di Ivan Scalfarotto.

Politecnico Milano di lukedicken
Il Politecnico di Milano ha stabilito che tutti i suoi corsi del biennio magistrale saranno tenuti, dal 2014, in lingua inglese. Una scelta di buon senso, trattandosi di lauree tecniche e non di istruzione di base. Chiunque voglia occuparsi di ingegneria o di architettura al massimo livello di istruzione in questo secolo, infatti, o saprà farlo anche in inglese oppure è meglio che lasci perdere. Inoltre, in questo modo è possibile pensare di attrarre al politecnico milanese anche degli studenti stranieri, a cui certo non si può chiedere di imparare l’italiano per poi occuparsi non di lirica o di moda ma di ingegneria.
La cosa incredibile è che invece di plaudire alla saggia iniziativa del Rettore, il Professor Giovanni Azzone, ben 300 docenti si sono schierati contro la decisione. E ora, evidentemente inconsapevoli della comicità del fatto, hanno addirittura fatto un ricorso al TAR brandendo la pretesa incostituzionalità della decisione (si tratterebbe nientemeno che di una minaccia per la libertà di insegnamento!) e, udite udite, un Regio Decreto del 1933 che impone l’uso dell’italiano come lingua ufficiale per l’insegnamento. Utilizzare una norma di epoca fascista risalente a ottanta anni fa per tentare di arginare il futuro: sarebbe bastata questa piccola osservazione per comprendere l’assurdità del tutto. Quanto è difficile fare cose normali in Italia.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




Ma quale buon senso?
Il buon senso sarebbe avere una parte di insegnamenti in inglese e una parte in italiano, il Politecnico è già all’avanguardia in questo campo.
E infatti Ivan hai usato la parola “anche” nel tuo articolo. Peccato che Giovanni Azzone voglia usare la parola “tutti”. Ha previsto cioè che tutti i corsi della laurea magistrale si debbano tenere in inglese e allora non sono d’accordo.
Questa cosa del Politecnico, che conosco bene perchè ci lavoro, dovrebbe aiutarci a far venire qualche studente in più Italia. Quindi il Poli decide di svendere la nostra cultura millenaria per vedere se riusciamo a far venire qualche centinaio di studenti in più. Perchè non so se è chiaro ma questa cosa è una dichiarazione di fallimento della cultura italiana.
E la cosa più grave è che una delle migliori università italiane lo stia facendo sulla pelle del paese. In pratica per salire un po’ nelle classifiche degli atenei (potrei dire per sembrare più fica), decide che il paese che la ospita non è più importante. Sarebbe forse meglio dichiarare che il paese è fallito e trasferire direttamente il Politecnico che so io in California a Londra, come si fa con le squadre professionistiche USA.
Intanto succede che i francesi aprono università tecniche a Pechino. In francese ovviamente.
Qui un mio commento dell’epoca: http://www.lettera43.it/attualita/universita-in-inglese-il-sacrificio-della-nostra-cultura_4367547661.htm
Bravo Ivan. Ne ho parlato qualche mese fa qui: http://emanuelecontu.wordpress.com/2012/04/26/295/
Sinigagl, scommetto che il problema sia piu’ la scarsa padronanza della lingua di certi docenti piuttosto che la difesa della nostra cultura.
A parte la correttezza della decisione, in ogni caso, mi fa rabbrividere questo approccio italiano di chiamare sempre in causa i giudici, dato che col nostro ordinamento barocco qualche appiglio contro i cambiamenti si trova sempre.
Mah, io sono un fisico (quindi non un umanista) e sono Europeo, ma non ritengo che l’insegnamento in lingua inglese – che peraltro sarà inevitabilmente piuttosto maccheronico – sia la Nuova Frontiera del Progresso, per cui gli oppositori vadano bollati come retrogradi.
Comunque ci tengo a sottolineare che non si tratta di una Politica Europea, che è invece ispirata al multilinguismo – così come al multilinguismo è sempre stato ispirato anche il Programma ERASMUS.
