di Francesco Molica.

Helsinki di go.goflo
Pare proprio che al cospetto dell’eurocrisi la Finlandia sia ormai in preda ad astratti furori. Nel corso delle scorse settimane dalle fila del governo di Helsinki è piovuta una nuova bordata di esternazioni alla meglio ambigue, se non apertamente stizzite, contro le ultimissime febbrili manovre per salvare i destini della moneta unica. E le tiepide smentite che ne sono seguite non hanno potuto dissipare l’impressione che all’ombra del circolo polare artico stia incubando l’idea luciferina di saltare dalla barca. O quanto meno di lasciarla affondare. Del resto, già a fine luglio il titolare alle finanze Jutta Urpilainen si era peritata di articolare a chiare lettere questo seducente retro-pensiero asseverando che il suo paese non “resterà dentro l’euro a tutti i costi”. Il tempo di dimenticare la bionda zazzera della ministra scandinava tra una granita e un bagno, ed ecco che il collega agli esteri, tal Erkki Tumioja, annuncia l’esistenza di un piano d’emergenza nazionale in caso di “rottura” (traduzione abominevole per break-up) della divisa comune.
La fronda finlandese, beninteso, non cammina da sola. Semmai incarna l’avanguardia più ribelle di un malessere geograficamente più esteso che serpeggia da un pezzo in buona parte delle economie del nord, vedendole sempre più riluttanti ad aprire i cordoni della borsa o autorizzare la Banca Centrale Europea a soccorrere i malconci cugini meridionali. E tuttavia, come annota secco l’Economist, i malumori del paese nordico si stanno speditamente tramutando “in un grande problema”. In una parola: nella minaccia più prossima e insidiosa che l’eurozona dovrà fronteggiare nell’immediato futuro.
Il perché non si spiega per intero né con gli intrecci e i calcoli della politica nazionale, e men che meno in chiave squisitamente economica. L’ammutinamento finlandese attinge ad una radice più intima: per così dire antropologica. La medesima esplorata in maniera magistrale dai romanzi del premio Nobel per la letteratura Arto Paasilinna. Il quale, a proposito dei suoi compatrioti, scrive che “il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l’introversione, una sconfinata apatia. [...] Ma i finlandesi sono al tempo stesso un popolo combattivo. Non cedono mai. Si ribellano ad ogni occasione contro il tiranno”. Bruxelles è avvisata. Proprio nell’impenetrabile freddezza e nell’indole battagliera che caratterizzano lo spirito del popolo scandinavo pare celarsi l’ultima bomba ad orologeria lanciata contro la già claudicante solidarietà comunitaria.
Non che le contingenze politiche non abbiano il loro peso specifico. A Helsinki governa una coalizione di ubbidienza conservatrice e di fede moderatamente europeista, per altro puntellata su una infrangibile maggioranza di 124 deputati sui 200 che siedono nel parlamento nazionale. Ma alla sua destra continua a dimenarsi l’ingombrante ombra di Timo Soini e dei suoi “Veri Finlandesi”, l’ennesimo rigurgito antipolitico in salsa nordeuropea. Le cui credenziali nazionaliste e ferocemente euroscettiche poco più di un anno fa hanno sedotto un elettore su cinque, paracadutandolo sugli scranni dell’assemblea con i galloni di principale partito d’opposizione. Un exploit che giocoforza ha obbligato l’esecutivo ad inasprire i toni sulla partita dell’euro per arginare in qualche modo la mareggiata populista.
Soini, insomma, mette paura. Ma non quanto le potenziali ricadute economiche di un ulteriore avvitamento della crisi. A prima vista la Finlandia veleggia su acque placide: della manciata di paesi europei a tripla-A sino ad oggi graziati dagli aguzzini delle agenzie di rating, è inoltre l’unica ad aver conservato un outlook positivo. Le finanze pubbliche sorridono rinfrancate da un debito pubblico stabile al 50% del PIL e, meglio ancora, un deficit di bilancio che quest’anno non arriverà a sfondare la soglia da sogno dell’1%. La disoccupazione scende e, mentre gli alisei della recessione spirano su buona parte del Vecchio Continente, le proiezioni di crescita per il 2012 segnano un “invidiabile” 1%. Tutti valori che, già di per sé, giustificherebbero gli ardori del paese scandinavo, o più precisamente l’intenzione a malapena dissimulata di sbattere la porta prima di essere sfiorati da un ipotetico contagio proveniente dal Sud. Cosa che, ad un’ispezione più attenta, sta già accadendo. Zavorrata dalle sofferenze dell’euro, quanto da una dinamica demografica in bolletta e dalle malinconie del gigante Nokia, l’economia finlandese intravvede all’orizzonte i lampi della stagnazione o comunque di livelli di crescita anemici. Una prospettiva che amplificherà il nervosismo dell’opinione pubblica e, di rimando, l’ostilità dei politici ad ogni richiesta aggiuntiva di partecipare a piani di aiuto e prestiti recapitata da Bruxelles. Sebbene la quota di Helsinki al piatto dei vari fondi di salvataggio si aggiri attorno ad un risibile 1,8%.
Certo il caso Finlandia potrebbe ancora sgonfiarsi. In definitiva, l’opinione pubblica è ancora in maggioranza favorevole a restare nella moneta unica. E va detto che, dalle elezioni olandesi alla attesa sentenza della Corte tedesca sulla legittimità costituzionale del MES, la pausa estiva sembra aver acceso nuovi (e di certo indesiderati) focolai in seno all’eurozona. Non resta che aspettare pazientemente il prossimo Consiglio di ottobre per capire quali saranno le mosse dei finlandesi. Nella speranza che su quel senso di apatia e di pugnace ostinazione segnalato da Paasilinna prevalgano infine il buon senso e la lungimiranza.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




Qualche tempo fa lessi (purtroppo non mi sono segnato gli estremi dell’articolo) che la Finlandia sta prosperando grazie a una bolla immobiliare simile a quelle degli USA e della Spagna, solo non ancora scoppiata… cioè che in pratica, con questo atteggiamento antisolidarista nei confronti dei paesi attualmente in crisi, si sta scavando la fossa da sola.
Mah, vedremo.
Saluti,
Mauro.