Roma. Lo sviluppo sostenibile aspetta la politica

di Estella Marino.

Roma, veduta del Circo Massimo di emilius da atlantide

Roma non brilla per le sue caratteristiche di città sostenibile, una metropoli caotica, inquinata dal troppo trasporto privato su gomma, arretrata nel sistema di gestione dei rifiuti, con delle difficoltà nella depurazione delle acque che si riflettono nell’inquinamento dei suoi fiumi e delle sue coste, con un patrimonio edilizio costruito per 2/3 tra gli anni ’60 e ’80, di scarsa qualità e pertanto energivoro. Tolti alcuni segnali positivi che riguardano la grande dotazione di verde (ma diffuso non in tutti i quartieri), il quadro non è certo roseo.

Le teorie sulla sostenibilità le conosciamo tutti, almeno tutti quelli che da anni si occupano di ambiente e sostenibilità – un termine usato, abusato, logorato, fino a farlo diventare inutile nei testi quanto poi assente nelle pratiche di governo della città (il prossimo termine da abusare e far scolorire sarà “smart cities”). E, senza nemmeno dover espatriare, anche in Italia ci sono tanti esempi virtuosi di comuni ed enti locali che hanno messo in pratica la trasformazione del modello di governance in chiave sostenibile: tale cambiamento di passo si rilegge negli usi diversi delle risorse, nelle trasformazioni fisiche e in quelle immateriali, nei diversi modi di gestire le reti (il traffico, la mobilità, la comunicazione), i servizi (i rifiuti, l’acqua, l’energia) e le relazioni, anche quelle umane.

Perché su Roma e in altre realtà è così difficile mettere in pratica tale cambiamento di approccio? Perché la sostenibilità (che ricordo, nella definizione originale, far perno su tre pilastri: sostenibilità economica, sociale e ambientale) fa rima con efficienza, rispetto delle regole, senso civico, lavoro, merito e competenze. E se non affrontiamo questi temi anche a Roma, nessuna pratica sostenibile sopravviverà alle logore pratiche quotidiane che poco hanno a che fare con quei concetti.

Non basta avere le idee giuste, per il governo di una metropoli; è necessario che anche il “corpo” che le fa atterrare sul territorio, che la macchina tecnica e amministrativa costituita nel nostro caso dal Comune sia in grado di praticarle, altrimenti rimarranno delle splendide idee, sulla carta. So che sembra una notazione di basso profilo, perché il corpo appare sempre meno nobile della testa, ma non è così: chi ha esperienza dentro la vita di un ente locale, o nella pubblica amministrazione, e ha onestà intellettuale per analizzare le cose che accadono non può non aver registrato la differenza abissale quando le risorse umane sono motivate, competenti, qualificate, nel raggiungere gli obiettivi, nel realizzare servizi e beni pubblici.

Una buona “testa politica” è condizione necessaria, ma non sufficiente al raggiungimento degli obiettivi. Su questo dobbiamo agire prima di tutto, basta con l’utilizzo degli enti locali e della pubblica amministrazione come ammortizzatore sociale implicito, in assenza di altro; l’unico risultato è quello di distruggere gli uffici e renderli incapaci di produrre alcunché, che siano beni o servizi – ricordiamo sempre – pubblici.

Fatta questa doverosa premessa, e una volta realizzata nella pratica quotidiana, si può dire che siamo a metà dell’opera, consistente nello spingersi verso una visione sostenibile della città. L’ambiente, la sostenibilità non sono inquadrabili in un settore, in un dipartimento, sono un approccio trasversale che richiede a tutti i settori di ripensare i propri processi. Non basta insomma il dipartimento ambiente che cura il verde o cerca di far realizzare qualche pista ciclabile. Tanti sono i processi da modificare, ma su Roma di prioritari ce ne sono sicuramente tre:

- il modello di sviluppo urbanistico della città: una riflessione seria va fatta sulla reale necessità di nuove case. Che ci sia un bisogno alloggiativo non risolto è evidente, ma mi permetto di mettere in forte dubbio che ci sia la necessità di costruire nuove case, visto l’invenduto e lo sfitto. Allora la questione forse non va vista in una ottica edilizia ma in parte attraverso strumenti economico/fiscali che rendano assolutamente sconveniente il possesso di un alloggio vuoto. Considerando invece un’ottica edilizia, la necessità di dare priorità ad azioni di trasformazione, riqualificazione, recupero e in parte densificazione laddove il tessuto e la dotazione di servizi (soprattutto di trasporto pubblico) lo consentano e lo rendano sostenibile. Quindi no ad ulteriore consumo di suolo, sì al recupero e alla trasformazione.

- la mobilità: è fondamentale, come ci diciamo da anni, spostare ingenti quantitativi di mobilità privata sul trasporto pubblico, un trasporto pubblico che funzioni, confortevole, a scala metropolitana, togliendo terreno e comodità all’automobile (anche se tutto ciò crea poco consenso, almeno all’inizio) e però investendo risorse su un servizio pubblico e su una mobilità alternativa che comprenda tutti i vettori messi in rete, compresa la bicicletta – mezzo che solo la crisi ha consentito di far passare dalla visione ludica all’uso quotidiano anche per gli spostamenti di lavoro. Una mobilità sostenibile significa lavorare sulla qualità e sulla quantità, sulla comodità e sull’intermodalità, sui nodi di scambio e sulla comunicazione (sapere quali sono i mezzi in arrivo, poter scegliere senza rimanere in balia di un bus che non si sa quando passa), sul confort e sulla sicurezza (perché ad oggi la maggioranza degli utilizzatori è donna) e sulla percezione sociale dell’uso del mezzo pubblico, perché, finché chi usa la macchina è “cool” e chi non la usa è uno “sfigato”, anche gli immaginari collettivi remeranno contro la trasformazione.

- i rifiuti: uno dei temi su cui la città paga uno scotto di arretratezza maggiore, il tema dei rifiuti, esploso tragicamente in questo ultimo anno, ci consente però – se affrontato con serietà e risorse – di permettere a Roma uno scatto di “sostenibilità” enorme. Dobbiamo crederci, e sappiamo che è possibile. È’ necessario superare il momento drammatico evitando l’emergenza, attraverso la messa a regime di tutti gli impianti funzionanti, ed è necessario poi avviarci verso la riconversione del sistema dei rifiuti in modo deciso e univoco, adottando un unico sistema di raccolta differenziata (da applicare in maniera flessibile alle diverse realtà urbane della città), mettendola in campo nei quartieri, facendo formazione e mettendo l’Azienda (AMA) nelle condizioni (con risorse e competenze) di gestire tale delicato compito. Non dimenticando però l’ultima parte della filiera del riciclo, gli impianti di riciclaggio della materia, ad oggi carenti nel Lazio. Di questo, di una riconversione del ciclo dei rifiuti, parla di fatto il “patto per Roma” del Ministro Clini, redatto col supporto del CONAI, che speriamo gli enti competenti sottoscriveranno velocemente.


iMille.org – Direttore Raoul Minetti