Colgo anche l’occasione per rammentare che il R.D. del 1933 è in effetti il Testo Unico che raccoglieva tutte le norme legislative sull’istruzione superiore. Come tutti sanno, i “Testi Unici” vengono prodotti al fine di razionalizzare i vari testi vigenti su una certa materia, secondo l’opportunità che si manifesta a cadenza periodica. Quindi il Fascismo c’entra poco o nulla: quel R.D. è in effetti il Testo Unico ancora in vigore, benchè emendato numerosissime volte da altre leggi, che poi hanno soppiantato quasi tutto l’impianto normativo di quel tempo. Tuttavia il continuo profluvio di norme sulla materia ha sempre impedito lo stabilizzarsi di una normativa di settore, che giustificasse l’adozione di un nuovo Testo Unico (vds. anche l’attuale fase di attuazione della “legge Gelmini”). A dire il verò ci fu un momento, tra il 1999 e il 2001, in cui ci si predispose all’adozione di un nuovo Testo Unico. Il lavoro, condotto sotto l’égida di una Commissione presieduta da Sabino Cassese, giunse quasi alla fine, ma il termine naturale della legislatura nel 2001 arrivò prima che esso potesse essere portato in Aula. Comunque, come è noto, molto è di nuovo cambiato dal 2001 ad oggi…
Sinigagl, se conosci cosi’ bene il politecno allora saprai che ci sono gia’ dei corsi di laurea master tenuti in inglese presso il DEI. Non mi pare che nessuno si sia mobilitato per “salvare” gli studenti di ingegneria informatica. Forse si potrebbe cercare di capire se l’insegnamento il lingua inglese sia servito a qualcosa oppure no, piu’ per gli studenti che per l’ateneo.
Dev’essere che scrivo in giapponese o in sanscrito perché non riesco a farmi capire…
Il punto è questo: ANCHE in inglese va bene, anzi benissimo.
Il Poli già tiene il 25% dei propri corsi in quella lingua e si poteva pure pensare di fissare un obiettivo più ambizioso per esempio del 50%.
TUTTO in inglese però non mi piace perché è una mortificazione della nostra cultura.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro.
Perché non se ne vanno proprio all’estero già che ci sono?
Conoscere bene l’inglese è cosa buona e giusta, ma utilizzarlo in Italia *fra italiani* è semplicemente ridicolo, oltre che offensivo per il paese che ti ospita.
Evidentemente tradurre le pubblicazioni e i testi costava troppo sforzo e quei professori. E’ molto più importante fare i fighetti, oh yeah…
La realtà invece è il deserto tecnico-scientifico italiano, direi…
Ma che senso ha tradurre testi e pubblicazioni sinceramente???? Per perdere tempo???? Ormai in molti posti di lavoro ci si trova a collaborare in un contesto internazionale dove volente o nolente l’inglese e’ la lingua ufficiale. Senza contare che molti termini tecnici praticamente sono usati solo in lingua inglese. Per chi fa ricerca poi l’inglese e’ obbligatorio. Che male c’e’ a conoscerlo? A proposito di andare all’estero…vista la situazione italiana non e’ che sia proprio una alternativa cosi’ lontana per molti.
Anche se i corsi fossero in inglese, non e’ che poi uno va dal salumiere e non si ricorda l’italiano… Si sta parlando di ingegneria, non di lettere o filosofia, dove per quanto mi riguarda potrebbero pure usare il greco o il latino. Com’e’ che in germania nessuno pensa che sia uno scempio insegnare in inglese nel master?
Ovvio che e’ richiesta una certa conoscenza di base da parte di chi insegna….quello potrebbe richiedere tempo. Ma cominciare a diversificare non e’ sbagliato di principio a mio avviso, offre solo piu’ possibilita’ agli studenti una volta laureati.
Il deserto come lo chiami va affrontato con altre misure, che non hanno nulla a che vedere con la lingua usata nell’insegnamento. Sono due cose completamente separate.
@S – Mi dispiace ma l’italiano non può servire solo “per andare dal salumiere”.
Altrimenti a lungo andare diventerà una lingua morta… e noi con lui
Ricordiamoci che c’è già stato un periodo in cui la nostra “comunità scientifica” usava un’altra lingua per espriemersi: era il medioevo e usava il latino.
Grazie a Leonardo prima e Galileo poi abbiamo finalmente scoperto che si poteva parlare di moto dei fluidi e di dinamica anche nella nostra lingua. E’ stata la prima vera “popolarizzazione” della scienza.
E ora, grazie a questi “geni” ci spianiamo la strada per tornare indietro al medioevo.
Conoscere l’inglese è utilissimo e importantissimo, per “capire” e non restare isolati, ma insegnare in inglese (che non è la nostra madrelingua) significa tornare indietro alle “élite”, all’oligarchia, all’ignoranza generale che regna padrona.
Stupefatto
Già, in effetti non lo usa nessuno oggigiorno l’inglese nell’ambito scientifico -e in tutti gli altri. E’ proprio una lingua morta o morente!
La valutazione della scelta del Politecnico va fatta soltanto su considerazioni di merito: conviene fare tutto in inglese?
In questo modo: dai una preparazione migliore ai tuoi studenti (che sono più in contatto e a loro agio con l’estero), rendi più visibili le attività del Politecnico, attiri studenti da un bacino amplissimo, di fatto mondiale.
L’italiano cosa offre? E’ comodo per gli Italiani, che peraltro lo sanno già e possiedono già anche il gergo tecnico, visto che la triennale è in italiano.
La decisione allora è buona. Fine.
Giusto due precisazioni:
1) l’inglese oggi è già quello che fu il latino un tempo. Tutte le pubblicazioni scientifiche degne di questo nome sono in inglese.
2) I testi in inglese non c’entrano nulla. Io ricordo benissimo che per gli esami del triennio tutti i testi erano in inglese (e non perché è faticoso tradurli, ma perché costa, perché bisogna trovare una casa editrice che lo faccia per un mercato molto piccolo etc …) eppure le lezioni in italiano. Come dire che non c’è correlazione tra le due cose.
Colgo l’occasione per rammentare il caso dell’Università di Lovanio, che negli anni ’60 fu teatro del più forte conflitto linguistico-culturale dell’Europa contemporanea. Potete rintracciarlo anche a partire da Wikipedia, se non lo conoscete
http://en.wikipedia.org/wiki/Catholic_University_of_Leuven
E’ acquisizione comune che quel conflitto implicò un forte esame di coscienza in tutti i cosmopoliti-internazionalisti, costringendoli a rivedere e ridefinire i contorni delle loro proposte politico-culturali. Questo valse anche per gli Europeisti, in particolare.
P.S. L’inglese NON è quello che fu il latino un tempo. In mezzo c’è stata la formazione degli Stati-Nazione e i conseguenti cambiamenti culturali, con rilevanza politica.
@renzino: quando si dice “l’inglese è quello che fu il latino un tempo” lo si intende come lingua internazionale di comunicazione del sapere. E’ talmente ovvio che la storia è cambiata che è solo una analogia non una identità. Come ogni analogia storica, d’altra parte. Guardiamo alla sostanza e non ai dettagli, SVP …
La crisi economica non è un avvenimento imputabile al partito avversario qualunque esso sia .. essa è cominciatael nostro paese verso il 1962 .. in precedenza , dalla fine della seconda guerra, LA piccola e media industria si affacciava al mercato della esportazione e con le rimesse d’oltre centomila tecnici emigrati , v’era un massiccio ingresso di dolari nel nostro Paese , : “C’è il miracolo economico” si diceva e intanto cresceva anche la grossa industria, si producevano i primi computer , si sviluppava ilmercato interno ./ qualcuno qui sopra accenna sdegnato l’essere ridicolo di parlare inglese nel nostro paese .. se si tratta di lirica, moda, o spaghetti sono d’accordo,/, ma tutto quanto relativo al “miracolo economico” , il declino è dovuto a diversi fattori, ma il piu rilevante per la mancanza di corredare, comparare, descrivere la nostra produzione in inglesa /. siamo stati i piu forti produtori di lavatrici, ma caduti nel disordine linguistico dei pezzi di ricambio e dell’aggiornamento degli standard internazionali in inglese .. ora siamo sempre un Paese di cervelli fini, ma …per farla corta il discorso di Draghi in inglese l’altro ieri , ha rilanciatoi mercato e fatto scendere lo spread di quasi cento punti cose su cui politica annaspave da un anno per farsi capire. /. è umanamente comprensibile che professori pochilingui si ribellino, ma Azzone ha ragione, l’unico torto è che in questo paese vince sempre il dolce far poco, possibilmente senza faticare. chi scrive Chiede venia per il povero linguaggio, sono un tecnico di modesto livello, ma ho operato all’estero per ditte italiane e consapevole di contribuire all’apporto di valuta in Patria sono consapevole ed indegnamente ne vado orgoglioso, grazie