Le Olimpiadi dei precari

di Lorenzo Gasparrini.

Foto di emilius da atlantide

Il professionismo sportivo, in Italia, è regolato dalla legge 23 marzo 1981, n. 91, “Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”. L’articolo 2 dice che

“sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse,  con  l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.

A tutt’oggi, le Federazioni e il CONI hanno individuato sei categorie di sport professionistici: il calcio (serie A, B, C1 e C2 maschili), la pallacanestro (serie A1 e A2 maschili), il ciclismo (gare su strada e su pista approvate dalla Lega ciclismo), il motociclismo (velocità e motocross), la boxe (I, II, III, serie nelle 15 categorie di peso), il golf. Quindi la maggior parte degli atleti uomini che fanno parte della delegazione italiana alle Olimpiadi di Londra 2012, e la totalità delle atlete donne, non sono professionisti dello sport.

Legalmente, sono più o meno tutelati pubblicamente dal loro paese quanto me quando faccio calcetto o basket con gli amici in mezzo alla settimana. Dilettanti, precari, dite come volete. “Per assenza di regole, sia uomini che donne dilettanti non hanno diritto ad alcuna pensione, non hanno contratti collettivi, non hanno tfr e tutte le forme di tutela doverose per una lavoratrice o un lavoratore” [Luisa Rizzitelli]. Però, ecco, loro si sacrificano un po’ più di me, visto che sono alle Olimpiadi. E che magari riescono addirittura a conseguire delle medaglie, medaglie che poi per settimane saranno orgoglio nazionale, e per le quali gli atleti e le atlete medagliati saranno ricevuti dal Presidente della Repubblica, che si congratulerà con loro. Con dei precari eroi nazionali.

Altri rimarranno sconosciuti ai più. Solo un appassionato di basket si ricorda di Catarina Pollini, la più grande cestista italiana di sempre (anche campionessa WNBA), e della sua battaglia legale per farsi riconoscere lo status di professionista – per la quale fu squalificata. C’è voluto il Consiglio di Stato per farla finire decentemente, ma senza sostanziali modifiche alla normativa.

Inutile dire che tutto ciò avviene a dispetto di precise normative e raccomandazioni europee, le quali certo non ammettono una così palese discriminazione normativa tra lo sport maschile e quello femminile, che determina a sua volta una evidente disparità di compensi e retribuzioni – ovviamente il più delle volte comminati nelle forme di “rimborsi spese” o simili, dato che si parla di non professionisti.

Niente male presentarsi – ancora, dal 1981 – in queste condizioni a quelle che sono state definite “le olimpiadi delle donne”, dato che per la prima volta tutte le delegazioni hanno rappresentanti del genere maschile e di quello femminile. Le nostre ci vanno, ma non con la stessa qualifica dei (di alcuni) colleghi uomini. I quali, tra loro, hanno pure la spiacevole discriminante di non essere considerati tutti uguali tra loro, nei confronti dello sport. Chi nuota e chi fa scherma, chi tira con l’arco o al poligono – per esempio – in Italia non può essere un professionista dello sport, anche se ha medaglie olimpiche al collo.

La Carta Olimpica - articolo 3, comma 2 – prevede che “ogni forma di discriminazione verso un Paese o una persona, sia essa di natura razziale, religiosa, politica, di sesso o altro è incompatibile con l’appartenenza al Movimento Olimpico”. In Italia, dal 1981, di discrminazioni tra gli sportivi tesserati – sia uomini che donne – dalle federazioni nazionali affiliate al CONI ce ne sono almeno due. Piuttosto imbarazzante.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti