di Elisa Martellucci.
Avevamo chiuso il precedente articolo con due domande: Come facciamo a capire se un innovazione sociale funziona davvero e sopratutto come facciamo a misurarne l’impatto?
È tradizionalmente il PIL lo strumento preferenziale per la misurazione della performance economica e del progresso sociale. È tuttavia evidente che questo singolo indicatore macroeconomico non può da solo essere sufficiente a spiegare le dimensioni del progresso di un paese. La crescente complessità delle società contemporanee rende infatti gli indicatori sociali e ambientali importanti tanto quanto quelli economici.
Nell’ambito dell’innovazione in senso generale esistono dati aggregati capaci di fornire una valutazione comparativa fra paesi e individuare così lo stato della ricerca e del livello di Innovazione. Secondo “Innovation Union Scorecard” ad esempio, l’italia è, non soprendentemente, inserita fra “gli innovatori moderati”, assieme a Grecia, Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria, Malta Polonia e Portogallo. I cosidetti “leader” sono invece Danimarca, Finlandia, Germania e Svezia.
EU Member States’ innovation performance
Fonte: Innovation Union Scorecard 2012
I tratti caratteristici dei “primi in classifica” sono determinati dal ruolo chiave delle collaborazioni pubblico/privato, dalla spesa in ricerca&sviluppo, e dagli investimenti nelle risorse umane e impresa. A livello mondiale capeggiano Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Per avere una visuale sul movimento di idee di un paese e sulla loro formalizzazione, un altro indice quantitativo è rappresentato dal numero di brevetti prodotti da quel paese.
Quando ci riferiamo però all’innovazione sociale, la questione diventa più complessa. Alcuni organismi internazionali come l’OCSE o la stessa Commissione Europea stanno cercando di definire modelli più ampi capaci di fotografare anche l’aspetto sociale dell’innovazione; ma la strada è ancora lunga, sopratutto perché gli sforzi sono maggiormente rivolti all’analisi dell’input piuttosto che dell’output (risorse spese piuttosto che verifica degli scopi raggiunti).
Il Poverty action lab, costituito da 70 professori del Massachusetts Institute of Technology rappresenta un interessante esempio di come testare e migliorare l’efficacia di programmi di sviluppo sociale.
Scorrendo il loro database costituito da 344 analisi costi-benefici, si scopre per esempio l’inefficacia di alcuni programmi di formazione realizzati su un gruppo di disoccupati danesi o la scarsa utilità di programmi di counseling attuati su un campione di disoccupati in Olanda.
Per quanto riguarda invece i programmi di sviluppo in paesi del terzo mondo rivolti alla promozione della partecipazione scolastica, la policy più incisiva risulta essere quella di informare le famiglie sull’eventuale aumento degli stipendi dei loro figli nel caso portino a compimento il loro percorso di studi. Finora infatti non ci sono prove che nei paesi in via di sviluppo le famiglie aumentino la loro domanda di istruzione solo sulla base dell’aumento della qualità delle scuole.
L’attività del Poverty action Lab e del social impact assesment in generale, per quanto rappresenti uno strumento potenzialmente valido, risulta essere però dispendioso e perciò non ancora diffusamente applicato.
Il fatto che manchino dati sulla portata della social innovation è da una parte sintomo del suo stadio ancora prematuro e dall’altro dovuto alla mancanza di cordinamento fra i diversi attori del settore (settore pubblico, privato e società civile). Allo stato attuale, i casi di innovazione sociale sono spesso più evidenti a livello locale piuttosto che come meccanismo istituzionale.
Finanziamenti ad hoc potrebbero accelerarne lo sviluppo, ma in tempi di crisi e austerità questo argomento non sembra purtroppo essere fra le priorità dei governi.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





