La crisi siriana, il Libano e il rischio “implosione”

di Aldo Liga.

Di druidabruxux

Negli ultimi mesi uno dei principali fronti dell’internazionalizzazione della crisi siriana è stato il Libano. Le manifestazioni cominciate nel marzo 2011 e gradualmente trasformatesi in guerra civile, esasperando le faide interconfessionali, si sono presto riflesse nel delicato mosaico libanese. Il paese dei cedri conta infatti diciotto differenti confessioni: il 59,7% della popolazione è costituita da musulmani (principalmente sunniti, sciiti, druzi, alawiti) mentre il 39% da cristiani (in larga parte maroniti, greco-ortodossi, armeni). Tali cifre sono fornite dalla CIA: in Libano, infatti, dal 1932 non si svolgono più censimenti per non urtare la fragile architettura del paese, che, basandosi sulle proiezioni demografiche degli anni ’40, assegna ad un maronita la poltrona di Presidente della Repubblica, ad un esponente sunnita quella di Primo ministro e ad un esponente sciita il ruolo di Presidente dell’Assemblea nazionale (Patto Nazionale, non scritto, del 1943 e Accordi di Taif, 1989).

Oltre agli scontri diretti fra filo-Assad e sostenitori degli insorti, fra 50.000 e 100.000 profughi siriani si sono rifugiati in Libano dall’inizio delle rivolte. A Beirut la storia ha già mostrato gli effetti destabilizzanti delle migrazioni di massa  (l’arrivo di migliaia di palestinesi a seguito del settembre nero è stata una delle cause dello scoppio della guerra civile che ha insanguinato il paese dal 1975 al 1990).

Ma è proprio da questo quadro che si possono trarre stimolanti considerazioni su nuovi strumenti in grado di promuovere integrazione. Appare chiaro infatti come certe misure inerenti lo statuto personale possano costituire una base per il consolidamento dell’appartenenza nazionale, specialmente in un momento di acuto rischio implosione. Tali misure, relative appunto alla sfera dei diritti personali, riguarderebbero la parificazione dei diritti delle donne, l’unificazione della legislazione che disciplina il divorzio e la successione, l’istituzione del matrimonio civile, la regolazione delle adozioni e dell’affidamento dei figli. Infatti fino ad oggi tutto ciò che riguarda il diritto della persona è sottomesso a una legislazione confessionale. Le diciotto comunità religiose riconosciute hanno quindi ognuna il suo diritto e i suoi tribunali in materia. Abolendo queste distinzioni, che creano profonde discriminazioni e differenze fra cittadini della stessa nazione, si potrebbe incidere sulla stabilità del paese. Con tali strumenti, la legislazione libanese assumerebbe una chiara funzione di orientamento culturale. Bisogna ammettere che ancora non è chiaro in che misura tali iniziative troverebbero un completo appoggio della popolazione. Nonostante le sempre più forti e frequenti iniziative, sembra in effetti che tali istanze siano comunque maggiormente rappresentative delle fasce della popolazione più progressiste, colte e istruite.

Negli ultimi anni le manifestazioni per la parità dei diritti si sono susseguite in Libano, sovrapponendosi temporalmente a quelle della cosidetta “primavera araba”. Dal 2010 il movimento “Laïque Pride” si batte per uno stato secolarizzato, laico e civile, per la giustizia sociale, per i diritti delle donne, frustrati in ogni minoranza. Grazie alla riforma voluta dall’ex Ministro degli interni Ziyad Baroud, dal 2009 i documenti personali e il registro dello stato civile non riportano più l’appartenenza religiosa.

Un progetto di legge per uno statuto personale civile è stato presentato al Parlamento dalla Ong CHAML nel 2011, ma non ha ancora oggi trovato espressione legislativa. L’ostruzionismo all’interno del Parlamento è infatti molto forte.

La maggioranza delle manifestazioni ha avuto per oggetto l’istituzione del matrimonio civile, sia facoltativo che obbligatorio. Il matrimonio civile non esiste in Libano: tutte le coppie interconfessionali che vogliono quindi sposarsi sono obbligate a recarsi a Cipro, in Turchia o in Grecia. Secondo il decreto 60/1936 tali matrimoni contratti all’estero sono riconosciuti dalle autorità libanesi e nel caso di dispute il giudice è tenuto a far rispettare la legge matrimoniale del luogo ove si è svolto il matrimonio. Nel 1998 Elias Hraoui, all’epoca Presidente della Repubblica, cercò di fare approvare una legge in tal senso, ma il tentativo naufragò a causa delle forti opposizioni, anche perché, come sostenuto da Carole Hakim dell’Università del Minnesota, “la situazione attuale dà ai religiosi fonti di reddito straordinarie che non sono disposti a lasciarsi sfuggire” (Libération, 21 aprile 1998).

In conclusione, nonostante le fortissime resistenze, l’introduzione di alcuni principi di laicizzazione è forse l’unica strada in grado di aumentare la stabilità di un paese da sempre in balia delle spinte e delle tensioni provenienti dagli stati vicini.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti