di Luigi De Andreis.

Acquedotto Claudio di padesig
Nel 1907, quando Ernesto Nathan, nato a Londra il 5 ottobre del 1845 da Sara Levi e Mayer Moses Nathan, si candidò alla guida del comune di Roma, non fece mistero di essere dal 1896 Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, oltre che ebreo e mazziniano. La sua candidatura era sostenuta dai partiti dell’Unione liberale popolare, il cosidetto “Blocco”, alleanza elettorale comprendente liberali, demo-costituzionali, repubblicani, radicali, socialisti e tutti insieme si caratterizzavano come anticonservatori e anticlericali.
Nathan vinse le elezioni del 1907 e divenne sindaco di Roma. L’elezione di Nathan interruppe una gestione in mano all’aristocrazia nera del Comune di Roma che era durata per 37 anni, dal 1870, anno della presa militare di Roma da parte dello stato italiano. Ricordiamo che nel 1907 aveva il diritto di voto circa il 7% della popolazione (su base nazionale), secondo la legge elettorale del 1882 voluta dal governo Depretis. In base a tale legge il suffragio restava riservato esclusivamente ai maschi che avevano compiuto il ventunesimo anno d’età e che avevano concluso il biennio di scuola elementare statale (più un limitato numero di altre persone ammesse al voto in base ad altri requisiti).
Le modifiche introdotte con tale sistema elettorale avevano cambiato significativamente la base elettorale, portandola dal 2%, di quando unico requisito era il possesso di un rendito minimo, al 7% della popolazione. Per completezza bisogna ricordare che nel 1907 i cattolici avevavo indicazioni dalla chiesa di astenersi dalla vita politica, la cosidetta non expedit (“Non expedit” è una disposizione della Santa Sede con la quale, per la prima volta nel 1868, il papa (Pio IX) dichiarò inaccettabile per i cattolici italiani partecipare alle elezioni politiche dello Stato italiano e, per estensione, alla vita politica italiana. Fu abrogato ufficialmente da Papa Benedetto XV nel 1919 cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Non_expedit). L’attività di Nathan come sindaco di Roma si concentra su diversi aspetti nel tentativo di attuare il suo ambizioso programma. Per la prima volta dalla presa militare di Roma e l’assunzione del ruolo di capitale d’Italia, si tenta di governare la gigantesca speculazione edilizia portata avanti dai proprietari terrieri.
Il meccanismo, analogo a quelli ancora in uso e che tante “ricchezze” ha creato e seguita a mantenere, consiste nell’ottenere la trasformazione in terreni edificabili dei terreni agricoli. Gran parte delle aree interessate alle nuove costruzioni a Roma in quegli anni erano in mano a pochissimi proprietari (55% delle aree in mano a otto propprietari terrieri), che fino all’elezione di Nathan avevano governato direttamente, o con loro uomini, il comune. Nel 1909 fu approvato dalla giunta Nathan il primo piano regolatore della città, un tentativo di programmarne la crescita avvenuta fino a quel momento con una serie di atti slegati. Durante il suo mandato il nuovo sindaco mostra estrema attenzione ai problemi della scuola, compresa quella della prima infanzia. Realizza circa 150 asili comunali e vara un vasto piano a sostegno della formazione professionale, il tutto in chiave assolutamente laica. La giunta Nathan eroga fondi alle scuole elementari per dotarle di refezione, di piccole biblioteche, di essenziali laboratori scientifici, di cinematografo. Il tutto in aperto contrasto con quello che avveniva in quel periodo storico a Roma, dove il sistema scolastico era in mano alle strutture cattoliche. Uno degli slogan della giunta Nathan era “Più scuole e meno chiese”.
“Sottrarre i pubblici servizi dal monopolio privato; renderli soggetti alla sorveglianza, alla revisione, all’approvazione del Consiglio… Preparare la via al più assoluto controllo che la cittadinanza deve acquisire su quei gelosi elementi primordiali di ogni civiltà urbana”. Così si era espresso Ernesto Nathan nel discorso programmatico del 2 dicembre 1907. Coerentemente con quanto detto, promosse la municipalizzazione del servizio tranviario e della produzione e distribuzione dell’energia elettrica con la creazione delle due società che, con tutti i cambiamenti di nome e di status giuridico avvenuti in circa un secolo di storia, ancora svolgono queste funzioni a Roma. La prima centrale elettrica di Roma, la centrale di Montemartini, fu voluta dalla giunta Nathan ed innaugurata dallo stesso sindaco nel 1912. Vennero realizzate grandi opere di interesse pubblico, come la centrale del latte, il mattatoio, i mercati e i magazzini generali.
Nathan trova parte delle risorse imponendo nuove tasse sulla rendita fondiaria: impone tasse sulle aree fabbricabili e procede agli espropri, applicando quanto il governo Giolitti aveva già stabilito a livello statale. Nathan aveva anche ottenuto, grazie a quello che va sotto il nome di seconda legge Giolitti (legge n°502, 11 luglio 1907), che la città di Roma elevasse la tassa sulle aree fabbricabili dall’1% al 3%. La giunta Nathan prevede che il valore di ogni area sia stabilito dallo stesso proprietario, che pagherà l’imposta su quanto dichiarato, e su questa base verrà risarcito in caso di esproprio da parte del Comune. Subisce pressioni ed intimidazioni di varia natura, ma, come ricorda in un suo intervento alla fine del mandato, “Hanno tentato di tutto ma una cosa non hanno mai osato: offrirmi denaro”. Resta famosa a Roma una frase che sembra pronunciata proprio dal sindaco Nathan in occasione della firma di un bilancio comunale. L’aneddoto narra che, quando al neoeletto sindaco venne sottoposto il bilancio del Comune per la firma, questi lo esaminò attentamente ma chiese spiegazioni riguardo alla voce “frattaglie per gatti”. Potremmo parlare, vista anche l’origine inglese di Nathan, di spendig review. Il funzionario che gli aveva portato il documento per la firma rispose che si trattava di soldi utilizzati per il mantenimento di una colonia felina che serviva a difendere dai topi i documenti custoditi negli uffici e negli archivi del Campidoglio. Nathan depennò la voce dal bilancio, adducendo la logica e rigorosa spiegazione che i gatti avrebbero dovuto sfamarsi con i roditori a cui dovevano dare la caccia, ed aggiungendo a margine la celebre frase “Non c’è trippa per gatti”.
Tra le tante cose realizzate dalla giunta Nathan nel 1909 venne creata l’AEM (Azienda Elettrica Municipale) di Roma, società municipale per l’illuminazione pubblica e privata. Nel 1937, in piena epoca fascista, il governatore di Roma le affida la costruzione e l’esercizio degli acquedotti e delle reti idriche di distribuzione. L’AEM viene trasformata in AGEA (Azienda Governatoriale Elettricità e Acque). Nel 1945 l’AGEA assume il nome ACEA (Azienda Comunale Elettricità e Acque). Nel 1964 l’Acea ha il controllo di tutta la rete idrica romana, essendo scaduta la concessione all’Acqua Pia Antica Marcia per la gestione dell’Acquedotto Marcio. Nel 1985 si completa la gestione del ciclo idrico con l’assunzione del servizio di depurazione. Nel 1989 la sigla è sempre Acea, ma da questa volta sta per Azienda Comunale Energia e Ambiente. Nel 1992 l’Acea si trasforma in Azienda Speciale e, dal 1º gennaio 1998, è una Società per Azioni (Acea S.p.A.) che, sotto la guida dell’Amministratore Delegato Ing. Paolo Cuccia, fa il suo ingresso alla Borsa di Milano il 16 luglio dell’anno successivo.
Nel 2001 l’Acea è il secondo gruppo nel settore dell’energia dopo l’Enel, avendo da esso acquistato il ramo di distribuzione di energia elettrica nell’area metropolitana di Roma. A poco meno di un secolo di distanza (1909, fondazione AEM, 1998 ACEA SpA e 1999 quotazione in borsa), con al governo della città la giunta comunale guidata da Francesco Rutelli, con il governo nazionale guidato da Romano Prodi (trasformazione in SpA) e dal governo di Massimo D’Alema (quotazione in borsa) la cittadinanza di Roma ha perso il controllo assoluto di un pubblico servizio (che intanto erano diventati due, elettricità ed acqua). Oggi, luglio 2012, il capitale sociale della ACEA, come risulta dal bilancio consolidato 2011, viene detenuto da quattro soggetti diversi:
Comune di Roma 51%; Mercato 22%; Gruppo Caltagirone 15%; Gruppo GDF Suez 12%
Inoltre l’Acea Holding partecipa con quote variabili tra il 100% e l’1% a 25 società italiane ed estere divise nei settori acqua, energia, ambiente, reti e servizi. Da un punto di vista economico nel 2011 la societa ha dichiarato ricavi netti consolidati pari a 3.583.000,00 euro, costi operativi consolidati pari a 2.880.500,00 euro, con un margine operativo lordo di 655.800 euro, che dopo accantonamenti e pagamento di imposte ha fornito un utile netto di 93.500 euro. Vanno tolti altri 7.600 euro da dare a terzi e rimangono 86.000 euro (pag 64 del bilancio consolidato ACEA 2011 scaricabile dal sito http://acea2011.message-asp.com/it/home-page).
Ovviamente tali cifre vanno moltiplicate per mille, in quanto l’indicazione sopra il grafico (euro migliaia) è errata e deve essere intesa come euro milioni. Sarà una svista, ma sbagliare i valori economici su un bilancio consolidato e reso pubblico mi sembra almeno un cattivo indicatore della gestione della società. I cittadini romani, che sono proprietari del 51%, hanno ricavato 43.860.000 euro dalla gestione ACEA, ossia circa 14 euro a cittadino. In questi giorni è in corso una discussione, anche con toni accesi e ricorsi legali, sulla proposta di delibera per la vendita del 21% della quota azionaria posseduta dal comune di Roma.
Oggi il valore di mercato delle azioni ACEA è di circa 4 euro per azione, dopo un picco di 16 euro raggiunto circa 5 anni fa e rispetto agli 8 euro in fase di prima collocazione. Alcuni ipotizzano che i due soci attualmente di minoranza, Gruppo Caltagirone e Gruppo GDF Suez, possano raggiungere una maggioranza nell’assemblea degli azionisti grazie ad alleanze con nuovi proprietari e di fatto escludere il Comune di Roma dalle scelte strategiche. Vendere, o come sostengono alcuni svendere, azioni ACEA ancora in possesso del comune perdendo di fatto il controllo e il potere di indirizzo della società, senza reinvestire in un progetto di pari o maggiore importanza i capitali così recuperati, mi sembra un grave errore.
La responsabilità politica di questo ulteriore tentativo di vendita è dell’attuale giunta e del sindaco Alemanno, ma abbiamo la certezza che con un eventuale cambio di maggioranza si trovi il modo di impedire la vendita dell’ACEA? La politica delle privatizzazioni ha molti seguaci anche nei partiti di sinistra, come dimostrano le azioni della giunta Rutelli, del governo Prodi e del governo D’Alema. Possibile che dobbiamo rimpiangere un sindaco di quasi 100 anni fa, massone, laico e anticlericale e che oggi le forze progressive e di sinistra non riescano a scrivere un programma almeno moderno e progressista quanto quello del sindaco Nathan, che curi più gli interessi di tutti i cittadini rispetto quelli della finanza e dell’imprenditoria romana (in ogni caso da tutelare) ed indicare un candidato per tentare di attuarlo?
È così difficile identificare un candidato e una coalizione in grado almeno di partecipare con speranza di vincere e non come l’ultima volta in cui ci si è suicidati politicamente proponendo, per equilibri interni al PD, poi comunque saltati, un candidato che ha straperso (come assolutamente prevedibile) e che se fosse stato eletto sindaco di Roma avrebbe messo in forte imbarazzo sia il PD sia i suoi alleati, ma in modo particolare gli elettori, con il cambio di schieramento prima e con lo scandalo dell’uso e della sottrazione dei fondi della margherita poi? È così difficile dire con chiarezza che non si ha nessuna intenzione di vendere parte della quota rimasta in mano al comune di ACEA, e che si darà indicazione alla società di concentrare interessi e investimenti a favore del territorio e della comunità di Roma?
Se deve diventare, o forse è già, una normale società di capitali, il cui unico obiettivo è la remunerazione più alta possibile del capitale investito dai soci, poniamoci il problema di perché il Comune di Roma ne fa parte. Anche la vecchia, e per ora non abolita, costituzione riconosce, articolo 43, la possibilità ad alcuni soggetti di gestire servizi pubblici essenziali (“A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”).
Forse, invece di vendere alcuni anni fa ad un importante gruppo privato italiano (gruppo Caltagirone) e ad un gruppo francese (Gruppo GDF Suez) quote dell’ACEA e dare ora la possibilità di comprare altre quote fino a raggiungere il controllo della ex azienda municipalizzata, si potrebbe ipotizzare un progetto politico di rilancio del ruolo del Comune e magari l’acquisto (o l’esproprio?) di quote sul mercato nell’idea di garantire servizio e utili per la collettività. I 7.050 dipendenti del gruppo ACEA, di cui 1.090 posizionati in sedi di lavoro all’estero, e la loro politica di gestione devono entrare nel dibattito politico per la stesura del programma di un candidato sindaco di Roma o no? Il comune vuole creare posti di lavoro nel suo territorio o la cosa è troppo politica per essere affrontata?
La cosidetta parentopoli all’ATAC ci dovrebbe ricordare che il potere politico ha capacità di fornire indicazioni pesanti e spesso condizionare le assunzioni nelle società direttamente o indirettamente controllate. L’ACEA, essendo una SpA, non è soggetta ai rigidi sistemi di selezione delle pubbliche amministrazioni e può e deve usare criteri diversi. Quali criteri da seguire in questo settore ha indicato agli organi di governo della ACEA il socio di maggioranza e come pensa di modificarli un canditato sindico espressione della sinistra? Come è possibile che grembiuli, squadre, compassi e tutti i riti e simboli massonici, per me incomprensibili e che al massimo mi suscitano simpatia come reperti storici di un’era passata, siano riusciti a produrre una cultura del buon governo della città superiore a quella prodotta della sinistra italiana?
Spero tanto di essere smentito e di trovare nel prossimo sindaco una donna o un uomo che possa riprendere alcune delle parole d’ordine del sindaco Nathan e che abbia la capacità di trasformare i programmi in azioni concrete e che a fine mandato possa seriamente dire “Hanno tentato di tutto ma una cosa non hanno mai osato: offrirmi denaro”.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




Buongiorno,
ho stipulato ad agosto 2011 un contratto di fornitura energia con ACEA (mercato maggior tutela) per uso privato. Ad oggi (16.12.2012!!) non ho ancora ricevuto la prima bolletta, inutili i contatti con call center… non sanno nulla. Inoltre non posso neanche cambiare gestore fino a quando non viene prodotta la prima bolletta. Mi sento praticamente “ostaggio” di ACEA e non so neanche quando si risolverà questa assurda situazione.
Ecco cos’è l’ACEA nel 2012
Carlo