di Cristiana Alicata.
Forse Christian non lo sa, ma lui e molti altri oggi rappresentano una nuova tendenza culturale che riporta gli scrittori e i produttori di cultura al centro della scena politica, come attori dei volti delle città, scultori dell’anima del Paese. Per molto tempo non è stato così, come se gli anni di piombo e poi gli anni ’80 avessero chiuso quella produzione in contesti asettici, destinati ad atrofizzarsi religiosamente. In questi mesi è stato protagonista, insieme ad altri, di un tentativo ancora poco noto di raccogliere, a Roma, tutti i gruppi di scrittori intorno all’idea di “fare cultura diffusa”.
Christian Raimo è uno scrittore della mia generazione.
È del 1975, ha pubblicato “Latte”, “Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?”, “Magari no”, racconto inserito in “La qualità dell’aria”, tutti per Minimum Fax. E poi “Dopo Cristo”, Einaudi Stile Libero (scritto con Francesco Longo, Francesco Pacifico e Nicola Lagioia e firmato con il nome collettivo di Babette Factory), e “La solita storia di animali?”, Monte Università Parma Editori. Christian, come facevano gli scrittori di una volta, è anche traduttore e ha tradotto per Minimum Fax Bukowski e Wallace, due mostri sacri. Tradurre uno scrittore non è solo trovare parole italiane che sostituiscano parole straniere. Un bravo traduttore deve cogliere anche l’indefinibile resto: la scrittura. Di per sé la traduzione è una tendenza generosa perché deve raccontare la scrittura di un altro, senza mai riuscirci fino in fondo. Mi ha colpito di Christian il tentativo ossessivo – che condivido con lui – di dare un senso alla produzione culturale a Roma, un senso che sia percepibile, fruibile e quindi condivisibile e diffondibile.
Christian, anche la scrittura ha le sue cattedrali a Roma?
Diciamo che ha le sue chiesette. È strano che in una città dove negli ultimi anni è avvenuta un’ evidente crescita del settore editoriale, dove si è assistito all’emergere di decine di riviste indipendenti, di piccoli festival, non si sia deciso di rendere strutturale, continuo, organico diffuso, finanziato questo interesse per la letteratura. Non mancano le idee, non mancano le persone: mancano i soldi pubblici per nutrire tutto questo.
Parlami della Casa delle Letterature.
La casa delle Letterature è un’istituzione pensata da Maria Gaeta più di dieci anni fa e realizzata dall’amministrazione Rutelli. Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un punto di riferimento per questi fermenti romani. Nella realtà – in questi dodici anni – è stato un luogo come tanti dove fare presentazioni per un piccolo gruppo di persone. In realtà è tutto il sistema delle Case da ripensare, ma nel caso specifico ha influito la visione troppo “domestica” di Maria Ida Gaeta, che guida la Casa Delle Letterature da quando è nata. Quando a gennaio scorso abbiamo chiesto di incontrare Gaeta, le abbiamo proposto di cogestire quello spazio, di rendere trasparente la sua politica culturale. Lei ci ha detto in sostanza di no. Campicchierà ancora anni, forse.
Stanno succedendo delle cose secondo te lontane dalle traiettorie segnate dagli ultimi venti anni? Cose spontanee? E funzionano? E che futuro hanno?
A settembre ci sarà la prima edizione a Prenestina del Festival di Letteratura Popolare. Soltanto nell’ultimo anno sono nati il Festival della Parola Logos all’ExSnia Viscosa, l’esperienza di Piccoli Maestri, Tq (Trenta Quaranta, ndr). Roma è una città che funziona sulla spontaneità: ma questo può essere bello se poi c’è un sostegno pubblico. La giunta Alemanno si è distinta per la miopia assoluta in termini di progettazione culturale. Tempo fa avevo elencato in un post quello che si muove dal basso a Roma: riviste, associazioni, altro. Solo tra le cose che conosco io, venivano fuori quasi cinquanta sigle.
La notte dei senza fissa dimora organizzata da Girolamo Grammatico, la rivista Watt edita da Leonardo Luccone e Maurizio Ceccato, case editrici appena nate come 66thand2nd o L’Orma. Se un assessore alla Cultura avesse non dico un po’ di coraggio, ma un po’ di disciplina, saprebbe come far diventare Roma una città della letteratura. Del resto quanta gente c’è che lavora nel terziario cognitivo in questa città?
Fin dove arriva la scrittura a Roma, oppure dove si ferma, dov’ è che inciampa?
Parliamo di immaginario. Roma è stata colonizzata da un’idea pasoliniana della città, poi da un’idea morettiana, oggi da un’idea decataldiana. Roma è una città che mitizza alcuni stereotipi: fa fatica a disfarsi della sua rappresentazione cartolinesca, che sia l’impero o i vicoletti di Trastevere, e ingloba in questa cartolinizzazione ogni tentativo di descrizione. È una città narcisa.
Come sta la cultura di Roma? E, se sta male, perché sta male? Di chi è la colpa?
La colpa è (anche) di due amministrazioni (Rutelli e Veltroni) di centrosinistra e di una fecale amministrazione di centrodestra, l’attuale. Quello che si è fatto è stato sostanzialmente dividere in due la città: un centro vivibile e a pagamento, una periferia dove non esiste quasi nulla. Da una parte a Flaminio abbiamo l’Auditorium, dove tutto costa, dall’altra a Palmarola non abbiamo nemmeno un autobus che passi una volta all’ora la domenica. È un’idea di città a due velocità. Dall’altro, il grosso errore delle politiche culturali (anche a livello nazionale): quello di separare le politiche della cultura (avvicinandole a quelle sullo spettacolo e il turismo: per cui eventi, ecc…) da quelle sull’istruzione e la ricerca.
La politica può fare danno o guidare i processi, o in questo ambito gli diamo troppa importanza? Cosa chiederesti ad un sindaco?
Di leggere romanzi, saggi, studi. Di sapere di urbanistica, di storia della città, di antropologia. Di leggerli, non di scriverli (l’idea di Roma che c’è nei libri di Veltroni la dice molto lunga sulla sua esperienza di sindaco). Di essere un intellettuale. È impossibile governare una città metropolitana se non si ha una visione culturale e non solo amministrativa.
Oltre a desiderare un altro modo di diffondere la cultura sei stato animatore di un incontro sulla memoria al Valle, dove la “commemorazione” è stata presa a bastonate. Pensi che la nostra generazione abbia il giusto distacco per essere meno celebrante e più agente rispetto alla Memoria?
A Veltroni va dato il merito di aver fatto molto per le politiche della memoria. Se oggi la Resistenza non è un valore di nicchia a Roma, è anche merito suo che andava ai funerali di Bentivegna, mentre Alemanno lo tratta come un farabutto. La responsabilità di certa sinistra è di aver museificato quest’idea di memoria a scapito di una dialettica con il passato che si nutre anche di altro: la prospettiva storica, l’oblio attivo (per dirla con Ricouer), la rivisitazione dell’immaginario. Avere con il passato un rapporto laico comporta anche non esserne succubi però, e per questo ci vuole una maturità che molto spesso le generazioni precedenti nostalgiche o paternaliste non hanno avuto.
Qual è oggi il ruolo degli intellettuali rispetto alla politica?
Dico una cosa generica. Penso sia importante che ci siano molti intellettuali che facciano i cittadini. Penso che siano inutili se non dannosi gli intellettuali che fanno i politicanti. Ossia, di scrittori che pontificano ne abbiamo piene le palle. Di persone che hanno studiato e che si assumono la responsabilità di piccoli progetti per il territorio, che fanno formazione, che lavorano dal basso, ce n’è un gran bisogno.
Hai 37 anni. Raccontami Roma. Come è cambiata, come cambia. Come la vorresti.
È diventata una città difficile da vivere, perché insostenibilmente cara. Tutto costa molto per chi vuole viverla, e non solo transitare. L’altro giorno ho visto che avevano disegnato le strisce blu a Viale Tirreno. Ho pensato: non è possibile che si decida ancora di perimetrare a chi ha disponibilità economica una fascia sempre più grande della città. In questo senso vorrei una città con molti posti gratuiti e con una gestione partecipata della politica. È interessante come Zingaretti e ancora di più Medici (due dei candidati alle primarie del centro sinistra, ndr) non possano esimersi dal confrontarsi con queste realtà autorganizzate. Se c’è una cosa buona che ha fatto Alemanno è stata NON amministrare la città, facendo emergere la capacità di autoorganizzazione. Vorrei molti più spazi comuni e gratuiti.
Completerò il quadro della questione culturale a Roma con almeno altre due o tre interviste, cercando di cogliere anche altri aspetti non necessariamente legati alla scrittura. Anche se sono certa che quello che è accaduto per la scrittura sia accaduto per il cinema e per il teatro. Insomma, Christian conferma quello che in molti avevamo intuito già all’inizio del governo Alemanno e che forse ha causato la liquefazione quasi immediata della città: come se il governo Veltroni e quello Rutelli non l’avessero generosamente dotata di struttura dorsale. Come se tutto poggiasse non sulla città, ma su una struttura di cartapesta, subito saltata e che ha poi lasciato Roma in mano alle scorribande incompetenti della squadra di Alemanno. Una cosa è sicura: penetrare questa città, cambiarle i connotati culturali, è un’impresa difficile ed è una di quelle cose per cui ci vuole una politica sincera, libera e appassionata.
Qui puoi trovare i precedenti articoli della rubrica “Lezioni di impolitica a Roma”
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




