sarebbe così meno diretta anche l’influenza del Ministro dell’Economia, che tornerebbe a svolgere un ruolo più circoscritto ai suoi compiti specifici di gestione e verifica delle risorse disponibili, lasciando all’autonomia responsabile delle singole regioni la decisione circa le modalità di utilizzo dei fondi erogati.

Ma quali sono i contenuti della bozza di accordo? I punti fondamentali sono tre. Il primo è l’accordo circa la definizione dei compiti rispettivi di Stato e regioni in materia di istruzione. Al governo nazionale spetterà esclusivamente la definizione delle norme generali, dei principi fondamentali e dei livelli essenziali delle prestazioni: in pratica, lo Stato stabilirà quali sono i punti fermi cui tutte le regioni dovranno adeguarsi (ad esempio il numero minimo di anni di scuola dell’obbligo e i servizi che devono essere assicurati a tutti gli studenti italiani, indipendentemente dalla regione di appartenenza), ma le regioni saranno libere di realizzare gli obiettivi comuni secondo impostazioni anche sensibilimente differenti.

Il secondo elemento chiave dell’accordo è il passaggio alle regioni di tutto il personale della scuola: non soltanto del personale degli uffici amministrativi (gli ex provveditorati), ma anche di dirigenti, insegnanti e collaboratori scolastici. Lo Stato, in pratica, cesserebbe di svolgere la funzione di datore di lavoro degli insegnanti, dando maggiore credibilità e corpo all’autonomia delle regioni in materia di istruzione: che forza può avere, altrimenti, un sistema scolastico regionale i cui dipendenti sono selezionati e assunti dallo stato centrale sulla base di criteri di pretesa uniformità che hanno mostrato abbondantemente la corda e che non si adattano efficacemente alle necessità del territorio e delle singole autonomie scolastiche?

Il terzo passaggio centrale della bozza di accordo riguarda la possibilità che le singole regioni, attraverso un accordo con il ministero, realizzino sperimentazioni su nuovi modelli organizzativi e forme di autonomia scolastica. Un punto importante che permetterebbe maggiore libertà di movimento a quei governi regionali che volessero tentare tempestivamente nuove strade, senza essere eccessivamente vincolate al livello nazionale e mettendo in circolo, eventualmente, buone pratiche che possano essere riprese da altri territori.

Una piena applicazione del Titolo V, con la definizione certa dei compiti del governo centrale e delle singole regioni in materia di istruzione, ridurrebbe le occasioni di conflitto tra centro e periferia, giovando notevolmente all’efficienza del sistema che proprio per i continui ricorsi su materie controverse finisce con l’intopparsi ben più del necessario. Basti per questo pensare a quanto accaduto negli ultimi mesi attorno alle due materie, molto delicate, cui si faceva già riferimento: dimensionamento scolastico e selezione degli insegnanti. Le norme in materia di dimensionamento scolastico, emanate nell’estate 2011 dal governo Berlusconi con chiari intenti contabili, sono state contestate con successo davanti alla Corte Costituzionale da alcune regioni che ritenevano non fosse prerogativa del governo nazionale definire i criteri su cui organizzare le autonomie scolastiche. Una decisione che ha messo in crisi amministrazioni comunali, province e regioni impegnate da oltre un anno a realizzare accorpamenti tra scuole spesso problematici e dolorosi, perché privi di una finalità didattica o di miglior funzionamento delle istituzioni scolastiche, sulla base di una legge ora non più valida ma già, nei fatti, efficace.

Sul fronte del reclutamento degli insegnanti, altro tema caldissimo, è di poche settimane fa la scelta del governo Monti di impugnare davanti alla suprema corte la decisione della Lombardia di avviare forme di reclutamento dei docenti annuali attraverso concorsi svolti a livello di istituto (qualcosa di molto simile alla chiamata diretta da parte dei dirigenti scolastici). Anche in questo caso una corretta attribuzione di competenze tra stato e regioni servirebbe a evitare continui rimpalli che certo non aiutano il lavoro delle scuole.

La bozza di accordo, in sostanza, è un passo importante ma tutt’altro che l’ultimo: superare lo stallo, come dimostrano le vicende dell’ultimo decennio, è molto difficile e si può sperare in un risultato positivo soltanto se le parti in gioco – governo nazionale e autonomie regionali – metteranno in campo una comune volontà di portare a casa il risultato.

Senza una chiara volontà politica, insomma, non sarà possibile realizzare alcun federalismo scolastico. È una volontà che deve esprimersi su due versanti, con eguale forza: le regioni, da un lato, dovranno impegnarsi a fondo per fare la loro parte, ad esempio iniziando a esercitare quei poteri che già la Corte costituzionale ha loro riconosciuto in materia di dimensionamento scolastico; dall’altro lato, il governo nazionale dovrà assicurare il pieno compimento del passaggio di poteri alle regioni, ritirandosi da quelle competenze di gestione e organizzazione che non spetteranno più al livello nazionale. Una prova non semplice e molto stimolante per chi si troverà al governo dopo le elezioni del 2013. Soprattutto se, come appare per ora più probabile, il timone del prossimo governo toccherà al Partito Democratico: starà al principale partito del centrosinistra dimostrare di non considerare la riforma costituzionale del 2001, realizzata proprio dai governi di centrosinistra, come un episodico cedimento alle istanze di una Lega allora rampante e a tratti persino corteggiata, ma come una scelta lungimirante da portare finalmente a compimento nel minor tempo possibile, anche per quanto riguarda il mondo della scuola.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti