Olimpiadi trionfo dello statalismo? Più libero mercato ai Giochi

di Claudio Alberti.

By: dtcreations

I Giochi Olimpici di Londra sono finiti, e con loro tutta la passione e il calore degli italiani per gli sport minori che per i prossimi quattro anni andranno, come sempre, nel nostro mai sufficientemente pieno dimenticatoio collettivo. Scrivo ora sulle Olimpiadi per due ragioni, essenzialmente: primo, perché parlare di Olimpiadi mentre queste sono in corso è troppo facile e, secondo, perché è allo stesso tempo anche troppo difficile, se si vuole dire quello che sto per dire.

Quando il braciere olimpico era ancora acceso, lo stesso Beppe Grillo si è preso la sua dose di contestazioni per aver criticato l’organizzazione dei Giochi come “trionfo del nazionalismo” (polemica come al solito non certo originale, che anzi emerge ogni quattro anni ogni volta che l’ultimo tedoforo prende in mano la torcia). Quello che Grillo non dice (perché da quest’orecchio non sente di certo) è che le Olimpiadi sono, piuttosto, il triste trionfo dello statalismo. Basta leggere il bell’articolo di Lorenzo Gasparrini apparso su questo sito per averne un’idea: l’impostazione burocratica, centralista e statalista è chiara. C’è un unico e incontestabile Comitato Olimpico, ci sono delle uniche e irriproducibili Federazioni Nazionali per gli sport, e lo Stato, attraverso questi suoi strumenti, decide quali sportivi possano essere considerati professionisti e quali no. Il mercato è completamente chiuso.

Chiuso per abili imprenditori che magari saprebbero organizzare meglio qualche attività sportiva, con più sponsor e attenzione mediatica; chiuso per agenti intrepidi che magari saprebbero scoprire giovani talenti in giro per il Paese (cosa che le Federazioni oggi fanno molto, molto raramente); chiuso per allenatori che forse saprebbero allenare gli atleti meglio di quelli federali. Nessuno sa se la dirigenza del Coni è la migliore, perché questa non ha certo mai partecipato ad alcuna gara, non si è mai dovuta confrontare con qualche concorrente, e il Coni stesso non sa se l’atletica italiana, ad esempio, funziona al meglio, perché non esistono altre possibili federazioni a farle concorrenza. Le Olimpiadi sono i giochi dei monopoli, che persistono anche nei campi in cui non arrivano risultati decenti, o dove emergono scandali legati al doping o alla corruzione.

È uno statalismo monopolista e burocratico indifendibile sul piano dei risultati, oltretutto. Non basta certo nascondersi sotto l’ombrello un po’ rozzo del medagliere. Quest’ultimo considera uguale una medaglia d’oro conquistata da Bolt nei 100 metri piani a una conquistata dal signor nessuno nel badminton, o un oro del Dream team nel basket a quello di un ragazzotto nella bmx. Una scelta legittima, per carità, ma anche l’ultimo dei gonzi può capire che dove ci sono discipline che contano qualcosa in termini di budget e attenzione mediatica (dall’atletica al nuoto, passando per il tennis) l’Italia quasi sempre scompare dai Giochi. Nel frattempo, qualsiasi sport che non sia il calcio si arrabatta, nel nostro Paese, tra disattenzione generale, finanziamenti pubblici drammaticamente scarsi, strutture fatiscenti, pochi praticanti, allenatori raramente all’avanguardia, e inesistente copertura dei mezzi di comunicazione. Tanto basterebbe, in un Paese normale, per iniziare a ragionare su un modello diverso.

Allora, chiedo io, perché tra i tanti settori della nostra economia non provare a liberalizzare anche lo sport? Perché non fare in modo che le prossime Olimpiadi brasiliane mettano la parola fine allo statalismo monopolista e diventino invece i primi Giochi liberi della storia italiana? Si potrebbe cominciare, ad esempio, con una riforma facile facile, che dia al mercato il potere di decidere chi è un professionista, al posto del Coni. Si potrebbe continuare fissando una gara pubblica per trovare il migliore soggetto in grado di organizzare la prossima spedizione olimpica (il Coni o una buona cordata imprenditoriale, che sappia prendere il meglio delle esperienze legate allo sport italiano, scissa dalla politica e dai giochi di potere di chi da decenni detta legge nelle nostre attività sportive?). Si potrebbe liberalizzare il mercato delle federazioni, tanto per continuare (con tante mini-federazioni, legate a realtà imprenditoriali, località o università specifiche, che si contendono i migliori atleti a partire da quando sono in età scolare, li comprano e li vendono facendo girare più soldi possibili, e poi concorrono a formare le squadre olimpiche su basi meritocratiche ed economiche: vanno alle Olimpiadi quelli che fanno i migliori tempi/punteggi e quelli che possono garantire degli sponsor decenti). Si potrebbe, poi, smettere di caricare sui contribuenti le spese per il mantenimento di tanti pseudo-campioni (la Polizia non dovrebbe essere orgogliosa se un suo dipendente finto arriva decimo ad un’Olimpiade in una qualsiasi disciplina, ma dovrebbe piuttosto esserlo se un suo dipendente vero riesce a sventare una rapina).

Dei rischi di un possibile ritorno al nazionalismo che ha funestato l’Europa, solo perché una fiorettista dà una stoccata, possiamo anche disinteressarci, probabilmente. Io, e tanti miei connazionali, vogliamo continuare ad esultare ogni volta che un italiano vince una medaglia. Solo, ci piacerebbe farlo più spesso: con uno sport finalmente libero, che arrivi dove lo Stato ha fallito, potremmo pure essere accontentati.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Non ne capisco molto, ma a occhio mi spaventa un po’ un modello che, mi sembra, finirebbe per somigliare a quello del calcio il quale, onestamente, non è proprio da seguire.
    Però che Coni e federazioni siano baracconi politici e inefficienti è abbastanza evidente a tutti.

    Piuttosto, mi piacerebbe sapere come sono organizzati i comitati olimpici delle altre nazioni, che so, la mitica Giamaica, i solidi USA, gli inglesi che hanno appena fatto faville…. Forse copiare i loro modelli potrebbe essere una buona idea.

  2. pgc

    gia’. Chissa’ perche’ imparare (meno forte di “copiare”) dagli altri sembra sempre una parolaccia, Corrado.

    paolo

  3. Paola

    E’ doveroso sottolineare prima di pensare ad ogni genere di riforma, a parer mio, che il più grosso problema dello sport in Italia è semplicemente che non viene considerato come parte fondamentale della crescita della persona.Cosa significa?

    che nelle scuole le ore di attività motoria, la ginnastica di un tempo, sono state drasticamente diminuite negli anni, in tutte le fasce scolastiche.

    Sono ancora troppo spesso lasciate al caso, ovvero nella maggior parte delle classi della scuola materna ed elementare l’insegnante di educazione fisica è…l’insegnate di italiano, matematica ecc…che non è in grado di strutturare un programma adeguato e con proposte attuali. Giustamente aggiungo io, perché non è il suo lavoro!!

    Questo dovrebbe essere il lavoro del Laureato in Scienze Motorie / Diplomato ISEF, ma siccome questa professione non è adeguatamente riconosciuta, regolamentata e tutelata, ci ritroviamo a far crescere i nostri figli senza che sappiano fare una capovolta, saltare la corda, imparare uno sport che non sia il calcio: perché poi diciamocelo, a tirare un calcio al pallone son capaci tutti…

    C’è poi da aggiungere che la stragrande maggioranza degli allenatori che ci ritroviamo sui campi d’atletica, sulle panchine di basket o volley, ecc… non sono professionisti ma amatori, che dedicano il loro tempo libero all’insegnamento di uno sport. Con solo un minimo di bagaglio culturale se parliamo di pedagogia, psicologia, anatomia, fisiologia, per non parlare di biomeccanica del movimento e allenamento funzionale.

    Con questo voglio dire che oltre a parlare di atleti professionisti, bisogna iniziare a parlare di tecnici professionisti, preparatori atletici, educatori motori, e dare loro lo spazio che meritano all’interno della società, a cominciare anche dalle palestre che tanto sono in voga al momento, dove la maggior parte degli istruttori non sono…professionisti del movimento!!

    Una Laureata in Scienze Motorie

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