di Renzo Rubele.

Elezioni politiche 2008 di agenziami
In queste settimane il tema della elaborazione di una nuova legge elettorale si trova al centro della lotta politica italiana, in virtù della necessità di corrispondere alle diverse critiche formulate a quella attualmente in vigore – il c.d. Porcellum – da quasi tutte le forze politiche, e anche di dare seguito all’autorevole impulso istituzionale del Presidente della Repubblica.
Per chi può fare ricorso ad una memoria storica estesa oltre gli anni recenti, lo svolgimento di questa lotta e gli argomenti avanzati dai vari responsabili politici e dai principali commentatori dovrebbero apparire, a nostro personale giudizio, parecchio insoddisfacenti. Diciamo questo perché a molti tornerà in mente il fatto che, dopo un lungo periodo della storia della Repubblica scevro da disaccordi sostanziali sul sistema elettorale, vent’anni fa un periodo riformatore si dipanò – fra il 1991 e il 1994 – attraverso numerose iniziative, analisi e confronti anche aspri sulla materia. Personificata nella figura di Mario Segni, e segnata dai referendum popolari del 1991 e 1993 che realizzarono il passaggio strutturale da un sistema imperniato fondamentalmente sullo scrutinio di lista con ripartizione proporzionale dei seggi ad uno fondamentalmente maggioritario in collegi uninominali (e “correzione” proporzionale per una frazione del 25% dei seggi totali), l’azione riformatrice fu in effetti accompagnata da vivaci dibattiti e ampi coinvolgimenti popolari, al confronto dei quali l’attuale fase di schermaglia politica appare imperscrutabile al di là della cerchia ristretta degli addetti ai lavori e dei loro più fedeli seguaci.
Vi è certamente un motivo di ordine generale che può essere portato a giustificazione di questo stato di cose, e cioè la de-ideologizzazione di un capitolo di riforme che vent’anni fa sembrava così fondamentale per la “rigenerazione” complessiva del Paese, ma che, anche alla luce della storia, ha rivelato il proprio volto più corretto, e cioè – in particolare – l’impossibilità di farsi carico della soluzione di problemi istituzionali di altra natura, da affrontare attraverso ulteriori azioni e diversi comportamenti degli agenti politici. Molte persone hanno interiorizzato il fatto che non esiste un sistema elettorale “perfetto”, proposizione già a suo tempo formalmente enunciata ma assai poco trasposta in pratica, a causa delle feroci critiche portate verso questo o quel sistema e la sovrastima degli effetti positivi connessi a particolari scelte nella definizione della normativa sulla materia.
Per un altro verso, l’attuale dibattito ha perso per strada svariate circostanze relative a singoli temi e motivazioni che hanno determinano l’architettura del sistema elettorale nella sua attuale forma. Tanto per cominciare, sembra che sia passato in second’ordine il fatto che l’elaborazione del Porcellum venne decisa da Berlusconi negli ultimi mesi della legislatura 2001-2006 con l’unico intento di mitigare la sconfitta che si annunciava, sicura, alle successive elezione politiche. Se non si tiene conto di questo dato, non si inquadrano correttamente né si possono ben valutare le scelte e le soluzioni adottate.
Non vi erano state critiche particolari, da parte di forze politiche e cittadini, al sistema allora in vigore, il c.d. Mattarellum. Anzi, per quanto riguarda l’implementazione dei principali obiettivi emersi dalla fase riformatrice del ’92-’94, tale legge aveva funzionato egregiamente, garantendo la formazione di alleanze elettorali, l’affermazione di un sostanziale bipolarismo, l’abolizione delle preferenze ai singoli candidati. Fu solamente il pericolo intravisto da Berlusconi, e dallo schieramento di cui egli era a capo, di una forte amplificazione della futura sconfitta elettorale in termini di seggi parlamentari a convincerlo della necessità di cambiare del tutto il sistema. I sondaggi davano infatti uno scarto di circa l’8%, mediamente, a livello nazionale, fra la Casa delle Libertà e l’Unione (e comunque mai meno del 5%), e questo differenziale fra gli schieramenti, se trasposto nei singoli collegi, a cagione della natura “marginale” di un numero molto elevato di essi – se visti con l’occhio delle definizioni anglosassoni – avrebbe causato un grande swing di seggi con relativa disfatta delle truppe di centro-destra, solo di poco alleviata dall’esistenza della “quota proporzionale”. Era infatti noto che, per motivi politici di ordine generale che non discutiamo qui, il voto sul simbolo di coalizione di centro-sinistra nei collegi era globalmente superiore di un 2-3% alla somma di quello per i singoli partiti che la componevano, nella quota proporzionale; simmetricamente avveniva, invece, per il centro-destra. Tolti i collegi, la battaglia sui simboli di partito avrebbe agevolato, tanto per cominciare, il confronto complessivo. Se fosse stato per Berlusconi, inoltre, sarebbe stato reintrodotto anche il voto di preferenza – cosa che avrebbe ulteriormente avvantaggiato in media le liste di centro-destra di un altro 2-3% rispetto al centro-sinistra, sempre per motivi di ordine generale relativi alla concreta dinamica della lotta politica italiana, come si poteva dedurre dai dati storici a disposizione. In questo caso fu solo la forza politica residuale manifestata dai “custodi del voto referendario” del ’92-’93 che impedì questo ulteriore passo.
In definitiva, come si è cercato di ricordare, non erano operanti considerazioni particolarmente elevate dietro le scelte fatte nel corso della elaborazione del Porcellum, ma solo l’idea di sfruttare tutti gli spazi di agibilità politica per “salvare il salvabile” rispetto alla situazione contingente che si andava profilando per il centro-destra. E i fatti mostrarono che vi fu parecchia “ragione” in quelle decisioni.
Ora, il bagno di realismo rispetto al valore di parecchi “assiomi” che erano stati avanzati nel corso della fase riformatrice di vent’anni fa non deve far diventare la contesa sulla legge elettorale una mera lotta di potere, machiavellicamente combattuta (nel senso deteriore) dalle forze politiche per il proprio tornaconto. Sarebbe assai vantaggioso poter proporre dei nuovi referendum consultivi sui grandi orientamenti che dovrebbe esprimere la futura legge, in gestazione. Anche perché avvertiamo il pericolo che, qualunque scelta verrà fatta, essa possa essere così gonfia di tecnicismi e astuzie di comodo che l’esito non sarà quello sperato di riavvicinare il popolo alle istituzioni e alle proprie rappresentanze elettive, ma di produrre nuove delusioni e nuovo distacco delle masse dalla politica.
In mancanza di questa possibilità democratica, proviamo a fissare qualche punto concettuale che funga da linea-guida (o noterella, meglio) per questa fase finale di confronto delle idee:
a) Evitare di considerare la proposta dell’avversario una pozione malefica, e ricordare che in Europa sono in vigore i sistemi più vari e disparati. Gli esiti pratici e la funzionalità del metodo di voto sono sempre una combinazione di norme, situazioni di fatto e costumi di comportamento che si riferiscono ad una pluralità di aspetti delle rispettive società e dei sistemi politici nel loro complesso;
b) In una società politica come quella italiana, è inevitabile che l’elettore ricerchi innanzitutto la rappresentanza di idee, la vicinanza di orientamenti ideali: inutile cercare di negare o condizionare eccessivamente questo desiderio e questa ambizione con alchimie tecniche e tattiche; del resto, il fatto che da una tentata reductio in grandi partiti i primi a uscirne, negandola, siano stati i co-fondatori di quelle iniziative manifesta la resistenza a compressioni innaturali, inadeguate o scomode se gli stessi elettori-militanti le ritengono tali;
c) Se il Porcellum non andava bene perché gli eletti erano in definitiva dei “nominati”, ma le preferenze vanno male perché in Italia si pratica un volgare voto di scambio, non si creda che esistano tante altre alternative. A fare le scelte sono o i partiti o gli elettori, o una combinazione dei due: non è lo Spirito Santo;
d) Tempo fa pareva un assioma solido il dover dichiarare preventivamente la coalizione di cui si fa parte prima del voto, ora parrebbe che le alleanze vaste siano un male da evitare, perché mettono assieme forze diverse con obiettivi anche parecchio divergenti. Allora l’assioma non era ben fondato, si vede: ma cosa si andrà a raccontare alla gente?
Comunque sia, attendiamo. Pare che si debba aspettare che passi l’estate, e che solo fra ottobre e novembre sapremo come si voterà. Chissà che fine faranno le cosiddette “primarie” per il candidato premier, allora, e se avranno ancora un senso. Sempre che ce l’abbiano mai avuto.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti



